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08/05/26

Cecilia Vicuña a Rivoli




In questi giorni presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea l'artista  Cecilia Vicuña ha realizzato uno speciale intervento nella Manica Lunga, si tratta del lavoro "El glaciar idovanished glacier / Il ghiacciaio scomparso" . Quest'opera è per la prima mostra personale dell’artista in un museo italiano.  

Nata a Santiago del Cile nel 1948 e oggi residente a New York, Cecilia Vicuña è artista, poetessa e attivista. Femminista ed ecologico, il suo pensiero si focalizza su tematiche legate alla difesa della democrazia, alla libertà d’espressione e a pratiche decoloniali tese alla tutela dell’eredità culturale delle popolazioni indigene. Performance, poesia, disegno, pittura, video, installazioni minime o di scala monumentale compongono il suo universo artistico. Il concetto di precarietà informa l’arte di Vicuña che, dagli esordi negli anni sessanta, conia la definizione “Arte Precario”. Favorendo una terminologia e una pratica priva di retaggi coloniali, l’artista realizza lavori effimeri e partecipativi, spesso fatti con piccoli detriti e materiali trovati, in dialogo creativo con i luoghi e le comunità incontrate.

La mostra al Castello consiste in una nuova commissione ideata da Vicuña per la Manica Lunga. Appositamente progettata per gli spazi longitudinali dell’edificio, l’opera è immaginata dall’artista come un quipu acostado, installazione orizzontale sospesa a più altezze. Appartenenti alle antiche civiltà andine e poi ampiamente utilizzati dagli Inca, i quipu (nodi in lingua Quechua) consistono in corde annodate utilizzate come sistema di registrazione di informazioni, tra cui dati di carattere amministrativo, astronomico, ma anche storico-narrativo. Citando direttamente questa tipologia di manufatti, i quipu contemporanei di Vicuña diventano coinvolgenti installazioni ambientali che attraversano lo spazio e il tempo. Per produrli, l’artista privilegia lane crude e grezze che svolge e assembla realizzando sorprendenti architetture aeree.

Nella Manica Lunga del Castello, il nuovo quipu El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso) è una presenza evocativa della transitorietà, dello scorrere del tempo, del movimento di elementi naturali, come ghiaccio, acqua e vento, e dell’impatto della presenza umana sull’ambiente. La natura partecipativa del quipu è elemento fondamentale che permette al lavoro di divenire “tessitore” di persone e luoghi e la relazione con l’acqua è ricercata da Vicuña quale memoria degli antichi ghiacciai ormai estinti che un tempo dominavano il paesaggio della Valle di Susa dove è collocato il Castello.

La mostra include opere video, portando nel progetto immagini, sonorità e canti che dagli esordi sono parte integrante della pratica dell’artista. Riconoscendo il ruolo di Vicuña nell’ambito della poesia, la mostra include nuovi versi poetici appositamente composti dall’artista e presentati come “poemi a muro”. La mostra sarà accompagnata da una nuova pubblicazione, la prima incentrata sulla lunga ricerca di Vicuña sui ghiacciai.

“A differenza dei quipu antichi – dichiara Marcella Beccaria, curatrice della mostra –, il quipu contemporaneo di Cecilia Vicuña per il Castello di Rivoli non ha nodi, rimandando alla progressiva perdita di memoria e di attenzione nei confronti del mondo che ci ospita. Il progetto guarda a ciò che scompare o è ormai scomparso, riferendosi anche ai desaparecidos, vittime della dittatura cilena, e alla moltitudine di quanti sono stati messi a tacere o eliminati da governi repressivi.”
Questa mostra rappresenta un importante ritorno di Vicuña al Castello, istituzione che ha presentato per la prima volta il suo lavoro in Italia nel 2000, nell’ambito della mostra collettiva Quotidiana.

Il processo di preparazione della mostra ha incluso un’azione collettiva che ha coinvolto le comunità locali in passeggiate e nella raccolta di piccoli materiali residui provenienti dalle sponde dei vicini corsi e bacini d’acqua, come il fiume Dora Riparia e i laghi di Avigliana. Attraverso un workshop in collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, questi materiali hanno preso la forma di un’installazione effimera all’esterno che l’artista ha affidato alla creatività di un gruppo di studentesse.

Si ringrazia l’Amico Benefattore Andrea Zegna per il sostegno e la Città di Rivoli, Città di Avigliana, Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.

07/05/26

Disegnare il gotico


Il fascino del gotico ha attraversato il tempo e ancora oggi lo stile delle antiche cattedrali nord-europee affascinano e conquistano la narrativa contemporanea. 

Che sia un film o un romanzo le ambientazioni gotiche paiono sempre perfette. Ma tutto ciò ha un grande valore tecnico e artistico. 

Se le molto torri delle cattedrali gotiche potevano svettare verso il cielo, era merito dei costruttori che delineavano la loro visione e le loro ambizioni creando sulla carta i progetti pensati. 

L'epoca gotica, nota per le sue strutture imponenti come Notre-Dame a Parigi, ha prodotto alcuni degli edifici più mozzafiato del mondo occidentale. La loro altezza complessiva, le guglie slanciate, gli archi a sesto acuto e gli spazi luminosi rappresentavano una netta rottura con le forme più arrotondate e simili a fortezze del precedente periodo romanico. 




Questi elementi innovativi erano il risultato di una nuova attenzione al processo di progettazione, documentata nei tanti disegni architettonici originali.

La mostra in corso al Met, "Gothic by Design : The Dawn of Architectural Draftsmanship" rivela come maestri muratori e altri artisti iniziarono a visualizzare e comunicare le loro complesse idee per cattedrali e altre strutture di ispirazione architettonica attraverso disegni e, successivamente, stampe. Tra il XIII e il XVI secolo, queste opere d'arte poco conosciute su pergamena e carta divennero un fattore significativo nell'evoluzione stilistica dell'architettura gotica e dell'arte gotica in generale.

Questa rara esposizione di oltre 90 opere d'arte – disegni e stampe, insieme a lavori di oreficeria, elementi architettonici, sculture e dipinti – getta nuova luce sulle scelte artistiche e sulla vasta conoscenza che hanno ispirato la pratica edilizia gotica. Scoprite la visione, l'immaginazione e la maestria artistica racchiuse nei progetti accuratamente elaborati dagli architetti medievali e dagli altri artisti dell'epoca.

La mostra è visitabile a Met Fifth AvenueGallerie 691–693 fino al 19 luglio
Gratuito con il biglietto del museo.

La mostra è resa possibile grazie al Placido Arango Fund e al Gail and Parker Gilbert Fund.
Ulteriore supporto è fornito dalla Schiff Foundation, da Gilbert e Ildiko Butler e dal Michael and Patricia O'Neill Charitable Fund. Il catalogo è stato realizzato grazie al Fondo Diane W. e James E. Burke. Ulteriore supporto è fornito da Hubert e Mireille Goldschmidt, e da Ann M. Spruill e Daniel H. Cantwell.






06/05/26

Banksy monument ...


Come sempre quando compare un lavoro di Banksy l'evento diventa virale, ma sempre più ciò pare molto noioso e ormai alquanto ripetitivo. Le opere sempre più paiono deboli e rapidamente dimenticate. 

L'opera appena "proposta" nel solito spazio pubblico è una scultura in Waterloo Place, nel cuore di Londra.  Una figura il cui volto è nascosto da una bandiera, relativo video che si può vedere sul suo profilo 

Un'idea che lega la rappresentanza con l'anonimato, un lavoro gradevole, che ora vedremo se durerà o come si suppone sarà rimosso, ma chi ne sarà il proprietario (lo stato, un museo, si venderò …).

Il gioco sta perdendo smalto e diventa alquanto monotono. 

05/05/26

Edward Weston a Torino da Camera



Edward Weston è stato il primo fotografo che ho scoperto come "artista" tanti anni fa a Venezia, era a Palazzo Fortuny, se mi ricordo bene, forse 1982. Mi ricordo i suo peperoni, intensi, magmatici, ora li rivedo a Torino presso Camera, e rimangono sempre così meravigliosi. 

La mostra "Edward Weston. La materia delle forme" è organizzata  con la Fundación Mapfre che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.

Fino al 2 giugno 2026, è possibile godere di questi storici scatti nell’esposizione che riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.




L'esposizione Curata da Sérgio Mah, ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.




Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.




La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore e da un programma di iniziative di educazione all’immagine rivolte a pubblici diversi per età e formazione.



04/05/26

Ci sono dei colpevoli? Forse i curator* e i critic* …


In questi giorni si è accesa un’ampia polemica sulla mancanza di presenze di artisti italiani nei grandi eventi, come la Biennale, Manifesta e tante altre occasioni.

Ho letto diversi articoli, quasi tutti di curator*/critic* che si lamentano del sistema, delle risorse, che mancano strutture…  personalmente penso che i primi artefici di queste assenze siano proprio i curator*/critic* che in questi anni non fanno un vero lavoro di ricerca dei fermenti artistici territoriali ma troppo spesso si fermano alla cerchia dei contatti artistici minima, molto spesso già legati a gallerie. 

Per non dire poi che nonostante ci siano diversi musei dedicati all’arte moderna (ad esempio le GAM) e contemporanea, rarissimamente si vedono programmazioni, dei curator*/critic*, dedicate agli artisti che operano nel territorio. Rassegne che potrebbero raccontare delle presenze e dei percorsi, perché solo rendendo visibile il vero fermento si potrà intercettare voci innovative e fresche. Via la mia impressione e che di artisti ce ne siano, ma pare che nessuno voglia vederli.

Sappiamo di come invece si preferisca fra i tanti attori (curator*/critic*) fare una gestione più superficiale e di facile consenso evitando rischi e coraggiose proposte che escano dalle solite mostre algide e noiose. Da anni poi purtroppo ci sono curator*/critic* italiani che nelle loro programmazioni propongono sempre i soliti moduli banali e ovvi di allestimenti e di artisti, che giustamente non producono interesse e attenzione.  

A tutto ciò si aggiunge lo spirito esterofilo. Se una volta c’era forse uno sguardo “troppo” regionalistico (da cui comunque emergevano eccellenze e novità) ora si preferisce uno sguardo straniero, dove ad iniziare dalla gallerie per arrivare ai diversi musei, coordinati dai curator*/critic*,  si accettano proposte spesso di dubbia qualità che provengono da mediocri artisti stranieri ma già comunque “autenticati” da enti stranieri, anche nella speranza di poter poi trovare un canale per la propria professionalità curatoriale in ambito internazionale, in parte anche comprensibile ma che poi alla fine sfocia in una banalissimo lavoro da piazzista.

Se all’estero si vedono annualmente mostre dedicate alle espressioni artistiche del territorio, una per tutti la classica rassegna del Whitney, qui raramente si vede un impegno reale alla visibilità di giovani voci espressive. Si preferiscono creare apparati spesso molto costosi ma poco produttivi, come le residenze, i corsi .... Tanta fuffa dagli alti costi, che serve più a far sopravvivere i pochi fortunati che entrano nei giri dei curator*/critic*, che sono poi i gestori di queste strutture.

Sicuramente anche il clima culturale oramai è cambiato, se una volta le espressioni artistiche erano motivate da urgenze culturali molto di quello che oggi si vede, spesso mascherato da impegno “culturale”, sono più funzionali all’idea di oggetto da consumo, sia per la bassa professionalità degli attori (dagli artist* ai curator*/critici*) sia anche da parte dei collezionisti più interessati a seguire delle mode che avere delle proprie passioni ponderate. 

Concludo pensando poi al ruolo dell’ IA che sta mutando tutte le professionalità, chissà quali fantastici testi scriverà per realizzare la curatela di una mostra!


Ora ho provato a fare una richiesta ... e vedete che "bel" risultato ha prodotto:


Scrivimi un testo critico per una mostra di arte contemporanea in cui l'opera è un casco di banane ?

Risultato:

Titolo: L'Urgenza del Deperibile: Oltre la Buccia

In un’epoca dominata dall’ossessione per l’archiviazione digitale e la permanenza del dato, la scelta di esporre un casco di banane si pone come un atto di resistenza radicale. L’opera non è un oggetto, ma un processo.

A prima vista, il richiamo al Pop e alla celebre firma di Warhol è inevitabile, così come l’eco della provocazione situazionista di Cattelan. Tuttavia, qui l’artista sposta il baricentro: non c’è nastro adesivo a bloccare il movimento, né una stilizzazione grafica a renderlo icona eterna. C’è solo la materia nel suo divenire.

Il casco di banane occupa lo spazio bianco della galleria con una prepotenza organica. Rappresenta la "natura morta" che si rifiuta di stare immobile: mentre lo spettatore osserva, l’opera muta. Il giallo vibrante vira verso il bruno, il profumo si fa pungente, la consistenza cede. È un memento mori commestibile che ci interroga sul valore della merce e sulla fragilità dei sistemi di consumo globalizzati.

Esponendo un frutto così comune, quasi banale, l'artista spoglia l'arte della sua aura sacrale per restituirle una dimensione biologica. Siamo di fronte a un'estetica dell'entropia: la bellezza non risiede nella perfezione formale, ma nella sincerità del decadimento. In questo "count-down" verso l'organico, il casco di banane diventa uno specchio della nostra stessa impermanenza, ricordandoci che l'unica vera forma di possesso è l'esperienza del momento.
 
 

03/05/26

Lida Abdul da Persano




 A Torino la Galleria Giorgio Persano propone la mostra " We do not want to become legendary because we’ll disappear", una personale di Lida Abdul. L’esposizione esplora il tema dell’identità, in tensione tra memoria e oblio, attraverso una serie di lavori fotografici concepiti a Kabul dal 2005 al 2013.



Una ricerca fotografica che manifesta con gli interventi Lida Abdul  la complessa relazione fra le economie e la società, manifestando il dolore che si produce e che colpisce intere popolazioni del mondo. 




In particolare il lungo e delicato lavoro "Time, Love and the Workings of Anti-Love II (2013-2017)" esprime un'emozione di spaesamento temporale e morale, in cui la vita umana pare sospesa fra la testimonianza e il suo ricordo di esistenza. 

02/05/26

I corpi viventi di Michelangelo e Rodin




Il Louvre ci offre una stupenda comparazione artistica fra due dei più importanti scultori di tutti i tempi, il sublime Michelangelo e il magnifico Rodin.

Fino al 12 Luglio è possibile vedere un diretto dialogo fra i due maestri ineguagliabili della scultura occidentale che dialogano attraverso i secoli. Le loro opere, che incarnano la forza del corpo e la profondità dell'anima, si incontrano in un confronto senza precedenti, in cui emergono continuità e rotture.


Organizzata in cinque sezioni – Due artisti mitici; Natura e antichità: reinventare il modello; Non finito  ; Corpo e anima; Energia e vita – la mostra riunisce marmi, bronzi, gessi, sculture in terracotta, calchi e una ricca collezione di opere grafiche. L'esposizione sottolinea le sfide formali e concettuali che conducono a un obiettivo comune: rendere visibile l'energia interiore del corpo.

Il corpo appare sia come involucro che come pelle dell'anima, materia vivente soggetta al tempo e al gesto. La mostra esplora anche l'eredità di questi gesti, come la riscrittura dell'antichità e l'uso del corpo hanno preparato il terreno per le rotture nel XX secolo. Evidenziando connessioni, prestiti e reinterpretazioni, la mostra offre una lettura sensibile dei miti di questi due geni e ci invita a ripensare la scultura non come un elemento che "crea forma", ma come un laboratorio di innovazione artistica.




L'esposizione è stata seguita da Chloé Ariot, curatrice del patrimonio presso il Museo Rodin., e da Marc Bormand, curatore capo del patrimonio, dipartimento di sculture, Museo del Louvre. 

L'evento è stato reso possibile grazie alla collaborazione fra il Museo del Louvre e il Museo Rodin , col prezioso supporto di Bank of America, sponsor principale , Kinoshita Group e dalla Fondazione Placoplatre .


01/05/26

Rosy Simas al Walker

 

Al Walker Art Center è in corso la mostra di  Rosy Simas creata in collaborazione con un team di artisti,  A:gajë:gwah dësa'nigöëwë:nye:' (spero che ti stimoli la mente)  che mette in primo piano la nozione seneca di "mente buona". Radicata nella pratica intenzionale di Rosy Simas (Nazione Seneca degli Indiani, clan dell'Airone), questa mostra transdisciplinare intreccia immagini in movimento, suoni e sculture. Combina materiali come stoffa dei trattati, pelle di cervo e tradizionali bottiglie intrecciate con foglie di mais in uno spazio dedicato alla contemplazione e alla riflessione.

Per Simas, l'installazione funge sia da rappresentazione fisica della sua famiglia sia da riflesso della filosofia Hodinöšyö:nih. Citando lo scrittore Anishinaabe Gerald Vizenor, Simas descrive ogni elemento della mostra come un atto di "sopravvivenza", un riflesso dei modelli circolari di protezione tra lei e i suoi antenati. Integrando un'ampia ricerca con l'esperienza vissuta,  A:gajë:gwah dësa'nigöëwë:nye:'  promuove la pace e il benessere della comunità in un'epoca di politica spietata, razzismo e intolleranza.




Questa mostra rappresenta il culmine della residenza interdisciplinare biennale di Simas presso il Walker. Altri elementi includono un'importante  nuova opera di danza commissionata  appositamente, che debutterà al McGuire Theater nel maggio 2026, e una serie di eventi di coinvolgimento della comunità che si svolgeranno durante tutto il periodo di apertura della mostra. 

30/04/26

Turner Prize 2026

 
MIMA, Centre Square, Middlesbrough (immagine di Rachel Deakin, per gentile concessione di MIMA) 

Il Turner Prize 2026, alla sua 42 edizione, presenta i quattro finalisti del premio, che sono: Simeon Barclay, Kira Freije, Marguerite Humeau e Tanoa Sasraku.


Quest'anno le opere saranno presentate presso il MIMA a Middlesbrough, dal 26 settembre 2026 al 29 marzo 2027, un premio che da sempre si caratterizza per la capacità di seguire e promuovere gli artisti che inglesi o che operano in Gran Bretagna alle prime arme. 


CS

Simone Barclay

Nominato per la sua performance The Ruin , commissionata dal Roberts Institute of Art e presentata anche all'Institute of Contemporary Arts (ICA) di Londra, all'Hepworth Wakefield nel West Yorkshire e al New Art Exchange di Nottingham. La performance di spoken word della durata di un'ora, con percussioni dal vivo di James Larter e corno di Isaac Shieh, trae ispirazione dalla sua infanzia a Huddersfield e dalla sua esperienza diretta del paesaggio industriale del nord dell'Inghilterra. La giuria ha elogiato la performance d'esordio di Barclay per la sua esplorazione dell'identità britannica, della classe sociale, della razza e dell'identità maschile, attraverso un uso evocativo e sperimentale del linguaggio e un paesaggio sonoro psicologicamente coinvolgente.





Roberts Institute of Arts presents Simeon Barclay, The Ruin, The Hepworth Wakefield., May 2025. Photo_ Peter Rupschl. Courtesy of the Artist & Workplace

Kira Freije

Nominata per la sua prima importante mostra personale, "Unspeak the Chorus" presso The Hepworth Wakefield, nel West Yorkshire, Freije utilizza metallo, tessuto e materiali di recupero per creare sculture che esplorano le emozioni umane universali. Il suo tableau teatrale presenta figure a grandezza naturale costruite con armature metalliche a vista e volti espressivi in ​​pietra fusa in pose che sono al contempo inquietanti e bellissime. La giuria ha elogiato la profondità emotiva del lavoro di Freije, evidenziando il suo vocabolario scultoreo unico di materiali e forme, nonché il modo suggestivo ed espressivo in cui ha trasformato lo spazio attraverso la disposizione delle figure.


Installation view of Kira Freije_ Unspeak the Chorus, The Hepworth Wakefield, November 2025. Photo © Lewis Ronald.


Margherita Humeau

Nominata per la sua mostra personale Torches, presentata all'ARKEN Museum of Contemporary Art di Copenaghen e all'HAM Helsinki Art Museum, l'opera di Humeau esplora la formazione della vita, la storia antica dell'umanità e mondi futuri immaginari. Le sue sculture combinano riferimenti a specifiche specie naturali e forme ultraterrene, immerse in un ciclo continuo di luce e suono. L'installazione esprime una profonda affinità con il mondo naturale, adottando una prospettiva ecocentrica piuttosto che antropocentrica. La giuria è rimasta colpita dalla sua capacità di realizzare l'allestimento cinematografico e dal suo approccio a temi ecologici ed esistenziali attraverso forme innovative, scenari speculativi e dinamici cambiamenti di scala.


 Marguerite Humeau, “Torches” at ARKEN Museum, 2025 © Marguerite Humeau. Photography by Mathilde Agius. Courtesy of the artist


Tanoa Sasraku

Nominata per la sua mostra personale Morale Patch presso l'Institute of Contemporary Arts (ICA) di Londra. L'installazione esplora idee geopolitiche attraverso sculture-oggetto e opere su carta. La mostra si concentra sulla storia politica e militare recente del petrolio attraverso un'installazione altamente concettuale che prende in prestito il linguaggio visivo del mondo aziendale. La giuria ha elogiato la precisione e la raffinatezza dell'installazione, sottolineando come affronti complesse questioni storiche con forti risonanze contemporanee e il suo utilizzo di un allestimento clinico e minimalista che trasmette al contempo ironia e serietà.


Tanoa Sasraku, Morale Patch installation view, Institute of Contemporary Arts, London, 2025-26. Image © Jack Elliot Edwards, courtesy the artist and Vardaxoglou Gallery, London. 


Il Turner Prize, uno dei premi più prestigiosi al mondo per le arti visive, si propone di promuovere il dibattito pubblico sui nuovi sviluppi dell'arte britannica contemporanea. Istituito nel 1984, il premio prende il nome dal pittore radicale JMW Turner (1775-1851) e viene assegnato ogni anno a un artista britannico per una mostra o altra presentazione eccezionale della sua opera. Il vincitore del Turner Prize riceverà un premio di 25.000 sterline, mentre gli altri artisti finalisti riceveranno 10.000 sterline ciascuno.


La Tate Britain collabora frequentemente con musei e gallerie in tutto il Regno Unito per portare il Turner Prize al pubblico più ampio possibile. Dal 2011 la mostra è stata allestita a Gateshead, Derry-Londonderry, Glasgow, Hull, Margate, Coventry, Liverpool, Eastbourne e Bradford. Il premio è un pilastro del dinamico programma di collaborazioni nazionali della Tate, che comprende anche mostre itineranti, progetti di ricerca e il prestito di centinaia di opere d'arte a sedi britanniche, dove vengono ammirate da oltre 3 milioni di persone all'anno.


Alex Farquharson, direttore della Tate Britain e presidente della giuria del Turner Prize, ha dichiarato: "È un privilegio annunciare questa straordinaria rosa di finalisti: congratulazioni a tutti e quattro gli artisti nominati. Il Turner Prize continua a offrire al pubblico un'avvincente riflessione sull'ampiezza e la vitalità dell'arte britannica contemporanea. La selezione di quest'anno presenta una gamma ricca e diversificata di opere, che spaziano tra installazioni e performance, con una forte enfasi sulla pratica scultorea. Ogni artista ci invita in scenari attentamente costruiti, sia reali che immaginari, che offrono prospettive distinte attraverso le quali esplorare il mondo che ci circonda e riflettere sul nostro posto al suo interno."


La dottoressa Laura Sillars, direttrice del MIMA e preside della Facoltà di Cultura e Creatività della Teesside University, ha dichiarato: "Questa rosa di finalisti promette una straordinaria mostra del Turner Prize presso il MIMA, cuore pulsante della cultura della Teesside University. Non vediamo l'ora di collaborare con gli artisti nei prossimi mesi a Middlesbrough, una città con una forte e crescente fiducia nella propria cultura. Essendo il primo Turner Prize in ambito universitario, questo momento crea un contesto speciale, in cui l'arte contemporanea può ispirare discussioni, dialoghi e nuove prospettive."


I membri della giuria del Turner Prize 2026 sono: Sarah Allen, responsabile dei programmi della South London Gallery, Joe Hill, direttore e amministratore delegato dello Yorkshire Sculpture Park, Sook-Kyung Lee, direttrice del Whitworth e professoressa di pratiche curatoriali presso l'Università di Manchester, e Alona Pardo, direttrice dell'Arts Council Collection, Regno Unito. La giuria è presieduta da Alex Farquharson, direttore della Tate Britain. 

29/04/26

LETIA per la GAM di Milano

View of Παρνασσός Parnassus 2024-2026 golden epoxy cotated aluminium structure six Calendars of different diameters and one Globe golden tassel red trimming cord  overall dimensions, cm 350 x 520 x 338. Courtesy the Artist, ph. Michele Nastas
 
La GAM Galleria Arte Moderna di Milano accoglie nella Sala del Parnaso Παρνασσός Parnassus, l’opera site-specific di LETIA – Letizia Cariello visibile fino a domenica 5 luglio 2026, trasforma lo spazio in una struttura attraversabile di luce e tempo.
 
Il progetto presenta per la prima volta alla città di Milano, in un contesto museale pubblico, il lavoro dell’artista che qui vive e lavora dagli anni della sua formazione.
 
L’installazione di LETIA – Letizia Cariello si configura come un’ampia struttura in alluminio dorato abitata dagli elementi più rappresentativi della poetica dell’artista, aperta su tutti i lati, completamente attraversabile dallo sguardo, in dialogo costante con gli ambienti della Sala del Parnaso e con lo spazio esterno del giardino visibile dalle finestre. Un dialogo che si genera spontaneamente, in un intuitivo gioco di equilibrio e dinamismo.
 
Come racconta l’artista:
«Si tratta di una struttura quadrilatera, leggera. Costruita con un sistema a incastro di tubi di alluminio giallo oro. La grande opera-giostra che si materializza mentre disegno. Ricorda un gazebo ma potrebbe essere anche lo scheletro di qualcosa di abitabile. Qualcosa di ideale e insieme di primario. Come la struttura scheletrica di una casa oppure una specie di serra. È tutte queste cose ma nessuna in particolare. Risponde a un pensiero di casa, una casa sottile: interiore quanto visibile, attraversabile tutta in un colpo con lo sguardo anche se non percorsa fisicamente.»
 
La musica rappresenta un elemento fondamentale nella ricerca artistica di Cariello. Per questo motivo, il 21 maggio, presso il Parnasetto della Sala del Parnaso, è previsto un concerto a cura di Le Dimore del Quartetto. Dalle ore 18 alle 19.30, i musicisti eseguiranno brani in dialogo con l’installazione, accompagnando i visitatori liberi di muoversi nella sala e di fruire simultaneamente opera e musica.
 
La Sala del Parnaso
L’opera Παρνασσός Parnassus nasce in stretto dialogo con la Sala del Parnaso, che prende il nome dall’affresco di Andrea Appiani (Milano, 1754 – 1817) sul soffitto della sontuosa ex sala da pranzo della Villa. Datato 1811 e ultima testimonianza del pittore, l’affresco recupera – innovandolo – il tema classico del dio della musica Apollo circondato dalle nove Muse, rappresentanti delle arti, sul Monte Parnaso. L’opera costituisce un esempio preminente del Neoclassicismo italiano.
 
Uno spazio interiore: l’opera di LETIA – Letizia Cariello
La ricerca di LETIA si concentra sull’energia, sullo spazio e sul tempo, con particolare attenzione alla possibilità di rendere visibile il tempo stesso. Il suo lavoro esplora la sottile linea di confine tra la terza e la quarta dimensione, attraverso un approccio rigoroso che coinvolge il corpo e una vasta gamma di mezzi espressivi.
Nel disegno, come nelle opere tridimensionali, nelle installazioni e nei video, l’artista presta un’attenzione costante al gesto e all’uso delle mani, integrando nei propri progetti anche musica e suono. Lo spazio interiore e lo spazio esteriore sono concepiti come un’unica dimensione, in un dialogo continuo tra percezione e materia.
 
Architettura e musica sono intese come ambiti affini, accomunati dal principio della vibrazione: ogni azione può essere espressa come fenomeno vibratorio. La musica, in particolare, è concepita come capace di generare spazi interiori, stanze mentali in cui tempo e spazio si fondono, fino a coincidere.
All’interno di questo quadro, Παρνασσός Parnassus si configura come una grande struttura leggera in alluminio dorato, una sorta di “gabbia” aperta e attraversabile con lo sguardo in ogni direzione. La sua trasparenza invita a una fruizione mobile, basata sullo spostamento continuo del punto di vista.
 
L’opera accoglie al suo interno quattro elementi principali: tre coppie di calendari e un globo sospeso. I calendari, montati su telai circolari e accoppiati schiena contro schiena, sono sempre visibili nel loro recto e disposti secondo differenti modalità: due coppie sono integrate nella struttura e attivate da sistemi che ne permettono la rotazione lungo assi verticale e orizzontale, mentre una terza coppia è collocata lungo uno dei lati perimetrali, con un sistema che richiama il disegno delle vetrate piombate.
Il globo, realizzato in carta da parati serigrafata con motivo calendario e arricchito da inserti di rose essiccate provenienti dal giardino della GAM, è costruito su una struttura a centine di legno di risonanza curvate. Sospeso nello spazio, il globo è completato da una grande nappa pendente, volutamente sproporzionata, che introduce un elemento di discontinuità e accentua la tensione tra ordine e deviazione.
La struttura si pone in dialogo costante con la Sala del Parnaso, con le sue forme architettoniche, con la presenza dell’affresco di Appiani e con l’esterno del giardino, visibile attraverso le finestre. Trasparenza, leggerezza e apertura diventano così strumenti per attivare una relazione dinamica tra interno ed esterno, tra spazio costruito e spazio naturale.
 
In questo contesto, il lavoro di Cariello ruota attorno all’idea di srotolare un messaggio attraverso il flusso del tempo e dello spazio nella materia. Ogni gesto diventa così un atto di esplorazione continua, un’indagine reiterata sui confini tra le dimensioni.
 
Genesi dell’opera
Per la realizzazione di Παρνασσός Parnassus, Letizia Cariello va alle origini, recuperando il significato ittita di parna, ovvero “casa”, “dimora”, termine da cui deriva il toponimo anatolico Parnašša, affine al Monte Parnaso. Nella cultura greca, il Parnaso era consacrato ad Apollo e alle Muse, descritto come un paesaggio montuoso giallognolo, sede di una fonte purificatrice che fungeva da passaggio per gli inferi.
L’artista riprende nella sua opera il concetto di casa-attraversamento, in un confronto diretto con l’affresco di Appiani, ma anche con gli altri elementi decorativi della stanza – lampadari, pavimenti – e con il giardino all’inglese della Villa.
 
Trasparenza, leggerezza e relazione con l’esterno sono gli elementi fondamentali che hanno guidato la creazione di questo luogo, strettamente relazionato con l’ambiente in cui è inserito.
In Παρνασσός Parnassus è chiaramente riscontrabile anche l’interesse dell’artista per la musica: suono e ritmo sono, nel suo linguaggio – come nella cultura classica greca e latina – strettamente connessi allo spazio, alla proporzionalità degli ambienti, e possono essere misurati e resi visibili anche nella planimetria di un’abitazione.
Il Concerto
L’esposizione intende trovare estensione della dimensione ritmica e sonora presente in Παρνασσός Parnassus, per cui è previsto un intervento musicale che non si configura come evento collaterale, ma come elemento strutturale dell’opera. Il 21 maggio, presso la zona denominata “Parnasetto” della Sala del Parnaso, Le Dimore del Quartetto eseguiranno un concerto articolato in due set, dalle ore 18.00 alle 18.35 e dalle ore 18.55 alle 19.30.
 
I visitatori possono muoversi liberamente nello spazio, costruendo un’esperienza personale in cui percezione visiva e ascolto si intrecciano. La musica accompagna e allo stesso tempo modifica la relazione con l’opera, incidendo sulla percezione della luce, dei materiali e dei movimenti potenziali degli elementi.
 
Il programma musicale è stato selezionato per affinità con i riferimenti culturali e formali del progetto. Alcuni brani richiamano il contesto del Neoclassicismo italiano – come La Primavera di W. A. Mozart – mentre altri instaurano un dialogo più diretto con la ricerca dell’artista sulla dilatazione del tempo e sulla tensione verso l’infinito, come il Quartetto n. 8 in mi minore, op. 59 n. 2 II di L. van Beethoven.
In particolare, quest’ultimo, nato dalla contemplazione della volta celeste, restituisce una tensione verso l’immenso e l’irraggiungibile che trova corrispondenza con l’opera di LETIA – Letizia Cariello. La musica diventa così un mezzo per amplificare la dimensione mentale dell’installazione, generando una “stanza” in cui esperienza sensibile e immaginazione coincidono.
 
Il Catalogo
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da SilvanaEditoriale, con testi di Letizia Cariello, della curatrice e critica d’arte Lea Vergine (Napoli, 1936 – Milano, 2020) e dell’architetto Sonia Calzoni, docente di Progettazione architettonica al Politecnico di Milano, presidente di In-arch Lombardia e progettista del futuro ampliamento al Secondo Arengario del Museo del Novecento di Milano. Oltre che di Gianfranco Maraniello, Direttore Musei d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Milano, e di Paola Zatti, Conservatore responsabile GAM, con un’intervista all’artista.