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21/05/26

Trasforma le ore del tuo tempo


Lina Lapelytė. We Make Years Out of Hours, vista della mostra Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart, Berlino, 2026 © Lina Lapelytė. VG Bild-Kunst, Bonn 2026. Foto: Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Laura Fiorio 


Mi ha colpito molto l'installazione performativa di Lina Lapelytė, We Make Years Out of Hours, press la Sala Storica dell'Hamburger Bahnhof in uno spazio per l'azione collettiva e canti, nell'ambito della seconda Commissione CHANEL. L'installazione trascende i confini tra scultura e performance, tra individuo e collettività: 400.000 cubi di legno si distribuiscono sul pavimento, si impilano formando pile e si connettono a formare strutture architettoniche e poi colline. I blocchi passano tra le mani di performer e visitatori, rimodellando continuamente il paesaggio ligneo. We Make Years Out of Hours  è un monumento vivente al tempo, alla cura e alla convivenza. Coinvolgendo attivamente il pubblico, il formato partecipativo enfatizza il concetto di museo aperto, tema del 30° anniversario dell'Hamburger Bahnhof.

La storica sala dell'Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart si trasforma in un paesaggio mutevole composto da 400.000 cubi di legno. Dodici artisti e visitatori costruiscono strutture temporanee accompagnati dal suono. Voci riempiono lo spazio con canti. I testi sono basati su poesie di 15 autori internazionali, dagli inizi del XX secolo a oggi. Tra questi figurano il poeta Khalil Gibran (1883–1931), la scrittrice e pittrice Etel Adnan (1925–2021), il poeta e regista Forugh Farrochzad (1935–1967), la poetessa Layla Sarahat Rushani (1952/4–2004), il poeta Mahmud Darwisch (1941–2008), il paroliere Ocean Vuong (nato nel 1988), il poeta Ilya Kaminski (nato nel 1977) e la poetessa e scrittrice Arundhathi Subramaniam (nata nel 1973). Brevi versi su comunità, formazione, amore, perdita e speranza costituiscono il libretto dell'opera.

Lina Lapelytė. We Make Years Out of Hours, vista della mostra Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart, Berlino, 2026 © Lina Lapelytė. VG Bild-Kunst, Bonn 2026. Foto: Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Laura Fiorio 

Come lo spazio espositivo stesso, anche l'opera diventa un luogo di costante cambiamento. I cubi di 10 x 10 x 10 cm, realizzati in abete e pino, passano tra le mani di performer e visitatori. Le strutture emergono e scompaiono. Ogni nuova forma richiede che un'altra ceda il passo. L'opera solleva interrogativi su cosa rimane e cosa scompare. Chiede inoltre chi decide cosa viene costruito e cosa deve essere rimosso, e le cui vite portano il peso di questi cambiamenti. Il titolo "Facciamo anni dalle ore" descrive l'importanza della parte per il tutto: le ore diventano anni, gli individui diventano una comunità.

I 400.000 cubi di legno utilizzati nell'installazione e nella performance diventeranno parte di un'opera d'arte pubblica a Eisenhüttenstadt nel 2027 come parte del progetto di Lina Lapelytė per Die Neuen Auftraggeber. Gli spettacoli si terranno durante il periodo della mostra, il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica dalle 14:00 alle 17:00.

L'artista Lina Lapelytė
Lina Lapelytė (nata nel 1984 a Kaunas, Lituania) è un'artista e compositrice la cui pratica affonda le radici nella performance. Lavorando tra Vilnius e Londra, collabora con performer professionisti e non professionisti per creare atti collettivi di canto che mettono in discussione i sistemi di silenziamento e invitano alla vulnerabilità. Le sue opere sono state presentate, tra gli altri, al Festival d'Automne/Bourse de Commerce (Parigi), al BAM, al MOCA e alla Biennale di Venezia. È nota soprattutto per l'opera Sun & Sea (con Vaiva Grainytė e Rugilė Barzdžiukaitė), vincitrice del Leone d'Oro alla Biennale di Venezia del 2019.


Lina Lapelytė. We Make Years Out of Hours, vista della mostra Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart, Berlino, 2026 © Lina Lapelytė. VG Bild-Kunst, Bonn 2026. Foto: Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Laura Fiorio 



Ideazione, musica e regia: Lina Lapelytė
Composizione della colonna sonora: Lina Lapelytė con Daniel Bürkner
Registrazioni sul campo: Peter Cusack
Ingegneria del suono e diffusione: Thorsten Hoppe
Coreografia: Alice Chauchat
Drammaturgia e collaborazione artistica: Cian McConn, Florine Lindner
Cantanti: Nérika Amaral, Daniel Belasco Rogers, Josephine Brinkmann, Mustafa Çiçek, Afran, Ruby Haffar, Talin Hajintsi, Cat Jones, Camilla Therese Karlsen, Toto Knoblauch, Paula Kramer, Ligia Liberatori, Niusha Nasim, Lisa Newill-Smith, Ruben Nsue, Cian McConn, Tom Oldham, Mata Sakka, Sandra Sarala, Doris Schließer, Luca Schüssler, Shao Shin Frieda Luk, Yuri Shimaoka, Maria Vanieieva, Michael Wenzlaff, Barbara Wiebking
Costumi: Muku
Partitura musicale: Thomas Oldham

20/05/26

Variantology, Agnieszka Kurant da Lia Rumma

 


Gli spazi napoletani della Galleria Lia Rumma ospitano Variantology, la prima mostra personale di Agnieszka Kurant con la galleria, in programma fino al 23 Maggio 2026. La mostra riunisce una selezione di opere nuove e recenti.

La pratica multidisciplinare di Kurant esplora le intelligenze collettive e non umane, il futuro del lavoro e della creatività, e le forme di sfruttamento insite nel capitalismo digitale. Attingendo a filosofia, antropologia, tecnologia e scienza, il suo lavoro si concentra sull’emergere e l’evoluzione di forme modellate da un’agenzia collettiva, che si tratti di termitai, minerali, linguaggi, segni, strumenti, valute o movimenti sociali. In collaborazione con scienziati, l’artista costruisce sistemi complessi, reti e ambienti in cui molteplici agenti—molecole, batteri, animali, algoritmi di intelligenza artificiale o folle umane—interagiscono generando forme ibride e instabili, in continua metamorfosi, come organismi viventi. Oscillando tra biologico, digitale e geologico, naturale e artificiale, vita e non-vita, passato profondo e futuro remoto, le sue opere indagano la soggettività plurale, l’evoluzione dei sistemi viventi, la cultura e la tecnologia, le trasformazioni dell’umano, l’automazione e la cibernetica.



Le opere di Kurant, basate sulla ricerca, si nutrono dei processi di creazione di valore in rete dell’economia digitale e indagano l’autorialità collettiva e il sistema globale di sfruttamento del lavoro incorporato nell’intelligenza artificiale. Le forme ibride che l’artista produce spesso contrastano le previsioni algoritmiche con processi non calcolabili e imprevedibili. I suoi assemblaggi e amalgamazioni—cresciuti, evoluti, cristallizzati o modellati a livello molecolare—emergono dalle mutazioni della materia nell’Antropocene e riflettono mutamenti della soggettività collettiva influenzati dalla tecnologia. Questi esperimenti speculativi propongono idee su come la vita umana e non umana potrebbe evolvere.



Il titolo della mostra, Variantology, si ispira al concetto di ricerca interdisciplinare introdotto dall’archeologo dei media Siegfried Zielinski, che mette in discussione il progresso tecnologico lineare ed esplora variazioni e alternative alle narrazioni dominanti nella storia della tecnologia e dei media. L’approccio variantologico indaga le relazioni del “deep time” (tempo profondo), osservando come arti, scienze e tecnologie abbiano evoluto insieme, spesso in modi inaspettati, in diverse culture della conoscenza, dall’antichità all’epoca moderna. Unendo un possibile passato a un possibile futuro, mira a comprendere come queste variazioni abbiano modellato il nostro mondo e a sfidare l’idea di un unico percorso corretto di sviluppo. Il ruolo particolarmente significativo di Napoli nella storia dell’alchimia e della tecnologia riveste un’importanza centrale nell’approccio variantologico. Nell’interpretazione di Kurant, le previsioni sul futuro prodotte oggi dalla tecnologia sono intrecciate in una relazione ricorsiva con il mondo, influenzando presente e futuro, indipendentemente dal fatto che si avverino o meno.

19/05/26

Materia di memorie

 


La sala del Quartz Studio ospita un siparo centrale, presagio di una messa scena, di un tempo che inizia e che finisce, allora memorie, ricordi affiorano. 




L'artista Anna Orlowska ci offre le sue, in una chiave fra l'installazione e la fotografia, realizzando un racconto di emozioni e dubbi, materia dello spirito e del cuore. 



18/05/26

Domenico Gnoli a New York



Le opere di Domenico Gnoli arrivano a New York negli spazi della galleria Lévy Gorvy Dayan. Si tratta della più grande mostra di opere dell'artista negli Stati Uniti da oltre cinquant'anni, a seguito della sua celebre personale del 1969 alla Sidney Janis Gallery di New York. Attraverso dipinti, disegni, incisioni, quaderni e lettere, la retrospettiva rappresenta un'importante continuazione dell'eredità di Gnoli in America, dopo la grande retrospettiva a lui dedicata nel 2021-22 alla Fondazione Prada di Milano. Siamo orgogliosi di organizzare questa mostra in collaborazione con la vedova di Gnoli, Yannick Vu, e gli eredi dell'artista, nonché di presentare opere della sorella dell'artista, Mimì Gnoli, e di importanti collezioni private.



Nella sua breve ma prolifica vita, Domenico Gnoli (1933-1970) si affermò come maestro della percezione, creando un corpus di dipinti senza pari per composizione e meticolosa cura dei dettagli. Nato a Roma, iniziò la sua carriera come illustratore e scenografo e costumista, lavorando e viaggiando in tutto il mondo, fino a raggiungere la maturità artistica come pittore nel 1964. I suoi ultimi dipinti ritraggono oggetti di uso quotidiano – tra cui abiti, capelli, letti e divani – ingranditi, frammentati e sospesi. Le tele sono al contempo affascinanti e inquietanti, rivelando segreti della vita contemporanea finora inesplorati.



17/05/26

L'oro di Ersel



Fino al 22 maggio 2026 lo Spazio Ersel di Torino ospita la mostra "The Golden Hour | L’oro nell'arte dal figurativo all’astratto". La mostra sarà poi visionabile anche a Milano dal 5 giugno al 10 luglio 2026. L'esposizione ospita 60 articolate opere accomunate da uno stesso segno e da uno stesso materiale: l’oro.

In ogni epoca l’oro ha trovato una valenza: solenne e devozionale, negli antichi fondi oro è simbolo di eternità; nel contemporaneo acquista una valenza più concettuale e diviene simbolo di preziosità ed opulenza. 


Questa mostra trasversale parte dalla pittura antica e arriva all’arte povera. Si alternano opere realizzate in epoche diverse, dai preziosi lavori su tavola di Sano di Pietro e Zanetto Bugatto, ai monocromi astratti di Armando Marrocco; dalla stravaganza di Luigi Ontani alla leggerezza di Pier Paolo Calzolari, dal paradosso surrealista di Man Ray a quello contemporaneo di Francesco Vezzoli.

La mostra, ad ingresso libero, è aperta al pubblico torinese e milanese tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 17:00.








16/05/26

Bussola di luce



 La  Chambres d’Art della galleria Tucci Russo, in via Davide Bertolotti 2 a Torino.  propone i delicati lavori di è lieta di Linda Carrara .



Prendendo spunto dalla frase di J.W.von Goethe "Wo viel Licht ist, ist starker Schatten” (Dove c’è molta luce, ci sono anche ombre intense) l'artista ha elaborato una serie di lavori ambientali al luogo, stratificando la materia primordiale in una chiave luminosa. 





15/05/26

New York art center



E dopo la Biennale di Venezia è New York a raccogliere il mondano popolo dell'arte contemporanea con una serie di eventi fieristici ma non solo. 

Si inizia con Frieze New York, dal 13 al 17 maggio, presso lo The Shed, poi si avvia Independent, dal 14 al 17 maggio al Pier 36, per proseguire poi col TEFAF New York, dal 15 al 19 maggio, negli spazi del Park Avenue Armory. 

Ma ci sono anche le case d'asta Bonhams, Christie’s, Phillips e Sotheby’s ed eventi più sperimentali come il NADA. Il musei poi hanno mostre di grande prestigio come il Met con Raffaello o il Whitney con la Bienniale 2026.

Via una decina di giorni ricchi di proposte e offerte. 

14/05/26

Corporate Porn da Moitre



 Il collettivo di arte sociale DMAV (Dalla maschera al volto) arriva a Torino con "Corporate Porn. Fenomenologia dell’oscenità organizzativa e tensioni di resistenza" presso la galleria Moitre.

Si tratta di un progetto creativo che attraverso una mostra e una serie di performance, indaga le derive del linguaggio organizzativo contemporaneo e le sue implicazioni sociali, politiche ed emotive tramite linguaggi visivi, performativi e sonori.



Fra video, grafica e sculture si attraversano i linguaggi della comunicazione contemporanea con ironia, giocando con le diverse riflessioni/pensieri che attraverso un lavoro di lettering conquista  per la sua gradevolezza. 



La mostra sarà fruibile fino al 30 giugno 2026, mentre proseguiranno gli interventi performativi.


13/05/26

Una budda a New York

 


A New York sulla High Line allo Spur, fra la 30th St. e la 10th Ave. è stata installata la scultura di Tuan Andrew Nguyen "La luce che brilla attraverso l’Universo" e sarà visibile fino a fine autunno 2027.

Per il quinto High Line Plinth, Tuan Andrew Nguyen presenta The Light That Shines Through the Universe, un monumento alla perdita culturale e allo spirito duraturo. Questa imponente scultura di arenaria di 27 piedi rende omaggio ai Buddha Bamiyan, due statue colossali del VI secolo nell'Afghanistan centrale che sono state tragicamente distrutte dai talebani nel 2001 in un atto di iconoclastia. Ora patrimonio mondiale dell'UNESCO, tutto ciò che rimane sono due nicchie vuote scavate dalla montagna dove un tempo sorgevano le statue. Prima della loro distruzione, i Buddha Bamiyan avevano un profondo significato culturale in una regione che ospitava varie religioni tra cui lo zoroastrismo, il buddismo, l'induismo, anche se l'Afghanistan si è spostato principalmente sull'Islam tra il VII e il X secolo CE. Le due statue monumentali rappresentavano una miscela di culture e l'impatto duraturo dell'economia della Via della Seta, poiché la valle fungeva da punto di incontro influente in Asia centrale, all'incrocio tra rotte commerciali da Cina, India e Persia.

Il titolo dell’opera fa riferimento direttamente all’affettuoso soprannome che le comunità locali hanno usato per il Buddha più grande: “Salsal”, che si traduce in “la luce brilla attraverso l’universo”. La commissione Plinth di Nguyen non è una replica esatta di Salsal, ma piuttosto un’eco, destinata a invocare la memoria di questi tesori culturali perduti. In questo nuovo contesto, il nome sottolinea poeticamente come le statue originali hanno trasceso la loro distruzione fisica per diventare un simbolo costante di vita, guarigione e pace.

La reincarnazione è un motivo ricorrente nel lavoro di Nguyen, presentato come un’idea spirituale e una potente metafora politica. Inerente al modello circolare della reincarnazione è il potenziale che tutti noi potremmo essere interconnessi attraverso vite passate o future. Attraverso questo concetto, l’artista esplora come le ingiustizie del passato persistono e si manifestino nella vita contemporanea, offrendo anche spazio speculativo per immaginare il futuro per le persone, i luoghi o le cose che sono state distrutte o per sempre cambiate dal conflitto. Offuscando i confini tra documentario e fiction, e passato e futuro, Nguyen offre la reincarnazione come quadro per rivisitare la storia e i suoi numerosi affluenti.



L’uso del materiale di Nguyen parla in modo simile a temi di perdita e reincarnazione. In particolare, l’artista guarda all’eredità della guerra del Vietnam (1955 – 1975) e alla continua violenza e trauma che hanno un impatto sulle comunità locali fino ad oggi. Ampiamente considerato il più grande bombardamento aereo della storia umana, la guerra del Vietnam ha lasciato il paese disseminato di bombe, ordigni inesplosi (UXO) - bombe, granate e proiettili di artiglieria che non sono riusciti a far esplodere. Nguyen prende questi simboli di violenza, carichi di storia, li fonde e li rimodella in espressioni di guarigione, resilienza e speranza. Per La luce che brilla attraverso l’Universo, l’artista continua questa forma di alchimia reinventando le mani dei Buddha, perse dopo secoli di tentativi di attacchi iconoclasti, molto prima che le statue fossero completamente distrutte. Fuse dai bossoli in ottone per fare dei mudra, o gesti rituali che significano "senza paura" e "compassione", le mani scintillanti diventano simboli di guarigione ed empatia. Questa aggiunta simile alla protesi richiama anche la perdita degli arti e la continua crisi umanitaria attuata da mine terrestri persistenti e UXO in Vietnam. Lasciando un notevole divario tra le protesi e il corpo, Nguyen suggerisce poeticamente che mentre alcuni danni possono essere irreparabili, c'è ancora speranza e potenziale per guarire la terra, lo spirito e le persone che hanno sperimentato una distruzione tremenda.

"La Luce che brilla attraverso l’Universo" affronta la necessità del ricordo e dell’arte come controforze all’estremismo politico e al nichilismo. Nguyen propone una potente critica dell'iconoclasmo e la cancellazione di diverse identità culturali come arma di guerra e controllo politico. Oggi, mentre continuiamo a lottare con una spinta verso le comunità polarizzanti e la soppressione delle storie dissenzienti, La luce che brilla attraverso l'universo è particolarmente struggente. Torreggiando sulla 10th Avenue, questa figura resuscitata e reimmaginata serve come potente promemoria che la memoria e la nostra umanità condivisa sono il miglior antidoto contro coloro che cercano di rompere e disperdere lo spirito umano.

La pratica artistica di Tuan Andrew Nguyen è radicata nella memoria, nella storia e nell’impatto duraturo del conflitto e della violenza, in particolare nel suo nativo Vietnam. Nelle sue sculture e video, Nguyen presenta narrazioni emarginate o dimenticate, dando voce a coloro le cui esperienze sono state trascurate. Lacuna, o spazio vuoto, è una linea completa profonda, che si tratti di spazi vuoti lasciati nel paesaggio, nei corpi, nei ricordi o in una cultura, a causa della distruzione che deriva dalla guerra, dalla colonizzazione e dalla catastrofe ambientale. Il lavoro risultante serve come piattaforma per il dialogo e la potenziale riparazione, esaminando il residuo spirituale, culturale e fisico lasciato dalla guerra.

12/05/26

Raffaello al MET

 


Se non puoi andare a vedere la stupenda mostra su "Raffaello" al MET, eccoti un bel video per scoprirla. 




11/05/26

L'effetto realista spiazza gli artisti della Biennale


A seguito della dismissione della giuria, per le solite beghe di potere politico che poco hanno a che vedere con la Biennale di Venezia, ma piace molto alle persone che devono far credere di essere impegnate, ora anche gli artisti manifestano il loro snobismo culturale; va bene una giuria dei nostri pari ma il volgo popolo che verrò a vedere non può giudicarci. E così decidono di non essere sottoposti a questa "gogna" di un giudizio realizzato attraverso i visitatori della mostra veneziana. 

E così tutte le pippe culturale, di impegno e di lotta di tutti questi "artisti" svaniscono sotto la realtà dei semplici fatti.

Che strano, gli artisti non si preoccupano se i cari collezionisti, che spendono migliaia di euro per comprare le loro opere, forse sono stati guadagnati con qualche investimento in armamenti, o in società non proprio trasparenti o rispettose dei diritti umano, mentre il popolo, di cui spesso si fanno "paladini non richiesti", che visiteranno l'evento per un semplice piacere "culturale", non possono liberamente esprimere un giudizio forse scevro da interessi di mercato e autentico sul senso del "gusto culturale". 

Questa scelta viene raccontata come sostengo alla posizione presa dalla giuria dimissionaria che non si capisce bene come mai polemizza con la Biennale quando poi alcune di questi hanno lavorato in stati in cui esistono oligarchie religiose che limitano da sempre i diritti universali dell'uomo, svelando come in Europa si possono fare finte polemiche dove ci sono i petrol dollari no. 

Strane bilance che però rivelano sempre più la grande debolezza dell'arte contemporanea e dei suoi attori, ma già tutto questo finto folclore proposto in questa edizione manifesta uno strano sentore di falsità buonista. 

09/05/26

Marcel Duchamp a New York

Veduta dell'installazione di Marcel Duchamp in mostra al Museum of Modern Art di New York, dal 12 aprile al 22 agosto 2026. Foto di Jonathan Dorado © The Museum of Modern Art, New York 


Il secolo scorso ha visto la grande svolta dell'arte che ampia i suoi orizzonti e supera la dimensione del quadro e della scultura per diventare opera globale, l'artefice di tutto ciò è stato l'artista francese Marcel Duchamp.

Fino al 22 Agosto il Museum of Modern Art di New York presenta una importante retrospettiva all'artista, presso gli spazi dello Steven and Alexandra Cohen Center for Special Exhibitions. 


Veduta dell'installazione di Marcel Duchamp in mostra al Museum of Modern Art di New York, dal 12 aprile al 22 agosto 2026. Foto di Jonathan Dorado © The Museum of Modern Art, New York 


Dopo l'ultima grande retrospettiva di Marcel Duchamp (nato in Francia, 1887–1968) che fu nel 1973, co-organizzata dal MoMA e dal Philadelphia Museum of Art; questa nuova mostra offre al pubblico del XXI secolo la prima opportunità di ammirare l'ampiezza della produzione creativa dell'artista. L'esposizione presenterà opere che abbracciano sei decenni della sua poliedrica carriera, spaziando tra tutti i media, tra cui pittura, scultura, cinema, fotografia, disegno e grafica.

Questa iniziativa è realizzata dal Museum of Modern Art di New York e dal Philadelphia Art Museum, con la generosa collaborazione del Centre Pompidou.

La mostra è organizzata da Ann Temkin, curatrice capo Marie-Josée e Henry Kravis per la pittura e la scultura, MoMA; Michelle Kuo, curatrice capo e editrice, MoMA; e Matthew Affron, curatore Muriel e Philip Berman per l'arte moderna, Philadelphia Art Museum; con Alexandra “Lo” Drexelius, assistente curatrice, Dipartimento di pittura e scultura, MoMA; Helena Klevorn, assistente curatrice, Dipartimento del curatore capo, MoMA; Danielle Cooke, assistente alle mostre, Philadelphia Art Museum; e Julia Vázquez, borsista post-dottorato Andrew W. Mellon, Philadelphia Art Museum.


Veduta dell'installazione di Marcel Duchamp in mostra al Museum of Modern Art di New York, dal 12 aprile al 22 agosto 2026. Foto di Jonathan Dorado © The Museum of Modern Art, New York 


08/05/26

Cecilia Vicuña a Rivoli




In questi giorni presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea l'artista  Cecilia Vicuña ha realizzato uno speciale intervento nella Manica Lunga, si tratta del lavoro "El glaciar idovanished glacier / Il ghiacciaio scomparso" . Quest'opera è per la prima mostra personale dell’artista in un museo italiano.  

Nata a Santiago del Cile nel 1948 e oggi residente a New York, Cecilia Vicuña è artista, poetessa e attivista. Femminista ed ecologico, il suo pensiero si focalizza su tematiche legate alla difesa della democrazia, alla libertà d’espressione e a pratiche decoloniali tese alla tutela dell’eredità culturale delle popolazioni indigene. Performance, poesia, disegno, pittura, video, installazioni minime o di scala monumentale compongono il suo universo artistico. Il concetto di precarietà informa l’arte di Vicuña che, dagli esordi negli anni sessanta, conia la definizione “Arte Precario”. Favorendo una terminologia e una pratica priva di retaggi coloniali, l’artista realizza lavori effimeri e partecipativi, spesso fatti con piccoli detriti e materiali trovati, in dialogo creativo con i luoghi e le comunità incontrate.

La mostra al Castello consiste in una nuova commissione ideata da Vicuña per la Manica Lunga. Appositamente progettata per gli spazi longitudinali dell’edificio, l’opera è immaginata dall’artista come un quipu acostado, installazione orizzontale sospesa a più altezze. Appartenenti alle antiche civiltà andine e poi ampiamente utilizzati dagli Inca, i quipu (nodi in lingua Quechua) consistono in corde annodate utilizzate come sistema di registrazione di informazioni, tra cui dati di carattere amministrativo, astronomico, ma anche storico-narrativo. Citando direttamente questa tipologia di manufatti, i quipu contemporanei di Vicuña diventano coinvolgenti installazioni ambientali che attraversano lo spazio e il tempo. Per produrli, l’artista privilegia lane crude e grezze che svolge e assembla realizzando sorprendenti architetture aeree.

Nella Manica Lunga del Castello, il nuovo quipu El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso) è una presenza evocativa della transitorietà, dello scorrere del tempo, del movimento di elementi naturali, come ghiaccio, acqua e vento, e dell’impatto della presenza umana sull’ambiente. La natura partecipativa del quipu è elemento fondamentale che permette al lavoro di divenire “tessitore” di persone e luoghi e la relazione con l’acqua è ricercata da Vicuña quale memoria degli antichi ghiacciai ormai estinti che un tempo dominavano il paesaggio della Valle di Susa dove è collocato il Castello.

La mostra include opere video, portando nel progetto immagini, sonorità e canti che dagli esordi sono parte integrante della pratica dell’artista. Riconoscendo il ruolo di Vicuña nell’ambito della poesia, la mostra include nuovi versi poetici appositamente composti dall’artista e presentati come “poemi a muro”. La mostra sarà accompagnata da una nuova pubblicazione, la prima incentrata sulla lunga ricerca di Vicuña sui ghiacciai.

“A differenza dei quipu antichi – dichiara Marcella Beccaria, curatrice della mostra –, il quipu contemporaneo di Cecilia Vicuña per il Castello di Rivoli non ha nodi, rimandando alla progressiva perdita di memoria e di attenzione nei confronti del mondo che ci ospita. Il progetto guarda a ciò che scompare o è ormai scomparso, riferendosi anche ai desaparecidos, vittime della dittatura cilena, e alla moltitudine di quanti sono stati messi a tacere o eliminati da governi repressivi.”
Questa mostra rappresenta un importante ritorno di Vicuña al Castello, istituzione che ha presentato per la prima volta il suo lavoro in Italia nel 2000, nell’ambito della mostra collettiva Quotidiana.

Il processo di preparazione della mostra ha incluso un’azione collettiva che ha coinvolto le comunità locali in passeggiate e nella raccolta di piccoli materiali residui provenienti dalle sponde dei vicini corsi e bacini d’acqua, come il fiume Dora Riparia e i laghi di Avigliana. Attraverso un workshop in collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, questi materiali hanno preso la forma di un’installazione effimera all’esterno che l’artista ha affidato alla creatività di un gruppo di studentesse.

Si ringrazia l’Amico Benefattore Andrea Zegna per il sostegno e la Città di Rivoli, Città di Avigliana, Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.

07/05/26

Disegnare il gotico


Il fascino del gotico ha attraversato il tempo e ancora oggi lo stile delle antiche cattedrali nord-europee affascinano e conquistano la narrativa contemporanea. 

Che sia un film o un romanzo le ambientazioni gotiche paiono sempre perfette. Ma tutto ciò ha un grande valore tecnico e artistico. 

Se le molto torri delle cattedrali gotiche potevano svettare verso il cielo, era merito dei costruttori che delineavano la loro visione e le loro ambizioni creando sulla carta i progetti pensati. 

L'epoca gotica, nota per le sue strutture imponenti come Notre-Dame a Parigi, ha prodotto alcuni degli edifici più mozzafiato del mondo occidentale. La loro altezza complessiva, le guglie slanciate, gli archi a sesto acuto e gli spazi luminosi rappresentavano una netta rottura con le forme più arrotondate e simili a fortezze del precedente periodo romanico. 




Questi elementi innovativi erano il risultato di una nuova attenzione al processo di progettazione, documentata nei tanti disegni architettonici originali.

La mostra in corso al Met, "Gothic by Design : The Dawn of Architectural Draftsmanship" rivela come maestri muratori e altri artisti iniziarono a visualizzare e comunicare le loro complesse idee per cattedrali e altre strutture di ispirazione architettonica attraverso disegni e, successivamente, stampe. Tra il XIII e il XVI secolo, queste opere d'arte poco conosciute su pergamena e carta divennero un fattore significativo nell'evoluzione stilistica dell'architettura gotica e dell'arte gotica in generale.

Questa rara esposizione di oltre 90 opere d'arte – disegni e stampe, insieme a lavori di oreficeria, elementi architettonici, sculture e dipinti – getta nuova luce sulle scelte artistiche e sulla vasta conoscenza che hanno ispirato la pratica edilizia gotica. Scoprite la visione, l'immaginazione e la maestria artistica racchiuse nei progetti accuratamente elaborati dagli architetti medievali e dagli altri artisti dell'epoca.

La mostra è visitabile a Met Fifth AvenueGallerie 691–693 fino al 19 luglio
Gratuito con il biglietto del museo.

La mostra è resa possibile grazie al Placido Arango Fund e al Gail and Parker Gilbert Fund.
Ulteriore supporto è fornito dalla Schiff Foundation, da Gilbert e Ildiko Butler e dal Michael and Patricia O'Neill Charitable Fund. Il catalogo è stato realizzato grazie al Fondo Diane W. e James E. Burke. Ulteriore supporto è fornito da Hubert e Mireille Goldschmidt, e da Ann M. Spruill e Daniel H. Cantwell.






06/05/26

Banksy monument ...


Come sempre quando compare un lavoro di Banksy l'evento diventa virale, ma sempre più ciò pare molto noioso e ormai alquanto ripetitivo. Le opere sempre più paiono deboli e rapidamente dimenticate. 

L'opera appena "proposta" nel solito spazio pubblico è una scultura in Waterloo Place, nel cuore di Londra.  Una figura il cui volto è nascosto da una bandiera, relativo video che si può vedere sul suo profilo 

Un'idea che lega la rappresentanza con l'anonimato, un lavoro gradevole, che ora vedremo se durerà o come si suppone sarà rimosso, ma chi ne sarà il proprietario (lo stato, un museo, si venderò …).

Il gioco sta perdendo smalto e diventa alquanto monotono. 

05/05/26

Edward Weston a Torino da Camera



Edward Weston è stato il primo fotografo che ho scoperto come "artista" tanti anni fa a Venezia, era a Palazzo Fortuny, se mi ricordo bene, forse 1982. Mi ricordo i suo peperoni, intensi, magmatici, ora li rivedo a Torino presso Camera, e rimangono sempre così meravigliosi. 

La mostra "Edward Weston. La materia delle forme" è organizzata  con la Fundación Mapfre che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.

Fino al 2 giugno 2026, è possibile godere di questi storici scatti nell’esposizione che riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.




L'esposizione Curata da Sérgio Mah, ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.




Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.




La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore e da un programma di iniziative di educazione all’immagine rivolte a pubblici diversi per età e formazione.



04/05/26

Ci sono dei colpevoli? Forse i curator* e i critic* …


In questi giorni si è accesa un’ampia polemica sulla mancanza di presenze di artisti italiani nei grandi eventi, come la Biennale, Manifesta e tante altre occasioni.

Ho letto diversi articoli, quasi tutti di curator*/critic* che si lamentano del sistema, delle risorse, che mancano strutture…  personalmente penso che i primi artefici di queste assenze siano proprio i curator*/critic* che in questi anni non fanno un vero lavoro di ricerca dei fermenti artistici territoriali ma troppo spesso si fermano alla cerchia dei contatti artistici minima, molto spesso già legati a gallerie. 

Per non dire poi che nonostante ci siano diversi musei dedicati all’arte moderna (ad esempio le GAM) e contemporanea, rarissimamente si vedono programmazioni, dei curator*/critic*, dedicate agli artisti che operano nel territorio. Rassegne che potrebbero raccontare delle presenze e dei percorsi, perché solo rendendo visibile il vero fermento si potrà intercettare voci innovative e fresche. Via la mia impressione e che di artisti ce ne siano, ma pare che nessuno voglia vederli.

Sappiamo di come invece si preferisca fra i tanti attori (curator*/critic*) fare una gestione più superficiale e di facile consenso evitando rischi e coraggiose proposte che escano dalle solite mostre algide e noiose. Da anni poi purtroppo ci sono curator*/critic* italiani che nelle loro programmazioni propongono sempre i soliti moduli banali e ovvi di allestimenti e di artisti, che giustamente non producono interesse e attenzione.  

A tutto ciò si aggiunge lo spirito esterofilo. Se una volta c’era forse uno sguardo “troppo” regionalistico (da cui comunque emergevano eccellenze e novità) ora si preferisce uno sguardo straniero, dove ad iniziare dalla gallerie per arrivare ai diversi musei, coordinati dai curator*/critic*,  si accettano proposte spesso di dubbia qualità che provengono da mediocri artisti stranieri ma già comunque “autenticati” da enti stranieri, anche nella speranza di poter poi trovare un canale per la propria professionalità curatoriale in ambito internazionale, in parte anche comprensibile ma che poi alla fine sfocia in una banalissimo lavoro da piazzista.

Se all’estero si vedono annualmente mostre dedicate alle espressioni artistiche del territorio, una per tutti la classica rassegna del Whitney, qui raramente si vede un impegno reale alla visibilità di giovani voci espressive. Si preferiscono creare apparati spesso molto costosi ma poco produttivi, come le residenze, i corsi .... Tanta fuffa dagli alti costi, che serve più a far sopravvivere i pochi fortunati che entrano nei giri dei curator*/critic*, che sono poi i gestori di queste strutture.

Sicuramente anche il clima culturale oramai è cambiato, se una volta le espressioni artistiche erano motivate da urgenze culturali molto di quello che oggi si vede, spesso mascherato da impegno “culturale”, sono più funzionali all’idea di oggetto da consumo, sia per la bassa professionalità degli attori (dagli artist* ai curator*/critici*) sia anche da parte dei collezionisti più interessati a seguire delle mode che avere delle proprie passioni ponderate. 

Concludo pensando poi al ruolo dell’ IA che sta mutando tutte le professionalità, chissà quali fantastici testi scriverà per realizzare la curatela di una mostra!


Ora ho provato a fare una richiesta ... e vedete che "bel" risultato ha prodotto:


Scrivimi un testo critico per una mostra di arte contemporanea in cui l'opera è un casco di banane ?

Risultato:

Titolo: L'Urgenza del Deperibile: Oltre la Buccia

In un’epoca dominata dall’ossessione per l’archiviazione digitale e la permanenza del dato, la scelta di esporre un casco di banane si pone come un atto di resistenza radicale. L’opera non è un oggetto, ma un processo.

A prima vista, il richiamo al Pop e alla celebre firma di Warhol è inevitabile, così come l’eco della provocazione situazionista di Cattelan. Tuttavia, qui l’artista sposta il baricentro: non c’è nastro adesivo a bloccare il movimento, né una stilizzazione grafica a renderlo icona eterna. C’è solo la materia nel suo divenire.

Il casco di banane occupa lo spazio bianco della galleria con una prepotenza organica. Rappresenta la "natura morta" che si rifiuta di stare immobile: mentre lo spettatore osserva, l’opera muta. Il giallo vibrante vira verso il bruno, il profumo si fa pungente, la consistenza cede. È un memento mori commestibile che ci interroga sul valore della merce e sulla fragilità dei sistemi di consumo globalizzati.

Esponendo un frutto così comune, quasi banale, l'artista spoglia l'arte della sua aura sacrale per restituirle una dimensione biologica. Siamo di fronte a un'estetica dell'entropia: la bellezza non risiede nella perfezione formale, ma nella sincerità del decadimento. In questo "count-down" verso l'organico, il casco di banane diventa uno specchio della nostra stessa impermanenza, ricordandoci che l'unica vera forma di possesso è l'esperienza del momento.
 
 

03/05/26

Lida Abdul da Persano




 A Torino la Galleria Giorgio Persano propone la mostra " We do not want to become legendary because we’ll disappear", una personale di Lida Abdul. L’esposizione esplora il tema dell’identità, in tensione tra memoria e oblio, attraverso una serie di lavori fotografici concepiti a Kabul dal 2005 al 2013.



Una ricerca fotografica che manifesta con gli interventi Lida Abdul  la complessa relazione fra le economie e la società, manifestando il dolore che si produce e che colpisce intere popolazioni del mondo. 




In particolare il lungo e delicato lavoro "Time, Love and the Workings of Anti-Love II (2013-2017)" esprime un'emozione di spaesamento temporale e morale, in cui la vita umana pare sospesa fra la testimonianza e il suo ricordo di esistenza. 

02/05/26

I corpi viventi di Michelangelo e Rodin




Il Louvre ci offre una stupenda comparazione artistica fra due dei più importanti scultori di tutti i tempi, il sublime Michelangelo e il magnifico Rodin.

Fino al 12 Luglio è possibile vedere un diretto dialogo fra i due maestri ineguagliabili della scultura occidentale che dialogano attraverso i secoli. Le loro opere, che incarnano la forza del corpo e la profondità dell'anima, si incontrano in un confronto senza precedenti, in cui emergono continuità e rotture.


Organizzata in cinque sezioni – Due artisti mitici; Natura e antichità: reinventare il modello; Non finito  ; Corpo e anima; Energia e vita – la mostra riunisce marmi, bronzi, gessi, sculture in terracotta, calchi e una ricca collezione di opere grafiche. L'esposizione sottolinea le sfide formali e concettuali che conducono a un obiettivo comune: rendere visibile l'energia interiore del corpo.

Il corpo appare sia come involucro che come pelle dell'anima, materia vivente soggetta al tempo e al gesto. La mostra esplora anche l'eredità di questi gesti, come la riscrittura dell'antichità e l'uso del corpo hanno preparato il terreno per le rotture nel XX secolo. Evidenziando connessioni, prestiti e reinterpretazioni, la mostra offre una lettura sensibile dei miti di questi due geni e ci invita a ripensare la scultura non come un elemento che "crea forma", ma come un laboratorio di innovazione artistica.




L'esposizione è stata seguita da Chloé Ariot, curatrice del patrimonio presso il Museo Rodin., e da Marc Bormand, curatore capo del patrimonio, dipartimento di sculture, Museo del Louvre. 

L'evento è stato reso possibile grazie alla collaborazione fra il Museo del Louvre e il Museo Rodin , col prezioso supporto di Bank of America, sponsor principale , Kinoshita Group e dalla Fondazione Placoplatre .