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06/06/26

Trasloco


La galleria Marc Straus è lieta di presentare Moving Day , una mostra personale di nuove sculture da parete e da pavimento di Lucia Hierro. Attraverso una serie di scatole, contenitori e recinzioni scultoree, Hierro esplora lo spostamento, la memoria e la fragile stabilità della casa nel contesto mutevole della realtà economica della New York contemporanea.

La mostra prende il titolo da una tradizione storica newyorkese che risale all'epoca coloniale. Per oltre due secoli, quasi tutti i contratti di locazione residenziali della città scadevano simultaneamente il 1° maggio alle 9 del mattino, costringendo migliaia di residenti a trasferirsi all'improvviso. Le strade si riempivano di carri, carretti e mobili mentre le famiglie trasportavano frettolosamente i propri averi attraverso la città in un momento di sconvolgimento collettivo. Conosciuto come "Moving Day" (il giorno del trasloco), l'evento trasformava la città in uno scenario di caos e rinnovamento ogni anno, fino a quando la pratica non si estinse durante la Seconda Guerra Mondiale.

Hierro traccia un parallelo tra questo fenomeno storico e le attuali realtà del panorama culturale di New York. L'aumento degli affitti, le mutevoli pressioni economiche e la costante scomparsa di piccole imprese e spazi per artisti hanno reso sempre più difficile il mantenimento di una stabilità a lungo termine. I quartieri plasmati da artisti e operatori culturali vengono spesso trasformati dagli stessi investimenti che la loro presenza attrae, creando cicli di spostamento che continuano a rimodellare la città. Per Hierro, queste forze non sono astratte. Dopo la tragica perdita dei suoi genitori nel corso dell'ultimo anno e mezzo, le opere in mostra rendono omaggio sia alla madre che al padre, entrambi scomparsi, e pongono una profonda indagine su cosa accada a una persona di fronte a circostanze di questo tipo. Una situazione con cui, universalmente, ognuno di noi dovrà prima o poi fare i conti. 


In tutta la mostra, il gesto di fare le valigie diventa sia letterale che metaforico. Le opere suggeriscono un processo di chiusura di un capitolo e di preparazione di un altro: imballare gli oggetti, le immagini e le identità che un tempo definivano un luogo o un momento. Così facendo, Hierro cattura un'esperienza profondamente personale ma ampiamente condivisa: l'incertezza di vivere e lavorare in una città in costante trasformazione economica e culturale.
Le opere di Moving Day riflettono questo momento di sconvolgimento. Attingendo al linguaggio formale che ha definito la pratica di Hierro nell'ultimo decennio – con riferimenti alla Pop Art, al Minimalismo e all'Arte Concettuale – le sculture incorporano echi visivi di artisti come Claes Oldenburg, Donald Judd e Tom Wesselmann. Tuttavia, mentre questi riferimenti storici plasmano la forma dell'opera, il suo contenuto rimane radicato nell'esperienza vissuta dall'artista.

Le opere scultoree di Hierro funzionano simultaneamente come contenitori e immagini: depositi per i frammenti che compongono una vita in movimento. Al loro interno sono racchiusi i resti visivi che da tempo ricorrono nel suo lavoro: cianfrusaglie della diaspora, oggetti effimeri personali e i simboli riconoscibili del vernacolo urbano di New York. In un'opera, Cliché Paradox, un sacco della spazzatura nero contiene stivali Timberland e un berretto da baseball degli Yankees, oggetti che sono diventati sinonimo di una particolare identità culturale, rivelando al contempo i complessi strati che si celano dietro tali stereotipi.


Moving Day riflette in definitiva un momento di transizione, non solo per l'artista ma per la stessa New York. Gli artisti sono stati storicamente tra i primi a immaginare il potenziale dei quartieri prima ancora che arrivassero gli investimenti. Eppure, con l'aumento dei costi che continua a rimodellare la città, le comunità che un tempo conferivano a questi luoghi il loro carattere sono sempre più costrette a trasferirsi altrove. Attraverso queste opere, Hierro documenta quella fragile soglia tra la partenza e la possibilità. Anche in mezzo alla precarietà e allo sradicamento, l'atto del trasloco suggerisce la possibilità di un rinnovamento. Ciò che appare come una fine potrebbe anche essere l'inizio di qualcosa che si sta ancora svolgendo.

05/06/26

Prossimamente Artissima



Il tempo vola e Artissima sta lavorando alacremente per la prossima edizione. Si tratta dell'unica fiera italiana esclusivamente dedicata all’arte contemporanea, giunta alla trentatreesima edizione: un appuntamento che coincide con il quinto anno della direzione di Luigi Fassi e che invita a leggere le passate edizioni come un percorso curatoriale progressivo e coerente.
 
Nel corso di queste cinque edizioni, e secondo una precisa identità progettuale, Fassi ha consolidato un metodo di lavoro che ha definito Artissima come spazio autorevole di riflessione critica sul contemporaneo e parallelamente ne ha rafforzato la duplice natura di fiera commerciale da un lato, e di piattaforma di diplomazia culturale internazionale e istituzione di fiducia per l’arte contemporanea dall’altro.
 
Artissima oggi mette in relazione gallerie, artisti, istituzioni, geografie e identità differenti e crea nuove possibilità di dialogo tra il territorio e una dimensione globale, confermandosi come uno spazio di sensibilità e confronto, in cui l’arte agisce come pratica di immaginazione, relazione e trasformazione dello sguardo.
 
Anno dopo anno, Fassi ha disegnato per Artissima un itinerario di esplorazione dell’arte, interrogata come strumento per indagare l’ignoto, attraversare la complessità del presente e immaginare nuove possibilità di relazione e di esperienza condivisa.
 
Artissima si svolgerà da venerdì 30 ottobre a domenica 1 novembre 2026, con il sostegno del Main Partner Intesa Sanpaolo e con le Gallerie d’Italia – Torino, museo della Banca, che affiancherà Artissima per il settimo anno. Le quattro storiche sezioni della fiera — Main Section, New Entries, Monologue/Dialogue e Art Editions — e le tre sezioni curate — Present Future, Back to the Future e Disegni — prenderanno vita nei luminosi spazi dell’Oval Lingotto Fiere di Torino.



LE PRIME NOVITÀ DEL 2026

IL TEMA

Il tema di Artissima 2026 è Fancy: A Flexible, Acrobatic Body. Nasce da un’immagine della filosofa Martha C. Nussbaum per affermare che il linguaggio dell’arte, guidato dalla fancy - la proiezione in avanti della fantasia - possiede un corpo flessibile e acrobatico, capace di attraversare poeticamente complessità e differenze e di avvicinarci alla pluralità di chi è altro da noi.

L’arte non si limita a dare forma a ciò che esiste, ma apre il campo a ciò che potrebbe esistere, diventando un’intelligenza pubblica cruciale, capace di nutrire e arricchire le istituzioni democratiche di una comunità. Artissima incarna questo esercizio acrobatico dell’immaginazione, orientato verso possibilità ancora invisibili: la fiera è un incontro fisico, intenso e accelerato con le opere d’arte che ci allena a ripensare il modo in cui vediamo, abitiamo e condividiamo il presente.
 
Nelle parole di Luigi Fassi: “Il tema di quest’anno racconta la qualità acrobatica della fancy, la forza proiettiva dell’immaginazione resa possibile dall’arte. Secondo Martha C. Nussbaum, la fancy è un linguaggio che va continuamente allenato: una facoltà capace di spingersi oltre l’evidenza, trascendere l’oggetto e aprire uno sguardo più benevolo verso l’altro nelle nostre relazioni morali, politiche e civili. In questa capacità trasformativa risiede una delle funzioni più profonde dell’arte: modificare chi guarda, affinando la possibilità di riconoscersi nell’esperienza altrui. È la forma stessa dell’arte — corporea, complessa, mobile — a guidarci verso questa apertura, in un esercizio democratico dello sguardo, che si oppone a rigidità e chiusure attraverso il movimento libero della fantasia. Artissima è da sempre un luogo in cui il pensiero prende forma attraverso incontri inattesi: tra opere, corpi, idee e sensibilità differenti. Fancy ci sembra allora una parola capace di raccontare non solo l’energia dell’arte contemporanea, ma anche il movimento continuo della fiera stessa, il suo essere uno spazio vivo di sperimentazione, intuizione e scoperta.”


COMITATO DI SELEZIONE

Artissima conferma il comitato di selezione 2026 delle gallerie partecipanti alle sezioni storiche — Main Section, Monologue/Dialogue, New Entries e Art Editions — composto da galleristi internazionali: Paola Capata (Monitor, Roma, Lisbona e Pereto), Philippe Charpentier (mor charpentier, Parigi e Bogotá), Guido Costa (Guido Costa Projects, Torino), Emanuel Layr (Layr, Vienna), Francesco Lecci (Clima, Milano), Antoine Levi (Ciaccia Levi, Parigi e Torino) e Elsa Ravazzolo Botner (A Gentil Carioca, Rio de Janeiro e San Paolo).

Main Section è la sezione dedicata alle gallerie più affermate sulla scena internazionale, per offrire a collezionisti e pubblico una rassegna di altissima qualità. New Entries accoglie le gallerie internazionali emergenti più interessanti, con meno di cinque anni di attività, alla loro prima partecipazione alla fiera. Monologue/Dialogue è riservata alle gallerie emergenti e/o con approccio sperimentale che intendono presentare uno stand monografico o il dialogo tra i lavori di due artisti. Art Editions è la sezione speciale dedicata alle gallerie e agli spazi non profit che presentano edizioni, stampe e multipli di artisti contemporanei.
 

IL TEAM CURATORIALE

Artissima conferma nuovamente il team di curatori che lavorerà sulle tre sezioni curate – Present Future, Back to the Future e Disegni – la cui esperienza in fiera si concretizza con stand monografici.

Per il terzo anno, Léon Kruijswijk (performance Curator al Mudam di Lussemburgo) e Joel Valabrega (curatrice indipendente di Porto e Milano) sono i curatori di Present Future, la sezione dedicata ai talenti emergenti e che ospita progetti monografici con l’obiettivo di mettere in risalto le nuove tendenze che caratterizzano il panorama artistico internazionale.
Jacopo Crivelli Visconti (direttore della Albuquerque Foundation di Sintra) e Heike Munder (curatrice indipendente e scrittrice di Zurigo) sono riconfermati per il terzo anno i curatori di Back to the Future, la sezione di Artissima che presenta progetti monografici di pionieri dell’arte contemporanea che in momenti e luoghi diversi, tra gli anni 1930-1990, hanno avuto il coraggio di opporsi a ciò che ritenevano sbagliato.

Per Disegni, è confermata la curatela per il quinto anno di Irina Zucca Alessandrelli (curatrice della Collezione Ramo di Milano e della Milano Drawing Week). La sezione, unica nelle fiere italiane dedicata al mezzo espressivo del disegno, presenta progetti concepiti come mostre personali che valorizzano l’autenticità e l’autonomia dell’opera su carta.
 

L’IDENTITÀ VISIVA DI ARTISSIMA 2026

Artissima rinnova la collaborazione con lo studio grafico torinese FIONDA per il nono anno consecutivo. Per il 2026 l’immagine coordinata interpreta il tema Fancy: A Flexible, Acrobatic Body: gli storici loghi, diventati parentesi, si trasformano in un sistema visivo in continua evoluzione. Le forme si piegano, si moltiplicano e generano traiettorie inattese, suggerendo apertura, trasformazione e possibilità. Un’identità visiva che rilegge la propria storia per aprirsi a nuove possibilità e immaginari futuri.

04/06/26

Sweet Revenge


 Il museo Reina Sofia di Madrid propone la mostra Sweet Revenge  con le opere di Felix Gonzalez-Torres (1957-1996), artista cubano-americano. La dimensione emotiva e politica della sua pratica, profondamente attuale, continua a risuonare in noi.

Madrid era un luogo emotivamente complesso per Gonzalez-Torres, un'esperienza che esplorò nelle sue prime opere e a cui fece riferimento nel corso della sua breve carriera. Nel 1971 fu inviato in Spagna nell'ambito di un programma di evacuazione di bambini da Cuba. Vi rimase per un breve periodo prima di trasferirsi a Porto Rico e successivamente a New York, dove avrebbe vissuto per gran parte della sua vita adulta. Non tornò a Madrid fino al 1991, per una mostra collettiva. In quell'occasione presentò per la prima volta "Senza titolo (Vendetta)", una scultura realizzata con caramelle blu cristalline. Ricordando quel primo ritorno, scrisse: "Sono tornato a Madrid dopo quasi vent'anni: dolce vendetta".



La mostra utilizza l'idea di "dolce vendetta" come strumento metodologico per affrontare il suo lavoro. Attraverso questa prospettiva, cerca di comprendere il suo potente utilizzo della differenza, della contraddizione e del paradosso nei vari gruppi di opere che la compongono. La raffinata bellezza del suo vocabolario estetico è spesso sfumata o intensificata dagli elementi che compaiono tra parentesi nei titoli delle sue opere, evocando riferimenti a temi diversi come l'amore, la guerra e la malattia, nonché a complesse narrazioni sociali e politiche, non sempre esplicitamente visive. Allo stesso modo, i protocolli che regolano le sue pile di carta e i suoi mucchi di caramelle, pensati per essere riforniti all'infinito man mano che il pubblico li prende, così come l'installazione delle sue tende, dei cartelloni pubblicitari e delle file di luci (di cui alcuni esempi sono inclusi nella mostra), combinano struttura e flessibilità. Il suo lavoro lascia spazio alla contingenza, alla trasformazione e alla reinterpretazione. Il fulcro di  Sweet Revenge  consiste nel mostrare come l'opera di Gonzalez-Torres sostenga simultaneamente molteplici condizioni, spesso apparentemente opposte. La tensione tra questi termini non è casuale, bensì costitutiva dell'opera stessa, ed è ciò che ne attiva la capacità di generare riflessione critica.

In quanto artista queer attivo durante gli anni più bui della crisi dell'AIDS e in un contesto politico dominato dalla destra conservatrice negli Stati Uniti, Gonzalez-Torres ha sviluppato un linguaggio visivo volutamente instabile, partecipativo e profondamente personale. La morte del suo compagno per AIDS nel 1991 è stata cruciale per la sua opera elegiaca, in cui lega indissolubilmente il dolore alla celebrazione dell'amore. Consapevole della propria imminente morte a causa della stessa malattia, Gonzalez-Torres ha prefigurato il futuro del suo lavoro e ha lasciato un'eredità influente in cui le forme estetiche diventano veicoli di risonanza emotiva e urgenza politica.


03/06/26

La FSRR a Venezia!




La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo da sempre artefice del futuro, prosegue la sua crescita con un nuovo spazio che lo scorso 7 maggio 2026 ha inaugurato ufficialmente la nuova sede sull’isola di San Giacomo, nella Laguna Nord di Venezia: un progetto che unisce arte contemporanea, ricerca e sostenibilità, nato dal recupero e dalla trasformazione di un luogo di straordinario valore storico e ambientale.

San Giacomo entra così a far parte delle sedi della Fondazione insieme a Torino e Guarene, proponendosi come laboratorio internazionale dedicato alla sperimentazione artistica e alle pratiche ecologiche.

Il programma inaugurale ha aperto con Fanfare/Lament, mostra personale di Matt Copson curata da Hans Ulrich Obrist; con la collettiva Don’t Have Hope, Be Hope!, che presenta opere della Collezione Sandretto Re Rebaudengo; e con Isola di San Giacomo 2022–2026. A Story in Images, con fotografie di Giovanna Silva e Antonio Fortugno dedicate al restauro dell’isola.


Il percorso si estende anche al giardino, che ospita installazioni permanenti di Claire Fontaine, Mario García Torres, Hugh Hayden, Goshka Macuga, Pamela Rosenkranz e Thomas Schütte, in dialogo con la storia e il paesaggio lagunare.

Al momento non è possibile accedere all’isola. L’apertura al pubblico avverrà progressivamente: modalità di visita, prenotazioni e tutte le informazioni utili saranno comunicate prossimamente attraverso i canali ufficiali della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

02/06/26

Venice Climate Week




 A Venezia dal 3 all’8 giugno 2026 si svolgerà la grande Venice Climate Week - Planet Aqua, Planet Peace, nata da un’idea del giornalista Riccardo Luna e curata insieme a Sara Roversi, Future Food Institute e Cristiano Seganfreddo, FlashArt. La manifestazione, alla sua seconda edizione, si consolida come punto di riferimento per la rigenerazione ecologica e la diplomazia climatica.
 
Planet Aqua, Planet Peace riflette su una prospettiva ancora più ampia e radicale: l’acqua come chiave attraverso cui leggere le grandi trasformazioni contemporanee – dalle città costiere alle filiere alimentari, dalla governance globale all’innovazione tecnologica, fino ai temi della salute, delle migrazioni e della sicurezza. Venezia diventa non solo scenario emblematico della vulnerabilità ambientale contemporanea, ma anche spazio di sperimentazione per immaginare forme innovative di convivenza tra ecosistemi, comunità e sviluppo.
 
Sei giorni, dieci sedi, oltre cento speaker internazionali tra scienziati, policy maker, imprenditori, artisti e attivisti che condividono una riflessione sui nuovi modelli di sostenibilità e sulle strategie in corso attraverso incontri, panel, installazioni, spettacoli, musica, una mostra di fotografia e diversi momenti partecipativi.
 
Qui gli interlocutori di Venice Climate Week 2026:
Benno Albrecht, Giulia Assogna, Bertrand Badré, Cardinal Fabio Baggio, Carlo Barbante, Andrea Barbarella, Federica Barbera, Timothy Beatley, Nicola Berghinz, Pietrangelo Buttafuoco, Francesco Bruni, Carlo Carraro, Stefano Ciafani, Simona Ciancio, Giorgio Cini, Alessandro Codognato, Thomas Crowther, Mario Cucinella, Laura D’Aprile, Paolo D’Aprile, Roberto Danovaro, Massimo Deandreis, Ottavio Dibrizzi, Sandrine Dixson-Decleve, Giuseppe Dodaro, Merijn Dols, Sylvia Earle, Cynthia Echave Martínez, Olafur Eliasson, Khaled El-Enany, Michele Falcone, Giordano Fatali, Ignasi Fontanals, Fabrizio Fonte, Giulia Foscari, Daniele Franco, Fabio Fritelli, Maria Alessandra Gallone, Giulia Genuardi, Enrico Giovannini, Rosalba Giugni, Cristiano Godano, Hanley Ha, Nick Hurd, Licypriya Kangujam, David Laborde, Gabriele Laffranchi, Marco Lambertini, Iñigo Larraya Tejero, Gigi Lazzaro, Lucrezia Lenardon, Stefano Liberti, Piero Lionello, Hunter Lovins, Riccardo Luna, Chiara Luzzana, Kaveh Madani, Laura Maida, Gaetano Manfredi, Maurizio Martina, Giovanna Melandri, Luca Mercalli, Paola Mercogliano, Marianne Mirage, Stefano Monni, Davide Monteleone, Daniele Moretti, Francesco Musco, Paolo Naldini, Iris Nicomedi, Yigyeong Oh, Jan Pachner, Elisa Palazzi, Eugenio Panaro, Marco Paolini, Maria Giovanna Parisi, Gunter Pauli, Massimo Perotti, Francesco Perrini, Gilberto Pichetto Fratin, Telmo Pievani, Fabrizio Pilo, Stefano Pisani, Michelangelo Pistoletto, Paul Polman, Fabio Pompei, Emiliano Ponzi, Kilaparti Ramakrishna, Jeremy Rifkin, Andrea Rinaldo, Edo Ronchi, Gabriele Rossi, Jessika Roswall, Sara Roversi, Sébastien Ruiz, Francesca Santoro, Toshikazu Sawa, Sara Segantin, Lucia Silva, Andrea Sironi, Luca Sofri, Mario Sprovieri, Alberto Stefani, Barbara Tagliaferri, Massimo Tavoni, Elisabetta Tola, Silvia Torresan, Emma Ursich, Ersilia Vaudo, Karmenu Vella, Sebastiano Venneri, Erica Villa, Elisa Zambito Marsala.
 
Sedi: La Casa di The Human Safety Net alle Procuratie in Piazza San Marco, Ocean Space, Università IUAV di Venezia, CNR – Biodiversity Gateway e Arsenale, Teatro Goldoni, Fondazione Giorgio Cini, Casa Sanlorenzo, il centro SEA BEYOND – UNESCO sull’isola di San Servolo e Fabbrica H3 Chiesa Santi Cosma e Damiano alla Giudecca.


01/06/26

Le pitture di Joan Brown

 


Presso la galleria Matthew Marks è in corso la mostra "Joan Brown: The Golden Age" ,  che propone dodici dipinti e sculture realizzati dall'artista tra il 1982 e il 1988.

La mostra "The Golden Age" si concentra sulle opere tarde di Brown, realizzate nei dieci anni precedenti la sua prematura scomparsa nel 1990, all'età di cinquantadue anni. Queste opere sono caratterizzate da ampie campiture di colori contrastanti e vibranti, composizioni bidimensionali e una immediatezza grafica ispirata in parte a Henri Rousseau. Il titolo della mostra è tratto dalla visione idilliaca di armonia che l'artista descrisse nel 1985: "Le culture antiche hanno predetto il ritorno di un'Età dell'Oro. Sarà un'epoca di pace in cui tutte le creature sulla terra vivranno in perfetta armonia".

Diverse opere in mostra raffigurano improbabili coppie di animali, che convivono pacificamente nonostante le loro diverse indole: un leone e un agnello, un pavone e un serpente, un gatto e un topo. L'opera The Golden Age: The Deer and the Wolf (1985) ritrae i due animali accanto a un'immagine a doppia faccia, che per Brown simboleggia la "celebrata dualità del mondo", come l'ha definita un curatore.



Nell'opera Golden Age di Brown, immagini tratte da culture e momenti storici disparati vengono assemblate in un collage. In una rivisitazione di Giona e la balena, il dipinto A New Age: The Bolti Fish (1984) raffigura un autoritratto di Brown con gli abiti imbrattati di pittura, in piedi all'interno della bocca di un pesce bolti, antico simbolo egizio di rigenerazione. "Lasciando spazio all'imprevisto sulla tela", scrisse un critico all'epoca, "Brown è spesso una sorta di spettatrice alla nascita delle sue creazioni, usando l'arte come specchio del suo stato d'animo attuale. Eppure comunica a un livello profondo". Come la stessa Brown ha affermato: "Le immagini sono per me solo veicoli per esprimere tutte le cose che mi affascinano".

Joan Brown nacque a San Francisco e visse nella Bay Area per tutta la vita. I suoi dipinti furono esposti alla Carnegie International di Pittsburgh nel 1964 e alle Biennali del Whitney di New York nel 1972 e nel 1977. Le sue opere furono oggetto di mostre personali al San Francisco Museum of Art nel 1971 e al Berkeley Art Museum nel 1974 e di nuovo nel 1998. Nel 2022, il San Francisco Museum of Modern Art ha organizzato la più importante mostra dedicata all'opera di Brown dalla sua scomparsa nel 1990, che ha poi fatto tappa al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh e all'Orange County Museum of Art.

La mostra "Joan Brown: The Golden Age" sarà visitabile al 523 West 24th Street dall'8 maggio al 27 giugno 2026, dal martedì al sabato, dalle 10:00 alle 18:00.


31/05/26

I dormienti


Mimmo Paladino, Dormienti, Palazzo Citterio - La Grande Brera, Milano 2026, foto Lorenzo Palmieri

Molto bello l'intervento "I dormienti" di Mimmo Paladino presso la Sala Stirling di Palazzo Citterio, curato da Lorenzo Madaro.

Concepiti alla fine degli anni Novanta, quando l’artista li presenta per la prima volta a Poggibonsi (1998), i Dormienti sono stati esposti in numerosi contesti, anche internazionali, a partire dalla Roundhouse di Londra nel 1999, per una mostra realizzata con il musicista, autore e produttore Brian Eno, a conferma dell’attitudine del maestro italiano nel dialogo con le altre discipline e nel confronto serrato con esse. Per quella occasione, Brian Eno compose una traccia sonora che accompagnava la visita del pubblico, riproposta anche per l’appuntamento milanese.

I corpi dei Dormienti, che ricordano i resti inermi degli abitanti di Pompei e Ercolano, sorpresi dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., in realtà traggono ispirazione dai disegni che lo scultore britannico Henry Moore realizzò alle persone rannicchiate nei ricoveri di guerra inglesi durante la seconda guerra mondiale, che, lungi dall’assumere una postura tragica e intimorita, parevano dormire sognando.

In occasione della mostra è stato pubblicato un volume monografico sull’artista (Metilene Edizioni, pp. 180), a cura di Lorenzo Madaro, dedicato agli ambienti e a tutte quelle opere che dal 1970 a oggi hanno visto Paladino impegnato in una idea dilatata di spazio-architettura. Coerentemente con la scelta di allestire una mostra con i Dormienti, in un ambiente così forte da un punto di vista architettonico come la Sala Stirling, il libro si concentra su quei momenti cruciali del lavoro di Paladino in cui l’opera è un tutt’uno con l’ambiente che l’accoglie e che in questo rapporto dialogico viene straordinariamente modificato.

Nella pubblicazione oltre ai contributi del direttore generale della Pinacoteca di Brera Angelo Crespi e dello scrittore Mauro Covacich, si trova un saggio del curatore con ampi apparati iconografici e gli apparati biografici, bibliografici e espositivi ragionati curati da Simone Salvatore Melis (Archivio Paladino).

30/05/26

Walid Raad a Berlino



 Con "Like a rubber rung on a ladder", la Galerie Thomas Schulte presenta una mostra personale di Walid Raad nel suo Corner Space, affacciato sulla strada, e nel Window Space adiacente. Le due installazioni, composte principalmente da elementi frammentari e compositi a parete, attivano e collegano visivamente interno ed esterno.

 

Come in gran parte della sua produzione artistica, Raad affronta le storie e le forme rese possibili da eventi di estrema violenza. Queste storie e forme sono sempre una fusione tra il personale e il collettivo, il trovato e il creato. Il suo progetto artistico a lungo termine, The Atlas Group (1989-2004), ha esplorato la storia delle autobombe nelle guerre libanesi, le narrazioni di rapimenti e prigionia, il cambio di nome delle cascate libanesi, nonché la codifica a colori dei proiettili da parte dei produttori di munizioni, tra gli altri temi.

 

Meglio osservare le nuvole che si estendono ripetutamente su due pareti adiacenti nella finestra frontale. Sebbene a prima vista possa sembrare allegro, il suo titolo allude a qualcosa di sinistro, un tentativo di catturare l'imprevedibile, un potenziale avvertimento. I fiori sparsi di diverse specie e di ogni varietà di colore, con le loro affiliazioni e dislocazioni simboliche e geografiche, formano un paesaggio in fiore che lentamente cede il passo a una più profonda ambiguità. I ​​fiori incorniciano i volti di decine di figure in bianco e nero vestite in abiti formali o militari, evidenziando e oscurando la presenza di leader politici e militari globali del secolo scorso. Una narrazione associata a diverse versioni di quest'opera riguarda Fadwa Hassoun, un ufficiale immaginario dell'esercito libanese con una formazione botanica, che, durante la guerra – un punto di partenza ricorrente nella pratica di Raad – assegnò fiori come nomi in codice ai politici.

 

Queste identità, al contempo raddoppiate e celate, sono prive di ulteriore contesto o indicazione. Le fotografie incolori, apparentemente appartenenti al passato ma al contempo eterne, contrastano con la vivacità e la fragilità dei fiori, pienamente vivi e presenti. Le figure fotomontate aleggiano davanti al muro, proiettando ombre variegate che creano uno spazio vuoto, aprendo un varco. Ulteriori ombre vengono inserite nell'immagine, tra testa e fiore, fiore e corpo, aggiungendo una dimensione immaginaria che contribuisce a un realismo accentuato, pur sottolineando la natura costruita dell'immagine. In contrasto con i fiori che li celano e li inglobano, i corpi dei politici diventano essi stessi una sorta di ombra.

 



L'installazione nello Spazio Angolo è altrettanto colorata e vivace, con esplosioni di scrittura a mano, come fuochi d'artificio celebrativi, a tratti giocosi e a tratti minacciosi, che si ergono sui muri. Attraverso questi gesti apparentemente effimeri e marginali, Festival of (In)Gratitude: Love Notes porta l'interno della galleria a incontrare le facciate esterne della strada. Le scritte in vari alfabeti e lingue, tra cui inglese, russo, arabo, ebraico e francese, si sovrappongono e si interrompono a vicenda. Facendo riferimento ai graffiti dei soldati sulle bombe, le iscrizioni caotiche e stratificate mettono in scena aggressive manifestazioni di sentimenti nazionalisti, imperialisti e violenti che a volte possono apparire subdoli in modo diverso: firmate con cuori e "xoxo", con riferimenti a regali. Nel paesaggio assediato racchiuso nella cornice delle finestre della galleria, vengono simulate bombe ("Boom, Boom"), che gridano forte in un silenzio echeggiante. Un elemento centrale dell'installazione è un Maggiolino Volkswagen d'epoca rovesciato, capovolto come un insetto indifeso, come se fosse stato colpito da una forza esplosiva eccessiva. Le automobili e i loro motori sono già comparsi in altre opere di Raad nel contesto della guerra, ad esempio, in relazione alla storia delle autobombe durante le guerre libanesi. In questo caso, il Maggiolino Volkswagen può rimandare anche ad altri riferimenti: la sua produzione come veicolo militare nella Germania nazista; il suo status nella cultura pop come "Maggiolino dell'amore"; il soprannome di "Volkswagen volanti" dato ai proiettili di artiglieria pesante sparati dagli Stati Uniti su Beirut negli anni '80.

 

Nell'opera di Raad, un singolo momento o riferimento viene ripetutamente dilatato, trasformato e mutato attraverso sovrapposizioni, lacune e palinsesti. Qui, Beirut del 1983 si fonde con Beirut, Teheran, Gaza City, Tel Aviv, il Fronte Occidentale e il Fronte Orientale del 2026; il mondo storico con quello naturale; "Run Rommel Run" con "America Loves Israel". Come possiamo non essere già "senza fiato"?

 

Testo di Julianne Cordray

Un ringraziamento speciale alla Galleria Sfeir-Semler per la gentile collaborazione.

29/05/26

Stasis Field





 Presso la galleria Kerlin di Dublino sta per concludersi la mostra "Stasis Field" che presenta una selezione di sculture, opere su carta e installazioni, offrendo un'esperienza intima che intreccia memoria, trasformazione e scorrere del tempo. Kathy Prendergast utilizza una varietà di materiali, tra cui tessuti, gesso, pietra, lana e oggetti di recupero, per creare opere d'arte che risuonano a livello sia personale che universale.


Fin dagli esordi della sua carriera, le mappe sono state un elemento centrale della pratica di Prendergast. Reinterpretandole attraverso l'intervento artistico, Prendergast sovverte i simboli storici di potere, identità ed esplorazione, creando opere che riflettono narrazioni più personali ed emotive. In Stasis Field sono incluse opere colorate a mano che invitano gli spettatori a riflettere sul legame tra l'uomo, la terra, i confini e le storie che questi custodiscono. Gesso pigmentato, guazzo e acquerello creano un'installazione geologica satura, fondendo oggetti scolpiti a mano con cartografia collezionata. 


In Stasis, il fisico e l'emotivo si uniscono, presentando una collezione di mappe vulcaniche colorate dipinte a mano, creando una reinterpretazione caleidoscopica delle cime dal Chimbarazo al Monte Kenya. Attraverso il colore, le vedute aeree statiche irradiano un energico senso di movimento. In Comet, un filo color ruggine si irradia da un rotolo di tessuto e lana racchiuso in un involucro. Un disegno di pietre accuratamente posizionate si trova sulla trama di fili, alcune come piccole ancore, altre apparentemente a guidare il materiale. In un altro punto della parete della galleria, un ramo dipinto di rosso si estende per tre metri di altezza, affiancato da una vivace immagine aerea dipinta del Cotopaxi, in Ecuador.

28/05/26

Lee Mingwei attenzione al tempo



Nella sede di la galleria Perrotin presente il lavoro di Lee Mingwei che adotta un approccio diverso dalla nostra comune concezione di arte. Mentre la maggior parte degli artisti cerca di imporre la propria visione del mondo racchiudendola in un oggetto, Lee Mingwei fa l'opposto. Interroga il mondo e non offre risposte. E in questo modo interroga anche noi. Direttamente.
Una domanda, mai un'affermazione.

Espressa attraverso un oggetto o un gesto apparentemente insignificante, questa domanda si rivolge a un soggetto individuale. La risposta, quindi, appartiene a noi; sarà sempre profondamente personale, toccando la parte più intima del nostro essere.

Assumere la bellezza come percezione complessiva del mondo, come fa oggi Mingwei, è una posizione categorica che sfida la brutalità e il cinismo del nostro mondo. Parlare di bellezza, quindi, non significa fuggire, ma combattere. L'opera di Lee Mingwei è pertanto radicalmente politica.



Quando la bellezza appare.

Qual è il nostro rapporto con la bellezza?

Che cos'è, dove si nasconde, quando appare e in quale forma?

Questo interrogativo permea tutte le opere di questa mostra: una serie di sette pezzi creati tra il 1995 e il 2025, esposti insieme per la prima volta.

La maggior parte delle opere di Mingwei possiede un elemento effimero e contingente. Ad esempio, un'opera è destinata a rompersi al momento giusto, mentre un'altra deve essere donata per poter esistere. Alcune di esse sono configurate come rituali.

Il rituale possiede la particolare qualità di poter trasformare un oggetto in una durata. L'opera d'arte si incarna pienamente in questo breve lasso di tempo. Il rituale si ripete, ma la situazione che crea è nuova ogni volta, poiché la persona che lo vive è unica.




Un'accoglienza discreta; l'importanza dell'abbigliamento; una certa solennità; la qualità raffinata dei materiali; la lentezza; fili colorati disposti su una parete; alabastro trasparente; l'oscurità; gesti misurati; e il silenzio. Questi sono alcuni degli elementi figurativi che servono al momento fugace e restituiscono la forza emotiva dell'esperienza. Il rituale è l'espressione della loro presenza tacita. Ecco perché i rituali devono essere portati in vita, vissuti e rivissuti ancora.


Limitandosi alle questioni essenziali (che in definitiva sono pochissime), l'artista trasforma la sua opera in una questione etica. Per questo motivo, il suo lavoro non contiene molti oggetti e non si articola in serie prolisse. Al contrario, una delle caratteristiche della sua arte è proprio l'impossibilità di essere oggetto di produzione di massa. Non aderire alla modalità dominante della sovrapproduzione significa essere profondamente connesso al suo tempo, o, quantomeno, al nostro. Sostituire la sovrapproduzione con il rituale, la ripetizione o la scomparsa; esplorare il gioco delle relazioni personali; puntare all'intimo; considerare la fragilità una forza; o orchestrare l'incontro casuale di due sconosciuti in un momento condiviso – attorno a un semplice fiore, ad esempio – è certamente l'offerta più bella possibile nel mondo odierno, dove l'ascolto degli altri è diventato un'eccezione. Per Lee Mingwei, l'offerta non ha un "perché" né una conclusione. È lì che, forse in quell'unico istante, si manifesta la bellezza.

E il più delle volte è ineffabile, inesprimibile, immateriale e non negoziabile.