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07/05/14

Non si accettano candidature? Le strane procedure di selezione artistica dei concorsi italiani.


Questa, dei concorsi d’arte, è la strana prassi di tanti premi italiani, anche molto noti, che confermano come il mondo dell’arte non sia assolutamente trasparente, ma vive di un’oligarchia di ruoli che vorrebbero decidere il bello e il brutto, senza parametri reali di valori e raffronto se non quelli di una ristretta cerchia, che in tal modo aspirano a imporre un’idea di gusto, ma soprattutto veicolare il mercato di annoiati polli da spennare (detti anche collezionisti).

Perché poi, alla fine, i premi dovrebbero certificare il reale valore di un artista, ma come si può valutare dialetticamente, se è già stata chiusa la possibilità di un ampio confronto?

Divertente, non trovate, gli artisti di arti contemporanea vogliono fare i paladini della libertà, ma poi sono i primi a vivere in una dittatura.

Ancora più ironico sapere che questi premi molto spesso, nel nostro paese, vengono dati ad artisti stranieri che nulla hanno a che fare con la cultura e il territorio italiano. Mentre all’estero noterete che sì danno premi a stranieri, ma devono risiedere ed operare in quel paese.

Va beh, leggetevi i bandi di questi concorsi e vedrete come la cosa molto spesso sia poco trasparente, praticamente è impossibile parteciparvi (anche perché spesso non sono nemmeno reperibili pubblicamente, mentre saranno ben pubblicizzati quando tutti i giochi saranno chiusi) e quasi sempre molto autoreferenziale a certi poteri economici o filiere di vendita.

Raramente la selezione è aperta, raramente i nomi sono nuovi, raramente sono interessanti …

Ma che ci volete fare è la cultura dell’arte contemporanea italiana …



06/02/14

Gallerie, gli spazi dell'arte


Le gallerie d’arte operano in diversi modi e in diversi ambiti. Spesso seguendo una linea culturale ma anche proponendo diverse forme d’arte slegate per tema o tecniche fra loro.

Esistono ormai da più di un secolo, ma pare che stiano declinando per trasformarsi in veri e grandi sistemi di distribuzione, dove l’aspetto culturale è sempre più occupato da quello produttivo. 

Possiamo creare una piccola graduatoria che vede al top le gallerie più industrializzate, che producono grandi fatturati e continue occasioni promozionali, con forti investimenti nella promozione attraverso i mass media, spesso con diversi punti di distribuzione, esempio più clamoroso Gagosian, ma possiamo anche citare David Zwinner o Barbara Gladstone.

In una categoria più ampia e in forte trasformazione sono quelle di media grandezza, che propongono importanti artisti e realizzano eventi significativi, fra le tante citiamo White Cube di Jay Jopling che sul mercato internazione ha saputo promuovere il gruppo di artisti legati al BYA, tra cui primeggiano Damien Hirst e Tracey Emin. 

Seguono le gallerie di ambito nazionale con capacità internazionali, in Italia possiamo pensare a Sperone di Roma, con una deriva newyorchese o Massimo de Carlo, che si propone anche nella dinamica Londra. Spesso sono anche fra le più attente a intercettare i nuovi talenti e sostenerli nella crescita.

Ci sono poi quelle che non sono molto grandi ma si muovono in modo molto dinamico e con una forte capacità di creare relazioni internazionali, penso in ambito torinese, a gallerie come Franco Noero, Norma Mangione e Guido Costa, che puntano a particolari percorsi culturali. 

In ogni città operano poi una marea di gallerie, realizzando semplici e piacevoli occasione di promozione artistica, senza preoccuparsi troppo di percorsi o di linee curatoriali. Fra queste alcune tentano nuove strade e a volte diventano veri luoghi di innovazione e di crescita di giovani artisti. Attualmente a Torino mi vengono in mente Moitre, Van Der e Oblom. 

Al di fuori di queste considerazioni concludo segnalando che esistono luoghi che non sono gallerie ma che si muovono su un fronte ricerca e con uno spirito alquanto indipendente, luoghi di sperimentazione, a Torino un interessante progetto è lo spazio Blank di Carlo Fossati o in forma diversa il progetto Diogene, palestra d’incontro fra artisti e le nuove forme del fare creativo.

30/01/14

Qui o là? Mercato primario e mercato secondario


In generale il sistema dell’arte divide il mercato in due settori, chiamati mercato primario e mercato secondario.

Col primo termine s’intende il mercato delle gallerie, quando presenta/immette sul mercato, per la prima volta, uno o una serie di lavori di un artista, solitamente in corrispondenza di un evento espositivo.

Se poi un’artista è al debutto con una galleria, questa fase servirà ad inquadra il tipo di artista, spesso col supporto di un critico/curatore. Si definiscono così i suoi valori di mercato iniziali. Nel tempo si costruisce un percorso di crescita, spesso seguito in modo diretto dal gallerista, che inizialmente avrà prezzi bassi e poi, con un riscontro di mercato favorevole, aumenterà di notorietà e ovviamente di valore.

Quasi sempre questi nuovi artisti si muovo in ambiti no-profit o con gallerie di piccola/media grandezza, poi il crescere artistico potrà far cambiare il distributore, cioè la galleria, che se più grande e ricca, potrà seguirlo con maggiori investimenti, migliorando anche il processo produttivo/promozione dell’artista.

In questa fase i prezzi delle opere sono instabili e oscillanti, può succedere, infatti, che un artista emerga rapidamente ma poi che anche velocemente si perda e altri che sembravano faticassero, nel tempo si consolidano e diventato importanti.

La situazione è incerta, chi opera in quest’ambito si trova in una fase più rischiosa.

Sia le gallerie sia i collezionisti sanno che gli sviluppi sono teorici, ma è anche più interessanti e appassionanti.

Col secondo termine s’intende quando un’opera è rivenduta, comunemente questa situazione è gestita dalle case d’aste o dalle gallerie che trattano l’artista dell’opera in rivendita. In questi ultimi anni c’è stata una certa promozione di questo mercato, considerato fino a pochi anni fa poco rilevante. Questo grazie all’operato delle case d’aste Christie’s e Sotheby’s, che esauriti i grandi incassi di arte antica, oltre che ad altri prodotti di consumo, hanno dirottato la loro attenzione su nuovi prodotti, dedicandosi così all’arte contemporanea, agendo spesso con forti azioni mediatiche, soprattutto enfatizzando record di vendite.

Queste società producono interessanti documenti di analisi e di redditività di certi prodotti, garantendo in un certo senso la crescita di valore degli stessi.

Se le strategie delle case d’aste paiono molto più enfatiche quelle delle gallerie risultano più riservate e attente. La galleria al fine di proteggere il valore di mercato di un artista riacquista e rivende opere sempre con una particolare attenzione, tutelando in tal modo l’indice di vendita, garantendo una certa stabilità che ne valorizza e preserva l’immagine.


20/01/14

Arte, come compro? Alcune riflessioni per un acquisto artistico.


Fra pochi giorni ci saranno degli eventi fieristici a Bologna, la storica Arte Fiera e la nuova Set-up, che aprono, nel nostro paese, la stagione delle rassegne promozionali dell’arte, a cui seguirà poi la volta di Milano, fra quelle più importanti. Ma sono moltissime le occasioni, anche locali, in cui trovare piacevoli opere d’arte. Mentre se si vuole una visione più internazionale fra pochi giorni nella capitale inglese, ci sarà London Art Fair, una fiera di medio livello con tantissime proposte a prezzi molto validi.

Ma tornando al panorama nazionale le occasioni di Bologna offrono la possibilità di percepire i diversi valori di questo particolare sistema consumistico.

Quando si entra in uno dei tantissimi stand, risulta subito evidente che è difficile trovare il listino dei prezzi, ci sono le opere, spesso senza nemmeno dei cartelli con nome, data, materiale usato etc.., ma quasi di sicuro non si troverà il loro valore economico. Già questo fa capire la stravaganza di questo mercato che su una certa mancanza di trasparenza gioca una delle sue carte più suggestive.

Ci domanderemmo quanto varrà quest’opera che ci ha colpito, che ci piace e che forse vorremmo avere?

È questa sicuramente l’interrogativo più difficile a cui rispondere, soprattutto nel poter avere un giusto riscontro di qualità. Ci toccherà così dover intervistare il venditore che ci intorterà con una sua eventuale spiegazione e poi col valore economico, cosa che sarà difficile da capire se proporzionato e giusto.

Diciamo che in una fiera, trascurando i nomi storicizzati e quelli più  promossi mediaticamente, il valore di un’opera può aggirarsi fra i 4-15.000 euro, nella media, poi ovviamente contano i materiali, le dimensioni e soprattutto l’unicità. Ma a definire il giusto valore giocano tanti altri fattori.

Personalmente penso che le fiere siano il luogo della vastità in cui poter rapidamente vedere tante cose, mentre lo spazio riservato e quieto delle gallerie il luogo dove riflettere e decidere, spesso spuntando anche prezzi più vantaggiosi.

Se i giovani artisti sono offerti a valori più abbordabili, hanno il contraltare della difficile valutazione temporale, cioè dureranno o scompariranno nel panorama del mercato dell’arte?

Ma se si compra una cosa che piace (e questo secondo me è l’unico parametro significativo) forse non si rimarrà troppo delusi se la promessa di successo non sarà mantenuta. Un aiuto per la valutazione può venire dal curriculum, dalle pubblicazioni sui media e da eventuali importanti acquisti di collezionisti o enti pubblici, segnali che confermano che l’artista si sta affermando e quindi dovrebbe durare.

I nomi già affermati ma non famosi sono la realtà più diffusa, che garantisce spesso, una giusta valutazione fra prezzo e qualità.

Ci sono poi le opere dei nomi affermati e famosi che ovviamente avendo una forte richiesta hanno prezzi più alti. Ma in questo caso ci può venire in aiuto l’acquisto di un loro multiplo, dei lavori seriali, delle stampe, etc.

Un altro aspetto sono poi le tecniche, dalla tradizione della pittura, passando poi per fotografie, video, sculture, installazioni, variabili che dipendono dagli spazi a disposizioni e dai mezzi di gestione e spesso di conservazione, un aspetto che per certi tipi di opere può essere anche più oneroso dell’acquisto dell’opera stessa. Molto importante poi valutare la documentazione di originalità, cioè certificati e autentiche dell'opera.

A coda di tutto ciò si consigli di usare i mezzi tecnologici a disposizioni come il web per fare ricerche sulle opere che vi hanno colpito, ogni galleria/artista hanno oramai un suo spazio sul web, dove si possono trovare interessanti informazioni e anche opere che potrebbero piacerci di più.

Sappiate che oggi già un venti per cento del mercato dell’arte avviene con transizione fatte attraverso il web, anche se personalmente sono ancora legato all’idea di una bella reale visita in galleria, che confermerà la reale percezione del manufatto che ci ha affascinato.



06/01/14

Arte, il grande mistero dell'investimento


Nei giorni scorsi è uscito un ennesimo articolo sulla grande bufala dell’investimento in arte.
Come erano già usciti su alcuni giornali francesi, anche le Figarò presenta un articolo dove un esperto di mercati economici avvisa sulla finzione di questo sistema di commercio oligarchico e molto aleatorio.
Giustamente si dovrebbe parlare di differenziazione degli investimenti, vedendo una certa realtà dell’arte come un luogo di diversificazione del capitale, senza però credere troppo ad un sistema di guadagno.
Il mercato dell’arte, fino ad oggi non ha dimostrato, nel suo complesso una reale capacità d’investimento, i dati che spesso vengono promossi risultano sempre molto parziali, per cui poco significativi.
Essendo il mercato dell’arte, quello che si vede promosso attraverso diversi media, gestito da un limitato gruppo di attori, risulta molto rischioso e spesso non corrispondente alla realtà oggettiva di un sistema economico.
Più giusto vederlo come un modo diverso per impegnare il proprio denaro.
Diciamo che, con una accorta selezione delle opere, puntando sia sulla qualità tecnica che sull’effettiva unicità, può esserci una possibile alternativa di accantonamento di un capitale, ma consapevoli che per male che va si hanno dei bei lavori artistici.
Cogliamo l'occasione dell'avvio dell'anno per una serie di articoli per aiutarvi ad affrontare il mercato dell'arte, con alcuni semplici ma essenziali suggerimenti. 

05/12/13

Pensare prima di agire... - La materia dell’arte, corpo o spirito?

Phofdo - photographic project 


Forse si vedono in lontananza i primi segnali di ripresa, forse la crisi socio-economica sta per finire, forse potrebbe essere utile capirne i meccanismi e riconsiderare il sistema che viviamo, forse pochi lo faranno.

Considerazioni globali che valgono sicuramente anche per il mondo dell’arte presente, sia che siano artisti che collezionisti o galleristi.

I sistemi fanno acqua da tutte le parti, si consuma tutto e tutto rapidamente diventa obsoleto.

La pregnanza delle cose è sempre più aleatoria, spesso evidentemente inutile e finta, ma pare stranamente difficile prenderne atto.

Le nuove tecnologie digitali hanno sicuramente stravolto in un decennio tutti i vecchi modi culturali di agire.

Nel prossimo futuro tutto diventerà sempre più evidente, tutto sarà incredibilmente a portata di mano, ma tutto sarà digitale, cioè immateriale, miliardi di parole, immagini, che assembleranno informazioni, funzioni.

Un nuovo mondo si sta formando e quello vecchio sempre più appare così realmente pesante.

Sarà un bene, sarà un male, boh e chi lo sa!

Sicuramente l’idea di arte sarà totalmente mutata, ma così lo saranno anche quella di persona, realtà etc…

Fa una certa impressione vedere ad una fiera nemmeno un’opera digitale ma una miriade di vecchi stantii manufatti, spesso prodotta da artisti detti giovani ma che anziché essere artisti paiono attempati artigiani atti a  rimodulare solo vecchie strategie per poter “partecipare” al monopoli dell’arte.

Se l’arte una volta era il futuro sempre più ora pare passato, o almeno quella che si vede nel così detto “sistema dell’arte”.

Ovvio il problema è la commercializzazione dell’opera che giustifica la sua esistenza, affascina quindi notare come ancora oggi ci si leghi alla necessità fisica dell’opera, nonostante tutti i tentativi dell’arte di smaterializzarsi. Ma siam fatti di materia fisica e come tale abbiamo bisogno di altra fisicità, solo che ora il campo dell’espressione è saturo e si compulsiva su ricicli del fare.

La pittura sicuramente è quella più stanca, ma a ruota tutte le intense ricerche espressive di questo ultimo secolo non trovano spazio di sviluppo, ma pedestre ripetizioni.

L’arte è sempre più noiosamente legata al passato e il futuro pare troppo immateriale per affascinare.


Ci saranno sviluppi?

04/10/13

La pubblicità, l'anima dell'arte ...




Consapevoli che i manufatti artistici hanno perso il senso storico dell’arte e son tornati ad essere oggetti artigianali, possiamo percepire come il sistema dell’arte conserva la sua positiva azione di consumo con una buona strategia promozionale che, nonostante la particolare crisi, tiene in parte il mercato.

Punti forti di questa strategia, la grande promozione pubblicitaria e la completa globalizzazione del mercato.

Strategie che hanno premiato i distributori (gallerie) che hanno saputo investire e creare ampi punti di vendita o buone rete di distribuzione parallele. Il tutto condito da un’accorta capacità di relazione con i consumatori di punta (collezionisti).

Siamo così ad un punto di svolta, come già è successo nel sistema della moda,con due distribuzioni differenziate, una di nicchia, gli originali, per una fascia di mercato più ristretta, luogo di enfatizzare del prodotto, e una di grande distribuzione rivolta ai consumatori di massa.

Il sistema dovrà comunque ibridarsi sempre di più con altre fasce di prodotto al fine di sostenere l’incessante variazione di gusto dei consumatori legati dai prodotti di largo consumo e divertimento, quali cinema, musica etc.


L’arte se ben gestita potrà diventare un’ottima alternativa alle variegate richieste di un pubblico sempre più bisognoso di prodotti di consumo visivo. 

19/09/13

Chi non muore si rivede - La pittura, ripescata



Dopo tanti anni di annunciata dipartita la pittura è risorta, o forse è solo ritornata sotto i riflettori del mercato.

I cantori di sfortuna ora, con l’ennesimo salto mortale linguistico, l’hanno risuscitata.

Partecipi ovviamente i galleristi che spinti dalla crisi hanno riscoperto la “sicurezza” di questa antica tecnica.

Prodotto ovvio, tradizionale, che fa credere che ci si trova veramente davanti ad un “artista”, senza doversi scervellarsi a giustificare il manufatto commercializzato in aure artistica, l’attuale tenuta del mercato pittorico pare confermarne il gioco. 

Così dopo anni di ogni sorta di bric e brac tornano, nelle immacolate stanze, le tele con i loro inutili gesti pittorici oramai obsoleti e ripetitivi, ma condivisi da tutti.

Personalmente trovo più bello un bel monitor ultrapiatto su cui immettere migliaia di immagini, che siano mie o che siano prodotte da professionisti, fotografie (anche di opere, disegni..) e video, in un bel variare col mio umore e il mio gusto, non più legato alla staticità di un’immagine fissa, vedremo se il tempo mi darà ragione.  


03/09/13

Oggetti, arte e cinema - Meglio un film o una mostra d’arte?




Uscendo dal cinema ieri sera, pensavo che un qualsiasi film di media produzione superi largamente il godimento di molte mostre di arti visive frequentate recentemente. 

Oggi tendo sempre di più a percepire entrambi gli eventi come svaghi per fasce di mercato diversificate, due forme d’intrattenimento, in cui l’incidenza “culturale” è spesso un aspetto non determinante della fruizione. 

In questi anni la falsa ipotesi del valore “artistico” di molte opere viste nelle gallerie/musei come “superiori” ad altri prodotto è sempre più insostenibile, un esempio ne sono i tantissimi noiosissimi video “artistici”, per fortuna in scomparsa, che anziché essere proposti in un pratico sito come YouTube, vengono allestiti in spazi per giustificarne qualche valore, ma la cui realizzazione molto spesso è inferiore alla media dei video visti nei siti web, in modo pratico e senza un inutile dispendio di tempo, ma forse proprio un reale confronto renderebbe molto evidente la cosa per cui meglio rifugiarsi in un luogo poco visitato come una galleria che al giudizio di una vasta platea. 

Questa strana situazione, forse, ha le sue cause nelle scelte delle oligarchie del mercato dell’arte, avviate per pratiche necessità di ritorno d’investimento, avviata svuotando la forte valenza del fare artistico eccezionale e appiattendo il ruolo creativo a una funzione di brand (sia per gli artisti di oggi che di ieri) proponendo “l’opera artistica” come un qualsiasi prodotto da commercializzare in tutto il mondo, con relativa iperproduzione, svuotando proprio il senso di unicità/esclusività del “manufatto”, questo si percepisce molto bene nei nuovi recenti siti di vendita d’arte contemporanea. 

Infatti la commercializzazione delle opere via web è una prassi alquanto consolidata. Iniziata alcuni anni fa come pratico veicolo informativo fra artista/galleria e cliente, ora sta prendendo sempre più un ruolo prioritario anche per la vendita, che avvengono sempre più direttamente senza una visione reale dell’opera, come già succede per qualsiasi prodotto commerciale. Questa consuetudine ha poi preso una dimensione molto forte con i nuovi siti che vendono direttamente, e in modo aggressivo, opere artistiche anche di affermati nomi dell’arte, cosa che “svuota” l’ultimo filo di fascino al prodotto stesso, conformandolo a qualsiasi banale oggetto di largo consumo. 

Non si capisce se siamo alla conclusione di questa parabola del sistema dell’arte o a una sua possibile trasformazione, che sicuramente ne farà perdere fascino, ma forse riuscirà a diffonderne le istanze.

27/08/13

Cambiare ma non troppo - La riproducibilità della opere e il senso dell’immagine.


Per tutto il novecento l’arte ha voluto cambiare continuamente, lasciando le certezze formali alla ricerca di nuove libertà, ora che la tecnologia pare aver dato lo strumento più libero, il web dove tutto il visibile è realizzabile, pare ritrarsi in un atteggiamento di supponenza, o forse più semplicemente a tutela di certe caste e di certi mercati economici, gli stessi che fingono di tutelarla.

Se nessuno si scandalizza nel ritenere la musica diffusa attraverso un mezzo tecnologico autentica, diversamente succede con l’arte quando fotografie, video vengono promosse solo in una realtà visiva mentre la loro diffusione mediatica pare “svilirne” il valore, ma lo stesso si potrebbe dire per la pittura e forse per la scultura/installazioni.

Attraverso Google Art un quadro può essere fruito in un modo unico che nemmeno dal vero potrebbe essere possibile, visto la possibilità di dettaglio e di vicinanza. Vero che una certa dimensionalità si potrebbe perdere ma anche vero che spesso dentro un museo non è possibili avvicinarsi all’opera, vederla senza riflessi e poterne godere nella quiete di una stanza, circondati da una folla che interrompe la fruizione della visione e dallo scandire del tempo che ci accellera la permanenza.

Il mondo è cambiato molto, forse troppo velocemente per chi viene da un vicino passato, ma inesorabilmente cambierà ancora di più e il senso dell’immagine (o dell’arte) subirà sicuramente ancora tanti rinnovamenti.



26/08/13

Non c’è arte senza mercato - Un senso all’arte contemporanea



La storia ci ha insegnato che quello che chiamiamo arte non è mai stata la stessa cosa, ma ha mutato forme e sensi. Dai tempi antichi quando forse era magia, mistero, spiritualità, passando poi come canone di bellezza o un modo per registrare il tempo e fissarlo in un’immagine a memoria del futuro, per trasformarsi poi in un senso oggettivo e oggi che, siamo nel pieno di nuovi epocali cambiamenti, si è amalgamato al nuovo mondo dell’intrattenimento, diventando parte di una forma di “consumo” sostenuta da una filiera di commercializzazione rapida, come per qualsiasi oggetto superfluo. 

Quello che molti chiamano sistema dell’arte è un pragmatico mercato con regole ristrette ad una oligarchia economica che aspira ad usare l’antica enfasi ma ne pratica una cinica vivisezione economica. 

Negli ultimi decenni una realtà anomala e forse autentica è stata acquisita da abili strateghi del mercato, con pratiche tipiche di un’altra realtà simile definita “sistema moda”, infatti alcuni investitori agiscono in entrambe i sistemi, depauperando la storia a favore di prodotti abilmente confezionati e distribuiti con la giusta dose di “esclusività” che giustifica la trasformazione di valore. 

Come era già successo con i bulbi olandesi il gioco pare molto rischioso, si immettono sul mercato oggetti di scarso valore che attraverso una giustificazione “letteraria” vengono “incrementati” economicamente, ma se una volta il prodotto artistico aveva dei parametri giustificabili (qualità, tecnica, pregio dei materiali,…) oggi questi sono diventanti assolutamente aleatori per cui non è detto che nel futuro queste proposizioni si manterranno. 

La cosa che più lascia perplessi e che su questa giostra vengono “sacrificati” tantissime giovani vite che illuse dall’enfasi dell’ ”arte” vengono inserite in una strategia di consumo, sia temporale che culturale, che li priva di reali speranze di realizzazione.

03/08/13

Da artisti a bricoleur - L’artista sempre meno impegnato ma sempre più disponibile.



Dismessi i panni troppo faticosi dell’arte i “giovani artisti” preferiscono lanciarsi in attività ludiche, quasi sempre pressappochiste, inventate di sana pianta a secondo dell’occasione o del compitino indicatogli come scusa per un evento espositivo. 

Spesso incapaci di avere una propria riflessione o interesse, questa nuova generazione di disoccupati seguono la casualità quotidiana dei temi scolastici, rincorrendo l’occasione presentatasi, che sia mistica o sportiva, che riguardi il locale o l’universo, non ci si ritrae mai, pur di non perdere una possibilità di produrre un poco di inquinamento artistico. 

Tale prassi in voga in questi ultimi anni, ha prodotto una marea di vacui oggetti di cattivo gusto, che per fortuna durano il tempo del vernissage e poi vengono archiviati o più spesso distrutti, finito l’inutile evento. 

Spiegasi così il grande vuoto contemporaneo e la tediosa marea di mostre prodotte che infestano il pianete, spesso giustificanti il disinteresse del pubblico che stufo di continue finte sollecitazioni aleatorie preferisce il piacere di visioni più pregnanti e sincere.

23/07/13

L’informazione che gocciola


Mi affascina sempre molto vedere come anche nella circolazione dell’informazione ci sia ancora bisogno di tanta finzione. Cioè, spesso, succedono avvenimenti culturali che vengono diffusi dopo che sono stati realizzati, in tal modo si evita che il pubblico venga, anche se poi si vuole che lo stesso escluso lo sappia di essere stato marginalizzato.

Questo dovrebbe dare l’illusione che avvegano delle “cose” esclusive e uniche, finte vetrine di una massificazione che comunque vive della banalità dell’originalità, unico per tutti non è possibile.

O si è  esclulsivi e si vive nella proprio “bolla” o si è massificati, il resto è stupidità.


20/07/13

Art subprime ...



"Arte contemporanea come i titoli subprime?" è il titolo di un’interessante articolo di Paolo Manazza su Il Mondo di questa settimana, che mette in guardi i tanti romantici investitori d’arte, ma non è il primo articolo che manifesta sempre più apertamente come questo “sistema dell’arte” sia in mano a un gruppo ristretto di operatori che sfalsano il reale valore del mercato stesso, vedremo nei prossimi mesi cosa succederà.

30/06/13

I collezionisti sono stupidi? A volte sorge il dubbio



Si è appena conclusa un’ennesima positiva edizione di ArtBasel e viene spontaneo domandarsi sei i collezionisti siano furbi o stupidi? 

Intendo furbi se sanno vivere in modo piacevole l’esperienza fieristica e ne traggono il giusto godimento, stupidi se supinamente vi partecipano come prassi per poter “stare” in un sistema di significati a cui credono, ma senza averne reale interesse o forse capacità. 

Questo si percepisce soprattutto quando gli “acquisti” risultano molto “noiosi”, vedi le tante repliche di opere artistiche che anche in una fiera di pregio si vedono in giro. 

Perché, persone che vogliono fingersi intelligenti e capaci, acquistano opere-repliche, pagandole come privilegi, anziché cercare una via personale ed esclusiva, come dovrebbe essere la realtà dell’arte? 

Perché anche nell’arte il gioco dei multipli è diventato prassi comuni in un universo dove l’unicità era la base del valore artistico? 

Perché sempre più l’enfasi sul collezionismo e sinonimo di omologazione e non di originalità? 

Perché il rapporto fra pezzo e qualità è spesso a scapito della qualità? 

Interrogativi che trovano complesse risposte e che mettono in discussione il reale senso del sistema dell’arte stesso, che sempre di più erode il suo fulcro (la bellezza e l’unicità) a vantaggio di una finzione che sempre più ha il fiato corto. 

Dopo pochi anni di euforico grande mercato del contemporaneo la realtà si sta già depauperando, le opere sembrano sempre più oggetti, questo è molto pericoloso, l’arte non è un solo oggetto fisico da consumare, ma una trasformazione di un pensiero/percorso, svuotarlo del suo senso è snaturare il valore stesso dell’arte. 

Sicuramente si tornerà a una ricercata unicità, a un senso forte, che questo sia sempre meno nel mondo dell’arte sarà sempre più possibile, poiché questo mondo ne sta negando il suo senso.

17/05/13

Congelamento primaverile



Dopo la ricercata Documenta di Roger M. Buergel, era il 2007, parevano allentarsi il rigidino e monotono sistema dell’arte. Quell’ evento spostava l’attenzione dei nomi ovvi e commercializzati, con proposte lateriali, in un’allestimento più caldo e personale. 

Azione che forse cerca di sviluppare il percorso curatoriale di Massimiliano Gioni, attuale fulcro della Biennale di Venezia, con un esito che si prospetta in parte alternativo anche se poi certe rigidità di standardizzazione tornano in modo sparso, cioè i soliti noti. 


In questi giorni sto leggendo di Lea Vergine “Parole sull’arte – raccolta di articoli 1965 – 2007 “ testo che evidenzia un tempo dell’arte contemporanea che nel suo tentativo di fuga dal sistema si è incastrata nel sistema stesso. Tristissimo leggere di tutto quei giovani artisti ora piegati dal “nemico borghese”; anzi diventati loro stessi artefici di oligarchie e monolitici staticità economiche finte artistiche. 


Strutture che nella recente Documenta, forse una delle più algide di questi decenni, sono ritornati, riproposti stilemmi, vecchi miscelature in una confusione di idee, porte come stimoli, dimenticando ciò che tutti noi oggi u/siamo, cioè la multimedialità, l’elettronica, la tecnologia, l’immaterialità. 

Il mercato dell’arte non lasci scampo di sviluppo alla libertà espressiva ma pretende manufatti da commercializzare, reali (anche se obsoleti). 

Così le scuole o i cosidetti luoghi della formazione artistica piegano le promesse future alla servitù dell’oggetto e del superato processo documentativo da cui scaturiscono inutili dati privi di reale valore, ma sufficienti a creare ennesime fotografie, disegni, rifiuti o finti oggetti relazionali. 

Quanti giovani artisti congelati nella finzione del cambiamento. 

Però affascina vedere questa realtà non percepita. 

In questi giorni a Frize NY sguardi rapiti dai minuscoli monitor, dove tutti trascrivere i propri attimi di vite immateriali, che sbirciano l’ennesima opera fisica summa di vani processi e priva spesso di una reale qualità espressiva. 

Segnali da un universo di annoiati benestanti che cercano brividi di originalità precotta, facile, veloce, vuota.

07/05/13

Cambiare si può…

doattime 070513

Fra pochi giorni inizia a New York la seconda edizione di Frieze, la nuova fiera d’arte d’importazione inglese che ha suscitato molto successo smuovendo le proposte della grande mela e rianimando il florido mercato americano, che gode anche della contemporaneità delle famose aste, di case inglesi, d’arte dei primi del mese. In Italia intanto su alcuni giornali sono comparsi articoli alquanto allarmati sulla grande crisi economica che sta colpendo anche il mercato dell’arte. Così in questi ultimi venti anni si è visto un paese (UK) che pareva in declino risorgere e cresce in un mercato allargato, dinamico, aperto e un altro che si trastullava di apparente gloria, annoiarsi nell’inefficienza del declino con oligarchie che hanno investito in parenti e amici. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. 

28/04/13

aut art - Esiste ancora l'arte?



Una volta si pensava che l’arte rappresentasse lo stato culturale di un paese, forse era vero fin quando ogni paese viveva una sua linea culturale. Ma oggi tutto si è massificato, unificato, omologato, rari i casi in cui una forma culturale riesca ad emergere con delle proprie caratteristiche, queste purtroppo stanno dissolvendosi, anzi paiono quasi scomparse. 

Forse un’opera potrebbe rappresentare la scelta di un individuo, il gusto di un singolo. Peccato che nella maggioranza dei casi, essendo simili i percorso di formazione/educazione degli artisti, i risultati estetici paiono muoversi in cifre stilistiche simili, se non spesso troppo uguali. 

Un altro aspetto che ha eroso l’unicità dell’arte è la commercializzazione che ha reso un’opera più simile ad un “prodotto” artistico che annullando il valore “intellettuale” del manufatto a favore di una produzione/distribuzione massificata, giustificandolo con teorie del tempo passato o con l’illusione dell’investimento culturale, ma queste sono pure finzioni linguistiche, narrativa interscambiabile su qualsiasi “prodotto” commerciale. 

Queste situazioni evidenziano il difficile sviluppo attuale dell’arte, da una parte priva di forti “sensi”, prova è il generale vuoto storico di questi ultimi due decenni di creazione artistica, e dall’altra l’incapacità di confermarsi autonomamente, ma sempre più vincolata da una grande distribuzione che l’ ha omologata a semplice prodotto di consumo, verifica è la ricca messe di produzione artistica venduta in questi anni che scompare appena commercializzata.

03/04/13

L’arte contemporanea è ancora cultura?


Per anni si è proposto il mantra dell’arte come cultura, forse fino agli anni settanta qualche valore culturale si poteva ancora scorgere in questi particolari manufatti. Ma in questi ultimi decenni le opere artistiche son diventate materiale di pratico smercio economico con cui giocare a status sociali, enfatizzati da un sistema di allegri momenti conviviali in location dal particolare fascino alternativo. 


Il forte ingresso di investitori e di abili commercianti ha trasformato un delicato settore creativo in un pratico sistema di arricchimento, per i più accorti. 

Già Tom Wolf in un suo ironico saggio “Come ottenere il successo in arte” aveva accennato a questa trasformazione e ora che, una particolare crisi economica sta cambiando tanti valori economici, questa pare prendere corpo in modo inequivocabile. 

La caduta dei valori tanto enfatizzati fino a pochi mesi fa mette in risalto il vero spessore di tante “opere artistiche”, che proprio per il loro vuoto significato culturale collassano rispetto all’enfatizzato momento di vendita. 

L’arte contemporanea spesso è stata usata, in questi ultimi decenni, come un pratico sistema per veicolare prodotti commerciali dal basso valore di produzione ma con un forti ricarichi di vendita, decorata da finti sostegni culturali, per giustificarne un’immissione sul mercato. 

Si è creato un sistema di inutili testi e filippiche, partecipi i tanti curatori, critici e finti promotori di informazioni, col fine di giustificare il ruolo alto di questi oggetti ma dai recenti risultati e dalla sua volatilità si capisce sempre più la reale funzione di prodotto momentaneo di consumo. 

Tutto questo spesso sfruttando molte istituzioni pubbliche che, in un’ottica di risparmio, hanno demandato il ruolo realmente culturale a una funzione di vetrina commerciale.

14/03/13

Uno nessuno centomila??



Spesso si parla dell’arte come di un fatto sociale, di un evento che riguarda tutti, ma è proprio così? 

Per capire quant’è il reale pubblico, bisogna fare subito una discriminante fra il fruitore turistico e il fruitore legato al sistema dell’arte. 

Nel primo caso i numeri sono particolarmente incoraggianti, il nostro paese, nonostante una certa disattenzione, continua a richiamare folle di appassionati al nostro meraviglioso patrimonio artistico storico, folle che però manifestano maggior interesse per la nostra storia che per il nostro presente artistico. 

Per i secondi la cosa risulta più limitata, prendendo come riferimento le tre fiere di arte (contemporanea e moderna) più visitate, Torino, Bologna e Milano, e supponendo che molti non siano gli stessi visitatori agli eventi, si giunge a un mediocre ottimistico numero di 120.000 persone, un numero veramente minimo che non giustifica certi investimenti e certe finzioni di valore culturale da sempre manifestato da questo sistema, tanto più risaputo come oligarchico e aleatorio, chiuso al dinamismo della pluralità poiché teso a supportare una limitata selezione di artisti, legati al sistema di vendita. 

La cosa più ironica di tutti è che nel sistema dell’arte si parla spesso di libertà, di confronto e di valori, tutte tematiche che poi il sistema stesso non evidenzia ma anzi spesso limita e seleziona su valori molti discutibili. 

Analizzando il sistema artistico contemporaneo italiano ci si rende conto come la pluralità artistica sia assolutamente bloccata, come la maggioranza dei processi di valore sia legata più alle relazioni sociali che al merito artistico.. 

Nel sistema artistico italiano conta di più entrare nei giusti “gruppi artistici/critici” (soprattutto nelle città di Milano, Torino e Roma) che avere doti artistiche, e questo spiega forse anche perché a livello internazionale le presenze italiane siano sempre più ridotte, se non del tutto scomparse. Infatti non premiando la qualità ma i contatti non si può sicuramente confrontarsi con la professionalità straniera dinamica e ricca di variabilità. 

Basta tracciare una breve analisi degli artisti che espongono in certi musei/spazi/eventi e notare come una cerchia alquanto ristretta di nomi si ripresenta in modo quasi monotono, spesso con opere che sono portate in “pellegrinaggio” in eventi costruiti con fittizia pluralità di motivazioni, simil curatoriali/critiche. 

Un altro aspetto è la mancanza di trasparenza e motivazione della selezione. Sicuramente fino a quando i parametri di giudizio delle selezioni non saranno pubblici e aperti, non si potrà sicuramente capire il reale valore del nostro sistema, che così facendo si chiude sempre di più allo sviluppo e alla varietà tanto enfatizzata. 

Questi aspetti sono sufficienti per capire come mai il sistema dell’arte, che in altri paesi è popolato da un grande flusso di appassionati, nel nostro è sempre più rarefatto. Pubblico che non rinuncia alla sua passione all’arte ma che ha capito che deve andare a cercarla altrove, in luoghi meno istituzionalizzati e patinati, ma sicuramente più avvincenti e autentici.