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Visualizzazione post con etichetta Alison Jacques. Mostra tutti i post
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01/07/25

Bona de Mandiargues a Londra



A Londra la galleria Alison Jacques presenta una mostra personale dell'artista italiana Bona de Mandiargues (1926, Roma; 2000, Parigi), a cura di Simon Grant. Negli ultimi anni, de Mandiargues è stata oggetto di rinnovato interesse curatoriale e riconoscimento internazionale, in seguito alla sua prima retrospettiva istituzionale al Museo Nivola in Sardegna (2022). Nel 2024, il suo lavoro è stato incluso nella 60a Biennale di Venezia, Foreigners Everywhere , a cura di Adriano Pedrosa, e Surréalisme al Centre Pompidou di Parigi.

Questa mostra, la prima personale di de Mandiargues nel Regno Unito, presenta dipinti e assemblaggi a tecnica mista, oltre a opere a matita colorata e gouache su carta. Le composizioni fortemente cariche e surreali di de Mandiargues riflettono il suo approccio intuitivo, viscerale, istintivo e spesso autobiografico. Ha creato un potente repertorio di opere ricco di figure dall'identità sessuale ambigua, creature fantastiche e immagini cariche di simboli, mitologia, metamorfosi e sogni.

Nata Bona Tibertelli, l'artista trascorse l'infanzia in una villa di una grande tenuta in Emilia-Romagna, vicino a Modena, dove si sentì attratta da luoghi in cui poteva perdersi: soffitte, cantine, stalle, campi e frutteti. Dopo la morte del padre, si trasferì a Venezia per vivere con lo zio, il pittore italiano Filippo de Pisis (n. 1896; m. 1956), che descrisse come una grande influenza e un mentore, insegnandole a usare il suo "occhio interiore". A Venezia, de Mandiargues venne introdotta alle influenze che portò con sé per tutta la sua carriera: dai primi mosaici cristiani di Ravenna alla pittura senese, fino all'opera di Giorgio de Chirico.

Nel 1947 de Mandiargues fece il suo primo viaggio a Parigi, dove incontrò e in seguito sposò lo scrittore e poeta francese André Pieyre de Mandiargues (n. 1909; m. 1991), con il quale ebbe una relazione tumultuosa. Autoproclamandosi "Bona", entrò in contatto con figure chiave dei circoli surrealisti, tra cui André Breton, Max Ernst, Dorothea Tanning, Meret Oppenheim, Hans Bellmer, Leonor Fini e Man Ray, che la fotografò in diverse occasioni. "Grazie al gruppo surrealista", rifletteva, "ho potuto vedere più chiaramente in me stessa ciò che avevo cercato di esprimere".



Nel 1948 Bona si recò in Messico con il marito. Incoronata da Breton come "il paese più surrealista del mondo", Bona si ispirò ai colori del Messico, alla sua storia precolombiana e alla tessitura indigena locale, ed entrò in una nuova fase artistica, abbandonando la pittura in favore di tessuto e collage.

Prendendo le forbici e aprendo le vecchie giacche del marito, Bona ne strappò e smontò le fodere, che i sarti italiani e francesi chiamano l'anima e l'âme (anima). Le immagini di tessuto risultanti, assemblate e cucite insieme – che lei chiamava "ragarts" – sembravano dipinti, assemblati a macchina e anche a mano. "Ho scelto questi materiali molto umili... Ho rovesciato i gilet degli uomini per arrivare al cuore della loro armatura, della loro protezione". Bona considerava il cucito, l'assemblaggio e il taglio centrali nella sua arte, affermando che le forbici erano "importanti per il suo lavoro" quanto i pennelli. Negli assemblaggi, crea un universo di fili e trame emotivamente ricco, un processo di creazione che ha descritto come "vicino a quello di una strega che lancia il suo incantesimo".

L'atto di distruggere un insieme consolidato – in questo caso una giacca da uomo – e ricostituirlo rispecchiava il desiderio di Bona di ricostruire il mondo secondo la sua visione. Come affermava, "il primo dovere di un artista è la lealtà verso il materiale; il secondo è il processo della sua trasformazione, affinché diventi qualcosa di più senza abbandonare la sua natura". Cucendo fisicamente il materiale, Bona cercava di fare a pezzi i binari consolidati dell'Occidente, primo fra tutti il ​​concetto di maschile e femminile; il bello e il selvaggio; lo spirituale e il materiale, fondendoli in un'unica forma.



Un tema centrale di questa mostra è il significato del sé, esplorato attraverso la metafora della lumaca androgina. Bona si identificava profondamente con questo animale ermafrodita, che riteneva simboleggiasse molte delle sue preoccupazioni su opposti, contraddizioni, identità frammentata e sessualità. Come scrisse: "Costantemente lacerata dal desiderio di fuga e dal bisogno protettivo di rimanere a casa, invidiavo il privilegio della lumaca che può muoversi con la sua casa. Un animale lunare e lunatico, simboleggia il movimento nella permanenza. Forse per questo, ho iniziato a identificarmi con lui... Abbracciando le forme della spirale, abbraccio la struttura stessa dell'universo".

19/10/13

Fra fotografie e storia


La Galleria Alison Jacques propone gli scatti degli anni settanta dell'artista austriaca Birgit Jurgenssen.


Hanno un certo fascino i mandali realizzati con componenti elettronici di Leonard Ulian visti da Beers Contemprary. 



Molto ricercata la mostra collettiva "Dear art" al Calvert 22 Gallery.


12/10/11

Di tutto di più londinese

Altri appuntamenti della giornata sono la mostra di Pipiolitti Rist, che interviene nella Hayward Gallery con una serie delle sue proiezioni in allestimenti che si ripetono noiosamente da anni, come risulta alquanto datata l’idea di esporre in esterno i propri candidi panni stesi a richiamo del pubblico.

Oggi hanno inaugurato diverse mostre fra le più note quella su Andy Warhol con i ritratti di Brigitte Bardot da Gagosian Gallery in Davies Street. Mentre nella sede di Britannia Street ci sono le suggestioni di Mike Kelly.

Un poco più in là, in Berkeley Square, c’è il Pavilion of Art & Design con una selezione rigorosissima di pezzi di design e arte.

Un poco più in su c’è Paul Morrison che già sulla facciata della galleria Alison Jacques offre un’allegra visione nel suo stile minimale.

Per spostarsi sulle rive del Tamigi potete usare il battello fra la Tate Modern e la Tate Britan e godervi l'intervento fatto da Damien Hirst.