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20/01/22

New Era con Doug Aitken a Sydney

 


Il Museum of Contemporary Art Australia a Sydney ospita in queste settimana il progetto di Doug Aitken: New Era, proposto con una grande installazione e una serie dei suoi video a 360°  per un percorso che indaga l'articolato lavoro dell'artista.



19/01/22

Graffiti Writing in Italy 1989-2021

 


Il prossimo sabato 22 gennaio 2022, presso la Triennale di Milano, alle ore 17.00, viene presentata l'edizione limitata, sviluppata in collaborazione con l’artista Angelo Muschio, di “Graffiti Writing in Italy 1989-2021”, il libro di Alessandro Mininno sul writing in Italia.  


I graffiti hanno condizionato profondamente l’arte, la comunicazione visiva e la cultura contemporanea, sia allestero che in Italia. Allo stesso tempo la lordiffusione ha cambiato per sempre laspetto delle nostre città, provocando una reazione dura e intollerante da parte della politica e dell’opinione pubblica.


Il linguaggio del writing, dopo quarant'anni dalla sua comparsa in Italia, è tuttora difficile da comprendere per il pubblico: si tratta di una cultura underground che mischia illegalità e pericolo, arte e vandalismo.


Il libro “Graffiti Writing in Italy 1989-2021”, di Alessandro Mininno, spiega il writing  in modo divulgativo e documenta dettagliatamente, con le fotografie e le parole dei suoi protagonisti, la nascita e l'evoluzione del fenomeno in Italia.


Innumerevoli linee ferroviarie, private e pubbliche, una passione generalizzata per il lettering e una repressione spesso blanda hanno attirato diverse generazioni di ragazzi verso questo campo, trasformando l'Italia in uno dei paesi europei con la più lunga tradizione nel writing.


Il volume è edito da bruno, con il supporto di Gummy Industries.


Alla presentazione partecipano l’autore, il giornalista Stefano Bottura e l’artista Angelo Muschio. Seguirà la proiezione del documentario Nero Inferno, un’importante testimonianza video sul writing milanese dei primi anni 2000. Al termine dell’incontro un Dj set di Merge Layers (Natlek e Nobel).


I Partner Istituzionali Eni e Lavazza, lInstitutional Media Partner Clear Channel e il Technical Partner ATM sostengono Triennale Milano anche per questo progetto.

Yves Laloy da Perrotin a Parigi

 






Gli spazi parigini della galleria Perrotin presentano una bella mostra monografica su Yves Laloy (Rennes, 1920–Cancale, 1999) con una cinquantina di opere distribuite in due dei suoi spazi, in avenue Matignon e rue de Turenne. L'artista  ha tenuto una grande mostra alcuni anni fa, nel 2004 al Musée des Beaux-Arts di Rennes.

 In questa occasione vengono presentate due opere emblematiche di Laloy provenienti dalle collezioni del Museo, oltre a numerosi prestiti privati.

CS

Yves Laloy commence une carrière d’architecte avant de se tourner définitivement vers la peinture en 1950. Dès ses débuts, il expose dans les galeries surréalistes parisiennes où ses calembours et son ironie trouvent une résonance toute particulière. En 1958, André Breton lui organise une exposition à la Galerie La Cour d'Ingres et signe un texte élogieux dans la préface du catalogue. Quelques années plus tard, Breton choisit Les Petits pois sont verts, les petits poissons rouges... (1959) pour illustrer la couverture de son ouvrage Le Surréalisme et la peinture. Laloy lui-même n’a jamais adhéré au mouvement surréaliste, il a développé son oeuvre autour d'un vocabulaire plastique multiple allant de compositions géométriques d’une grande rigueur à une figuration de mondes ondoyants et cosmogoniques. Ses œuvres ont été montrées à Paris, Milan, Bâle, et dans des expositions consacrées au surréalisme, jusqu’à celle organisée en 1991 au centre Pompidou en hommage à André Breton. Sa nature indépendante et la rareté de son œuvre lui ont conféré un statut d'artiste assez confidentiel, connu principalement des amateurs d'art surréaliste.La polyphonie de cette œuvre inclassable et la curiosité non conventionnelle de l'artiste invitent aujourd’hui à regarder sous un jour différent ces tableaux pleins des mystères du cosmos, de la mer et de son inconscient. 

Foto di Claire Dorn

18/01/22

Galleria Borghese alcune opere d'archivio





 Molto interessante l'iniziativa che la Galleria Borghese porta avanti per circa 1 mese, dal 4 gennaio al 7 febbraio 2022, dal titolo “I quadri scendono le scale” fatta per valorizzare piccoli tesori che non trovano posto quotidianamente nel percorso espositivo e sono custoditi nei depositi della Galleria, situati al di sopra dei piani espositivi e al momento non accessibili.

Si tratta di circa quindici opere che, a rotazione, arricchiranno l’esposizione. Quadri di piccole dimensioni con figure e paesaggi, su tela o tavola, ma anche rame, prevalentemente di scuola fiamminga, ma non solo.




Di rilevo il nucleo di pittrici donne, tra cui il Ritratto di dama di Lucia Anguissola, probabilmente il ritratto della sorella Sofonisba, anche lei pittrice. Un volto delicato incorniciato da un pizzo leggero e bordato di luce dorata, che tiene fra le dita la collana a cordoncino, segno pittorico di riconoscibilità di Lucia.

Oppure Le tre grazie, un olio su tela già attribuito a Francesco Vanni e a Rutilio Manetti, e recentemente restituito alla mano di Ventura Salimbeni. Il quadretto rappresenta un paesaggio impreziosito da profili di luce, alla maniera di Paul Brill, al centro del quale sono raffigurate le tre Grazie, Aglaia, Eufrosine e Talìa, secondo la mitologia greca e romana, divinità legate al culto della natura e della vegetazione, oppure, secondo la visione neoplatonica, le tre facce dell’Amore, la Castità, la Voluttà e la Bellezza, legate al culto di Venere-Afrodite.



17/01/22

Biennale e Documenta, contemporanei?

 


Quest'anno con la nuova programmazione della Biennale delle Arti Visive, ci saranno i due eventi più importanti nel sistema dell'arte in confronto, Documenta a Kassel e la rassegna veneziana. 

Dalla Germania si ha l'impressione che si stia facendo un articolato lavoro di riconsiderazione del fare arte e della sua estetica, dalla città lagunare, per ora, non sono state fatte grandi manovre e pare che si punti sui soliti nomi del sistema di mercato più assodato.

La curatrice di Venezia è l'italiana Cecilia Alemani, che già aveva curato un'edizione del Padiglione Italia molto banale  per l'edizione della Biennale di Venezia del 2017. Non so se vi ricordate, aveva scelto una sconosciuta Adelita Husni-Bey, che realizzò un lavoro alquanto debole, un Giorgio Andreotta Calò vacuo e una Roberto Cuoghi tristissimo. Per ora la curatrice non ha lasciato dichiarazione o intenti... ma solo il titolo del progetto "The Milk of Dreams", ispirato al libro dell’artista surrealista Leonora Carrington (1917-2011), incrociamo le dita. Per quello che riguarda invece le proposte dei padiglioni nazionali si assiste ad una forte presenza femminile, che si spera dettata dalla qualità e non dalla finta moda del consenso temporaneo. 

Il comitato curatoriale per la 15 edizione dell'evento tedesco, costituito da un collettivo indonesiano, ruangrupa, pare invece molto dinamico e propositivo, con un taglio alquanto  impegnativo e che sta abbastanza lontano da certe banalità del mercato dell'arte, forse con molti rischi sulla tenuta estetica, ma oramai mi pare che il concetto di bellezza nell'arte sia stato superato anche nelle fiere più commerciali. 

Mancano oramai pochi mesi per scoprire chi sarà più contemporaneo ...

16/01/22

La collezione Thomas Walther dal Moma a Camera


La primavera porta a CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia presenta, per la prima volta in Italia, la mostra “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York”: a Torino dal 3 marzo al 26 giugno 2022 una straordinaria selezione di oltre 230 opere fotografiche della prima metà del XX secolo, capolavori assoluti della storia della fotografia realizzati dai grandi maestri dell’obiettivo, le cui immagini appaiono innovative ancora oggi. Come i contemporanei Matisse, Picasso e Duchamp hanno saputo rivoluzionare linguaggi delle arti plastiche, così gli autori in mostra, una nutrita selezione di fotografi famosi e altri nomi meno noti, hanno ridefinito i canoni della fotografia facendole assumere un ruolo assolutamente centrale nello sviluppo delle avanguardie di inizio secolo. 

Un fermento creativo che prende avvio in Europa per arrivare infine negli Stati Uniti, che accolgono in misura sempre maggiore gli intellettuali in fuga dalla guerra, arrivando a diventare negli anni Quaranta il principale centro di produzione artistica mondiale.

Accanto ad immagini iconiche di fotografi americani come Alfred Stieglitz, Edward Steichen, Paul Strand, Walker Evans o Edward Weston e europei come Karl Blossfeldt, Brassaï, Henri Cartier-Bresson, André Kertész e August Sander, la collezione Walther valorizza il ruolo centrale delle donne nella prima fotografia moderna, con opere di Berenice Abbott, Marianne Breslauer, Claude Cahun, Lore Feininger, Florence Henri, Irene Hoffmann, Lotte Jocobi, Lee Miller, Tina Modotti, Germaine Krull, Lucia Moholy, Leni Riefenstahl e molte altre.


Oltre ai capolavori della fotografia del Bauhaus (László Moholy-Nagy, Iwao Yamawaki), del costruttivismo (El Lissitzky, Aleksandr Rodčenko, Gustav Klutsis), del surrealismo (Man Ray, Maurice Tabard, Raoul Ubac) troviamo anche le sperimentazioni futuriste di Anton Giulio Bragaglia e le composizioni astratte di Luigi Veronesi, due fra gli italiani presenti in mostra insieme a Wanda Wulz e Tina Modotti.

A riprova della ricchezza di poetiche e pensieri, all’interno della collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York si trovano fotografie realizzate grazie alle nuove possibilità offerte dagli sviluppi tecnici di questi anni, ma anche una molteplicità di sperimentazioni linguistiche realizzate attraverso diverse tecniche: collages, doppie esposizioni, immagini cameraless e fotomontaggi che raccontano una nuova libertà di intendere e usare la fotografia.

È la particolarità di questi decenni a spingere il collezionista Thomas Walther a raccogliere, tra il 1977 e il 1997, le migliori opere fotografiche prodotte in questo periodo riunendole in una collezione unica al mondo, acquisita dal MoMA nel 2001 e nel 2017.


 


La mostra nasce da una preziosa collaborazione fra il Jeu de Paume di Parigi, il MASI di Lugano e CAMERA, dove è possibile vedere per l’ultima volta in Europa questi grandi capolavori della fotografia prima che tornino negli Stati Uniti. L’importanza storica, il valore artistico e la rarità dei materiali esposti rendono quindi questa mostra un appuntamento imperdibile.


 

Accompagna l’esposizione il catalogo edito da Silvana Editoriale in associazione con the Museum of Modern Art, New York, che include un saggio critico di Sarah Hermanson Meister, brevi introduzioni alle sezioni della mostra e riproduzioni di opere presentate.

Mostra organizzata dal Museum of Modern Art, New York.

A cura di Sarah Hermanson Meister, curatrice del Dipartimento di Fotografia, The Museum of Modern Art, New York e Quentin Bajac, direttore del Jeu de Paume, Parigi con Jane Pierce, assistente alla ricerca, Carl Jacobs Foundation, The Museum of Modern Art, New York.

Coordinamento e sviluppo del progetto a CAMERA: Monica Poggi e Carlo Spinelli

15/01/22

L'arte delle Isole Faroe a Parigi


 A Parigi presso la Maison du Danemark, centro culturale vicino agli Champs-Élysées, si è aperta un'importante mostra sull'arte delle Isole Faroe. Un progetto che durerà fino al 13 Marzo e darà al pubblico l'opportunità di conoscere l'importanza e la sua evoluzione nell'arte faroese durante il XX e il XXI secolo attraverso i pezzi rappresentativi e astratti di alcuni artisti: Ingálvur av Reyni (1920-2005), Zacharias Heinesen (nata nel 1936), Hansina Iversen (nata nel 1966) e Rannvá Kunoy (nata nel 1975).

La mostra sarà accompagnata da un ricco palinsesto di musica, letteratura, cinema, design, gastronomia e arte tradizionale.

14/01/22

Tony Cragg al Museo del Vetro di Murano.


 Il Museo del Vetro di Murano ospita fino al 13 Marzo una quarantina di opere, molte inedite, di Tony Cragg, realizzate in vetro presso il Berengo Studio, con cui da diversi anni l'artista collabora. 

La mostra si intitola "Silicon Dioxide" che è il biossido di silicio il materiale meraviglioso con cui si realizza il vetro.




13/01/22

McArthur Binion e Sol LeWitt in dialogo da Massimo De Carlo

 


Fino al 5 Febbraio la galleria Massimo  De Carlo propone negli spazi milanesi di Casa Corbellini-Wassermann  la mostra McArthur Binion - Sol LeWitt in collaborazione con il Sol LeWitt Estate. 

La mostra McArthur Binion – Sol LeWitt permette di osservare per la prima volta le pratiche parallele dei due artisti in un dialogo diretto. Esposte all'interno degli spazi della galleria di Casa Corbellini Wassermann, le loro opere condividono un linguaggio visivo fortemente lineare. L'indagine formale della griglia, della geometria e della superficie offrono punti di confronto, tuttavia è nell'importanza che attribuiscono alla profondità oltre la superficie di un'opera che i due divergono.

Nel 1973 McArthur Binion si trasferisce da Chicago a New York, il centro nevralgico della scena artistica minimalista e nello stesso anno il suo lavoro è esposto presso Artists Space in una mostra curata da Sol LeWitt e Carl Andre. Dagli anni '70 Binion ha sfidato il minimalismo applicando le tecniche tradizionali del movimento a materiali profondamente personali. Le opere in mostra, l’ultima di una longeva collaborazione con la galleria iniziata nel 2017, appartengono al corpo di lavoro in corso intitolato DNA. La serie utilizza documenti personali o fotografie reiterate in un primo strato superficiale a scacchiera, a cui l'artista si riferisce come "under-conscious” dell'opera, sopra il quale le forme geometriche sono stratificate usando pastelli e olio pressato. 




Mentre Altar (2020) usa le pagine della rubrica degli indirizzi di Binion quando viveva a New York negli anni ’70, healing:work (2020) include una fotografia della sua casa d’infanzia. Binion inglobando oggetti unici, a volte persino il suo certificato di nascita, in una griglia ripetibile all'infinito compie un’azione paradossale.

Il ruolo dell’ “under-consciuos" nel suo lavoro amplia il soggetto tipico della pittura astratta: i riferimenti autobiografici di Binion posizionano il suo lavoro, e il ruolo dell'arte astratta in generale, in una discussione più ampia sull'esperienza afroamericana all'interno dell'arte. Pertinentemente, le opere esposte più recenti condividono il titolo, Modern:Ancient:Brown, con la fondazione di Binion che sostiene e incoraggia l’espressione delle minoranze. Le opere di Binion sono autoreferenziali: ad un primo sguardo riflettono uno scrupoloso studio formale della griglia minimalista, ma i molteplici strati rivelano riferimenti profondi nascosti tra le trame geometriche.

LeWitt, evitando completamente la profondità, creava opere “il più possibile bidimensionali”. Sfidando l'illusionismo canonico, nel 1968 LeWitt cercò di abbandonare i confini della superficie pittorica tradizionale disegnando direttamente sul muro. Il suo primo disegno a parete, che presentava un tratto leggero sviluppato con linee di grafite, ha innescato lo sviluppo decennale della pratica; le linee rette sono diventate curve e la grafite ha lasciato il posto ai colori primari e pittura a inchiostro e acqua.

Le eleganti forme lineari disegnate a pastello di Wall Drawing #387 (1981) richiamano i primordi della pratica a parete di LeWitt, tuttavia, il suo metodo di realizzazione illustra gli sviluppi successivi. Sebbene ogni wall drawing sia sempre adattato al contesto ospitante, Wall Drawing #387mostra una particolarità: è composto da una selezione prestabilita di simboli lineari, ma il loro numero e posizione sono scelti a caso durante il processo di creazione.
Il Wall Drawing #589 A (1989) espone l’importanza del colore nella produzione tardiva di LeWitt. 
A seguito del suo trasferimento a Spoleto nel 1980, LeWitt visitava regolarmente gli affreschi del primo Rinascimento dei maestri Filippo Lippi, Giotto and Piero della Francesca. Realizzati prima della proliferazione della prospettiva lineare, LeWitt subì il fascino dell’espressione piatta degli affreschi e iniziò a usare l'inchiostro di china colorato che penetrando il tessuto della parete, replicava la tecnica e l’effetto dell'affresco. Sebbene "sembrasse più naturale lavorare direttamente sui muri", LeWitt ha ammesso che c'erano ancora dei vincoli poiché "l'artista è alla mercé dell'architetto". Wall Drawing #589 è il risultato della sua determinazione a liberare la pittura dai propri confini. Mentre i primi wall drawing iniziavano coprendo solo una parte del muro, Wall Drawing #589 si irradia sull’intera parete, sfidando l'architettura circostante.

Proprio l’architettura, con la sua attenzione alla forma, ha svolto un ruolo fondamentale nell'arte di LeWitt e Binion. Mentre le opere binion/saarinen(2018) fanno direttamente riferimento all'architetto Eilel Saarinen, il progettista della Cranbrook Academy of Art and Museum dove Binion ha trascorso anni formativi studiando negli edifici modulari e modernisti, LeWitt "[pensava] più all'architettura che alla scultura" quando ideava le sue opere tridimensionali.

Due lavori esplicitano particolarmente l’influenza dell’architettura nella pratica di entrambi: Altar (2020) di Binion, concepita a forma di pala d'altare per la Cappella Rinascimentale al Museo Novecento di Firenze, e Horizontal Progression (1991) di LeWitt.

La scultura Horizontal Progression è parte di una serie iniziata dall’artista nel 1985 basata sull’inclusione di blocchi di cemento che, come i quadrati in una griglia, permettevano una costruzione modulare per creare le sue strutture. Il profilo a gradini dell'opera è un diretto riferimento agli edifici Ziggurat: grandi strutture a scalinata costruite per la prima volta in Mesopotamia, citate nell'architettura di Le Corbusier e nelle proposte del 1916 per edifici nel centro di Manhattan, a cui LeWitt dedicò un articolo, "Ziggurats", nel 1966.

Avendo entrambi vissuto e lavorato a New York, la presenza di strutture a griglia nel loro lavoro evoca lo skyline modulare e il layout stradale a scacchiera di Manhattan.

La mostra McArthur Binion - Sol LeWitt intende stimolare la conversazione attorno ai punti di incontro e di contrasto nella pratica di Binion e LeWitt, due voci prominenti nell’arte contemporanea e figure chiave del modernismo del XX secolo. L’unione dei loro lavori suscita quesiti relativi all'importanza della superficie, della profondità e della teoria che circonda la natura degli oggetti d'arte.



12/01/22

L'Italia è un giardino

 

Lo Spazio Circolo a Bellano presenta il progetto di ArchiVivitali  "L’ITALIA È UN GIARDINO - Di ricerche estetiche agresti " curato da Geraldine Blais.  La mostra racchiude in una collettiva le opere di Chiara Camoni, Francesco Carone, Gianluca Concialdi, Diego Perrone, Alberto Scodro, Sofia Silva, Silvia Stefani e Danilo Vitali. L’esposizione comprende anche opere documentative degli ArchiViVitali e un’opera di Joseph Beuys, gentilmente concessa dalla Collezione Luigi Bonotto, Fondazione Bonotto, Colceresa (VI).

Non lontano dalle liriche poetiche dei lungometraggi di Giuseppe Taffarel e Ermanno Olmi, in cui la vita rurale e contadina dettava l’estetica visiva di un’epoca, il progetto L’ITALIA È UN GIARDINO. Di ricerche estetiche agresti - riunisce alcune delle presenze più significative del panorama italiano, che pongono al centro della propria indagine l’esperienza con la natura, osservata, contemplata, condivisa, inclusa e adoperata come soluzione interpretativa al linguaggio culturale dei nostri tempi. Nel tentativo di intraprendere una riflessione estetica intorno alle fenomenologie artistiche contemporanee che indirizzano la dimensione creativa verso l’ambiente naturale – inteso come quell’universo di risorse che caratterizzano l’ecosistema di un territorio in cui l’essere umano vive e lavora – , l’itinerario espositivo identifica pratiche che interpretano l’habitat come il risultato di un equilibrio fra uomo e natura, allestendo un repertorio espressivo che restituisce al significato di locus non solo immagini e figurazioni del paesaggio e della vita agreste, ma anche attitudini e gesti di contadini, agricoltori e pastori.

Dall’origine dell’etimo «cultura», da cui trae spunto l’intento espositivo, derivato latino di colĕre ovvero «coltivare», si apprende che la genesi dell’insieme delle conoscenze relative a una particolare disciplina o di quel complesso di cognizioni intellettuali e pratiche che un individuo acquisisce attraverso lo studio e l’esperienza, fa riferimento a quella serie di attività che l’uomo esercita nel curare la terra e nel prendersene cura; risultando che il binomio uomo natura cosicché arte e qualsivoglia agricoltura,siano forme direttamente e inequivocabilmente congiunte.

Il noto artista tedesco Joseph Beuys affronta questi temi in particolare in due momenti: Fondazione per la Rinascita dell’Agricoltura, tenutasi il 12 febbraio 1978, a Pescara, e Difesa Della Natura, avvenuta il 13 maggio del 1984, a Bolognano, in Abruzzo, nella tenuta di Lucrezia De Domizio Durini, in cui avviene la prima piantumazione della quercia italiana, anticipando il lavoro delle 7000 Eichen di Kassel. È la biografia medesima di Joseph Beuys a confermare l’ontologia del progetto espositivo: l’artista prima di istituire il suo manifesto e farsi conoscere per l’eredità artistica a lui consacrata, trascorse circa un anno tra il 1956 e il 1957, nella fattoria di amici collezionisti, i fratelli Franz Joseph e Hans Van Der Grinten, prendendosi cura di 15 vacche e 20 maiali. Un percorso terapeutico intrapreso per alleviare il suo stato depressivo, sopraggiunto dopo l’esperienza della guerra e della vita accademica. Il titolo “L’ITALIA È UN GIARDINO”, prende proprio spunto dall’intervento conclusivo dell’artista tedesco Joseph Beuys a Bolognano nel 1984, in cui cita:

«Il nostro scopo è di trasformare in realtà una frase che fu famosa nello scorso secolo qui in Italia, e anche all’inizio di questo: i maestri in tutte le scuole dicevano ad ogni bambino nel paese: l’Italia è un giardino».

Al fine di descrivere le connotazioni fra il progetto presentato e il luogo che lo ospita, in cui hanno sede gli ArchiViVitali, introduce il percorso espositivo la testimonianza etnografica e storiografica delle attività e delle tradizioni agricole e pastorizie legate al territorio. Nell’androne d’ingresso saranno infatti esposti reperti, attrezzi e strumenti da lavoro della tradizione locale, alcuni provenienti dall’eclettica collezione del Museo del Latte e della storia della Muggiasca di Vendrogno (LC), partner istituzionale del progetto.


foto di Carlo Borlenghi