In questi giorni si è accesa un’ampia polemica sulla mancanza di presenze di artisti italiani nei grandi eventi, come la Biennale, Manifesta e tante altre occasioni.
Ho letto diversi articoli, quasi tutti di curator*/critic* che si lamentano del sistema, delle risorse, che mancano strutture… personalmente penso che i primi artefici di queste assenze siano proprio i curator*/critic* che in questi anni non fanno un vero lavoro di ricerca dei fermenti artistici territoriali ma troppo spesso si fermano alla cerchia dei contatti artistici minima, molto spesso già legati a gallerie.
Per non dire poi che nonostante ci siano diversi musei dedicati all’arte moderna (ad esempio le GAM) e contemporanea, rarissimamente si vedono programmazioni, dei curator*/critic*, dedicate agli artisti che operano nel territorio. Rassegne che potrebbero raccontare delle presenze e dei percorsi, perché solo rendendo visibile il vero fermento si potrà intercettare voci innovative e fresche. Via la mia impressione e che di artisti ce ne siano, ma pare che nessuno voglia vederli.
Sappiamo di come invece si preferisca fra i tanti attori (curator*/critic*) fare una gestione più superficiale e di facile consenso evitando rischi e coraggiose proposte che escano dalle solite mostre algide e noiose. Da anni poi purtroppo ci sono curator*/critic* italiani che nelle loro programmazioni propongono sempre i soliti moduli banali e ovvi di allestimenti e di artisti, che giustamente non producono interesse e attenzione.
A tutto ciò si aggiunge lo spirito esterofilo. Se una volta c’era forse uno sguardo “troppo” regionalistico (da cui comunque emergevano eccellenze e novità) ora si preferisce uno sguardo straniero, dove ad iniziare dalla gallerie per arrivare ai diversi musei, coordinati dai curator*/critic*, si accettano proposte spesso di dubbia qualità che provengono da mediocri artisti stranieri ma già comunque “autenticati” da enti stranieri, anche nella speranza di poter poi trovare un canale per la propria professionalità curatoriale in ambito internazionale, in parte anche comprensibile ma che poi alla fine sfocia in una banalissimo lavoro da piazzista.
Se all’estero si vedono annualmente mostre dedicate alle espressioni artistiche del territorio, una per tutti la classica rassegna del Whitney, qui raramente si vede un impegno reale alla visibilità di giovani voci espressive. Si preferiscono creare apparati spesso molto costosi ma poco produttivi, come le residenze, i corsi .... Tanta fuffa dagli alti costi, che serve più a far sopravvivere i pochi fortunati che entrano nei giri dei curator*/critic*, che sono poi i gestori di queste strutture.
Sicuramente anche il clima culturale oramai è cambiato, se una volta le espressioni artistiche erano motivate da urgenze culturali molto di quello che oggi si vede, spesso mascherato da impegno “culturale”, sono più funzionali all’idea di oggetto da consumo, sia per la bassa professionalità degli attori (dagli artist* ai curator*/critici*) sia anche da parte dei collezionisti più interessati a seguire delle mode che avere delle proprie passioni ponderate.
Concludo pensando poi al ruolo dell’ IA che sta mutando tutte le professionalità, chissà quali fantastici testi scriverà per realizzare la curatela di una mostra!