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31/07/20

David Tremlett e i suoi Buil da Alfonso Artiaco



David Tremlett torna alla Galleria Alfonso Artiaco  di Napoli per la sua sesta personale (le precedenti nel 1996, 2001, 2006, 2011 e nel 2015) con un nuovo progetto sitespecific.




“I 13 dittici Build sono la continuazione dei lavori eseguiti su carta e su pareteda David Tremlett negli ultimi 3 anni. Ogni opera analizza la costruzione scultorea della "forma disegnata". I dittici sono l'assemblaggio di forme geometriche a 4 e 5 lati e ognuna di queste ha volume, colore, peso ed equilibrio. Ogni dittico parla di positivo e negativo, sinistro e destro e forsemaschio e femmina. L'uso della geometria, del colore e del pastello strofinato a mano sulla carta è stato un marchio di fabbrica del lavoro di Tremlett per 40 anni. Il suo linguaggio è scultoreo, è sul disegno e sullo spazio. Nella sala 5 ci sarà un nuovo disegno murale realizzato appositamente per lo spazio che loospita seguendo le 7 modanature che caratterizzano le pareti della stanza.”


30/07/20

Il cielo in una stanza in versione islandese ...


Questa fine d'anno vedrà una particolare proposta artistica ideata dalla Fondazione Nicola Trussardi con l'artista  islandese Ragnar Kjartansson che presenterà "The Sky in a Room" . Il progetto, pensato per la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto di Milano, è stato concepito in seguito al difficile periodo di quarantena che ha segnato la vita pubblica e privata di milioni di italiani, in particolare dei cittadini della Lombardia: ancora una volta un intervento dalla forte valenza simbolica, voluto dalla Presidente Beatrice Trussardi e dal Direttore Artistico Massimiliano Gioni nel diciottesimo anno di attività nomade della Fondazione Nicola Trussardi, per entrare in dialogo con la storia passata e recente della città di Milano.
 
Dal 22 settembre al 25 ottobre 2020, ogni giorno, cantanti professionisti si alterneranno, uno alla volta, all’organo della Chiesa di San Carlo al Lazzaretto – detta anche San Carlino – per eseguire un etereo arrangiamento della celebre canzone di Gino Paoli, Il cielo in una stanza, che si ripeterà ininterrottamente per sei ore al giorno, come una ninna nanna infinita.
 
“Il cielo in una stanza è l'unica canzone che conosco che rivela una delle caratteristiche fondamentali dell'arte: la sua capacità di trasformare lo spazio." spiega l'artista. "In un certo senso, è un'opera concettuale. Ma è anche una celebrazione del potere dell'immaginazione – infiammata dall'amore – di trasformare il mondo attorno a noi. È una poesia che racconta di come l'amore e la musica possano espandere anche lo spazio più piccolo, fino ad abbracciare il cielo e gli alberi... L'amore sa leggere ciò che è scritto sulla stella più lontana, diceva Oscar Wilde.”
 
Le opere di Ragnar Kjartansson – che alternano video, performance, musica e pittura – sono caratterizzate da un senso di profonda malinconia e sono spesso ispirate alla tradizione del teatro e della letteratura nordica del Novecento, con riferimenti che si possono ricondurre all’opera di Tove Janson, Halldór Laxness, Edvard Munch e August Strindberg, tra gli altri.
 
Cresciuto all’interno di un contesto artistico e musicale colto – i genitori sono attori teatrali di successo, la madrina è una cantante folk professionista – ancora adolescente Kjartansson intraprende la carriera di musicista con diversi gruppi, tra cui i Kanada, i Kósý, e i Trabant, con cui gira in tournée sia in Islanda sia a livello internazionale. Dal 2007 si dedica interamente alle arti visive, ma i rapporti con la musica e con il teatro – come strumenti espressivi e universi sentimentali – restano centrali in molte sue opere. In particolare, la ripetizione di suoni e gesti è un elemento fondamentale nelle sue composizioni e coreografie, che sono state spesso descritte come forme di meditazione e di riflessione nelle quali ritornelli, frasi e arie musicali sono trasformate in litanie toccanti e mantra ipnotici.
 
Dopo mesi trascorsi nello spazio chiuso delle proprie abitazioni, accanto ai propri cari o, più tristemente, lontani dai familiari e dagli affetti – rendendosi conto della propria solitudine e soffrendo per le persone perse nella lotta contro la pandemia – la performance di Kjartansson può essere letta come un poetico memoriale contemporaneo: un inusuale monumento e un’orazione civile in ricordo dei dolorosi mesi passati a immaginare il cielo in una stanza e a sognare nuovi modi per stare insieme e per combattere la solitudine e l’isolamento.
 
The Sky in a Room – performance inizialmente commissionata da Artes Mundi e dal National Museum of Wales di Cardiff, con il supporto del Derek Williams Trust e dell'ArtFund – per questa presentazione verrà messa in scena nella Chiesa di San Carlo al Lazzaretto, un luogo la cui storia è intimamente legata a precedenti epidemie, dalla peste del 1576 a quella del 1630, resa celebre da I promessi sposi di Alessandro Manzoni che cita in più occasioni il Lazzaretto nel romanzo e vi ambienta uno dei capitoli più noti.
 
Concepita inizialmente come un altare da campo nel centro del Lazzaretto edificato dall’architetto Lazzaro Palazzi, la chiesa venne progettata da Pellegrino Tibaldi su commissione del cardinale Carlo Borromeo nel 1576. Originariamente aperta su tutti i lati così che i malati potessero assistere alle funzioni rimanendo all’esterno, la chiesa è stata poi trasformata dall’architetto Giuseppe Piermarini a cavallo tra Settecento e Ottocento. Sopravvissuta alle trasformazioni di quasi cinque secoli, San Carlino è un luogo che racconta la storia di Milano e dei suoi cittadini attraverso stratificazioni profonde.
Nel 2017 la chiesa è stata oggetto di un restauro completo finanziato dalla Fondazione Rocca in ricordo di Roberto Rocca
 
The Sky in a Room di Ragnar Kjartansson fa parte di una serie di progetti realizzati dal 2013 dalla Fondazione Nicola Trussardi: mostre temporanee, incursioni, performance e interventi pop-up che hanno portato a Milano artisti internazionali tra cui Ibrahim Mahama, Jeremy Deller, Sarah Lucas, Gelitin, Darren Bader e Stan VanDerBeek.
 
La Fondazione Nicola Trussardi è un’istituzione no profit privata, un museo nomade per la produzione e la diffusione dell’arte contemporanea in contesti molteplici e attraverso i canali più diversi, che nasce a Milano nel 1996. Le sue attività sono rese possibili grazie alla generosità delle socie fondatrici e di un gruppo di sostenitrici e sostenitori che ne supporta i progetti. 
Con The Sky in a Room continua così il percorso intrapreso dalla Fondazione nel 2003, per portare l’arte contemporanea nel cuore della città di Milano, riscoprendo e valorizzando luoghi dimenticati o insoliti. Dopo importanti mostre personali tra cui quelle di Allora & Calzadilla, Pawel Althamer, Maurizio Cattelan, Tacita Dean, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Urs Fischer, Peter Fischli e David Weiss, Paul McCarthy, Paola Pivi, Pipilotti Rist, Anri Sala e Tino Sehgal e le due grandi mostre a tema La Grande Madre (2015) e La Terra Inquieta (2017).
 


Ragnar Kjartansson
 
Nato a Reykjavík nel 1976, Ragnar Kjartansson è uno degli artisti contemporanei più noti della sua generazione. Negli ultimi dieci anni il suo lavoro è stato celebrato dai più importanti musei internazionali. Nel 2019 è stato uno degli artisti più giovani ad avere una mostra personale al Metropolitan Museum di New York. Ha esposto due volte alla Biennale di Venezia, dove ha anche rappresentato l’Islanda nella partecipazione ufficiale del 2009, e ha presentato il suo lavoro all’Hangar Bicocca di Milano, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e all’ EX3 di Firenze, oltre che al New Museum di New York, il Kunstmuseum di Stoccarda, il Palais de Tokyo di Parigi, il Barbican di Londra e la Carnegie di Pittsburgh.  Kjartansson ha vinto prestigiosi premi tra cui nel 2019 l’Ars Fennica Award e nel 2011 il Performa Malcolm McLaren Award.

 

#TheSkyInARoom
#FondazioneNicolaTrussardi


Sere estiva d'arte a New York


Questa sera ben 24 gallerie del Lower East Side a New York saranno aperte fino a tardi per celebrare l'arte contemporanea in tutto il quartiere della città, che giustamente non dorme mai.


29/07/20

L'opera ritrovata


Il dipinto di Jacopo del Sellaio nella camera nella torre di Villa Cerruti. Foto Francesco Federico Cerruti, fine anni Ottanta. 
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino

Un caso di saccheggio nazista che grazie alla positiva collaborazione rimane condiviso nella stupenda Collezione Cerruti al Castello di Rivoli.

Si tratta di un evento particolare che riguarda un dipinto apparentemente perduto di Jacopo del Sellaio, saccheggiato dalla collezione di una famiglia ebraica viennese agli albori della seconda guerra mondiale, è stato scoperto dal Museo Castello di Rivoli ed è ora esposto nella Collezione Cerruti grazie a un accordo amichevole con gli eredi.

Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e la Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte, insieme all’Holocaust Claims Processing Office (HCPO) dello Stato di New York, sono lieti di annunciare la positiva risoluzione della vicenda legata alla proprietà dell’opera Madonna col Bambino, san Giovannino e due angeli, 1480-1485, di Jacopo del Sellaio. L’opera era stata acquistata dall’imprenditore e collezionista Gustav Arens (Reichenau, Repubblica Ceca, 1867 – Vienna, 1936).

L’imprenditore e collezionista Francesco Federico Cerruti (Genova, 1922 – Torino, 2015) acquisì l’opera nel 1987 ignaro dei suoi trascorsi da un antiquario italiano il quale l’aveva acquisita all’asta da Christie’s a Londra nel 1985.

Il dipinto, tra le più pregiate opere di tipologia devozionale realizzate da Jacopo di Arcangelo detto del Sellaio (Firenze, 1443–1493) da oggi deve la sua notorietà non più solo al valore storico-artistico in quanto importante esempio della più alta pittura italiana rinascimentale, apprezzata da Cerruti, ma anche al suo valore simbolico in quanto memoria del dramma dei suoi proprietari originali Gustav Arens, di sua figlia Ann e di suo marito Friedrich Unger, travolti dallo scandalo delle espropriazioni illegittime di opere d’arte durante l’epoca nazista.

L’opera, esposta a partire dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso nella camera della torre di Villa Cerruti, che oggi fa parte del polo museale Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Collezione Cerruti, ha infatti una storia particolarmente travagliata.

Il dipinto, acquistato dall’uomo d’affari e importante collezionista Gustav Arens presso la Galerie Sanct Lucas di Vienna all’inizio del 1936, fu inviato all’Akademie der bildenden Künste per il restauro dove il professore e storico dell’arte Emmerich Schaffran attribuì l’opera a Jacopo del Sellaio rettificando la precedente attribuzione a Raffaellino del Garbo. Alla morte di Gustav Arens, avvenuta nel marzo 1936, il dipinto ereditato dalla figlia maggiore Ann Arens sposata con Friedrich Unger fu sequestrato con l’intera collezione della famiglia Unger dalle autorità naziste presumibilmente dopo il marzo 1938 e restituito dietro il pagamento di un cospicuo riscatto. Con l’acuirsi della persecuzione ebraica, nel giugno del 1938 Ann e Friedrich Unger nonché le figlie Grete e Gitte fuggirono dapprima in Francia e nel maggio del 1939 negli Stati Uniti. A nulla servirono gli sforzi della famiglia per sdoganare e spedire negli Stati Uniti le opere d’arte e gli altri beni rimasti in deposito a Parigi; le operazioni furono ostacolate dalla burocrazia e, nel febbraio del 1942, le autorità tedesche requisirono definitivamente ogni proprietà della famiglia Unger ivi compresa la collezione d’arte.

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Unger poterono recuperare parte del loro patrimonio artistico ma non il quadro di Jacopo del Sellaio di cui si erano perdute le tracce. La famiglia cercò ostinatamente per decenni di rientrare in possesso del dipinto amato particolarmente sin dall’infanzia dalla figlia minore Grete (Vienna, 1928). Nel 1974 l’opera riapparve misteriosamente sul mercato presso la Galerie Fischer di Lucerna e nel 1985 a Londra a un’asta di Christie’s. Due anni dopo, ignaro degli eventi drammatici che avevano contrassegnato la peripezia del dipinto, Francesco Federico Cerruti lo acquistò da un mercante italiano che lo aveva acquistato all’asta di Christie’s.


Nel 2016, dopo la morte di Cerruti (luglio 2015) si avviano gli accordi per l’affidamento della Collezione Cerruti al Castello di Rivoli, poi formalizzato nel 2018. Le ricerche condotte dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea hanno permesso di riconoscere nella tavola il quadro sottratto alla famiglia Unger e, nel 2018 la Fondazione Cerruti, anche a nome del Castello di Rivoli, ha contattato l’HCPO (Holocaust Claims Processing Office) dello Stato di New York grazie al quale sono stati individuati gli attuali eredi nella famiglia di Grete Unger Heinz, figlia minore di Ann e Friedrich Unger, e nei figli di sua sorella Gitta Unger Meier: Karen Reeds, Andrea Meier e Alan Meier. Nel 2018 è stata quindi avviata una trattativa tra le parti conclusasi felicemente nel 2020 con le finalità di mantenere integra la Collezione Cerruti, preservare il ricordo dei tragici eventi che hanno scosso l’Europa nel corso del XX secolo e permettere al pubblico di vedere il dipinto nella nuova casa museo, Villa Cerruti, gestita dal Castello di Rivoli. Oltre a un compenso finanziario da parte delle Fondazione Cerruti alla famiglia, è stato concordato di narrare le vicissitudini del dipinto e della famiglia Arens e Unger ai visitatori. Ora è dunque possibile ammirare l’opera di Jacopo del Sellaio, un dipinto particolarmente amato da Cerruti a tal punto che l’aveva voluto accanto al letto nella camera della torre, uno spazio mistico in cui erano state raccolte molte opere devozionali e destinato al raccoglimento della sulla finitudine.


Afferma Grete Unger Heinz, “A quasi 93 anni, avevo perso la speranza che questo amato dipinto rinascimentale italiano appartenente ai miei genitori sarebbe mai riemerso. Sono lieta non solo che la Fondazione Cerruti abbia raggiunto un equo accordo con gli eredi della famiglia Unger, incluso un resoconto completo della travagliata storia del dipinto, ma anche che io possa ancora vedere l’opera stessa al Museo del Castello di Rivoli nel corso della mia vita”.

 

Aggiunge Carolyn Christov-Bakargiev, direttore del Castello di Rivoli e della Fondazione Cerruti, “Sono lieta che la Fondazione Cerruti, gli eredi di Ann e Friedrich Unger e il nostro Museo siano stati in grado di risolvere con successo una richiesta di restituzione dei beni delle vittime dell’Olocausto lunga decenni. Attraverso la nostra ricerca sulla provenienza della Collezione Cerruti - e grazie all’Ufficio Reclami dell’Olocausto (HCPO) di New York - siamo stati in grado di identificare gli eredi di questo dipinto rinascimentale andato perduto durante la Seconda Guerra mondiale, compensarli per la loro perdita e conservare il dipinto al museo per la fruizione pubblica. Quest’opera di Jacopo del Sellaio, così amata dai suoi proprietari originali e anche da Francesco Federico Cerruti, che l‘ha acquisita nel 1987 senza conoscerne il passato travagliato, ha finalmente trovato la pace”.

Susan Philipsz a Los Angeles


La Tanya Bonakdar Gallery  propone fino al 19 Settembre il progetto  "Sleep Close and Fast "  la prima mostra personale di Susan Philipsz nella location di Los Angeles, che anticiperà la presentazione della sua installazione a dodici canali "Prelude in the Form of a Passacaglia" realizzata nel 2020 alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles il 6 febbraio 2020.


Sleep Close and Fast è una nuova installazione sonora a sette canali con registrazioni di ninne nanne cantate con la voce dell'artista. Raccolti da una varietà di fonti tra cui film horror di culto, opera e letteratura, le ninne nanne scelte condividono sfumature oscure e inquietanti. Emanata da botti di acciaio inossidabile, l'acustica scultorea suggerisce spazio profondo, distanza e memoria. Le registrazioni vocali sono accompagnate da un battito di percussioni impostato al ritmo del battito cardiaco dell'artista, che funge da metronomo per la ninna nanna.



28/07/20

Banksy all'asta per Betlemme


Questa sera saranno ben 3 i Banksy che saranno battuti all'asta dalla Sotheby's per la vendita serale "Rembrandt to Richter" con cui sarà sostenuto l'ospedale a Betlemme, città in cui l'artista ha da tempo attivato il noto "Hotel Betlemme".

Base d'asta per i tre lavori da oltre un milione di euro che si spera di superare visto lo spirito sociale dell'iniziativa, come già aveva fatto per sostenere l'ospedale inglese di Southampton a maggio.

Les Parallèles du Sud di Manifesta 13



Per la prima volta nella sua storia, Manifesta 13 Marsiglia è più di un semplice programma di mostre di arti visive per un pubblico internazionale di specialisti. Ora riunisce tre programmi altrettanto importanti tra cui due sono ancorati localmente. Traits d'union.s è un programma ideato da un team artistico composto da curatori internazionali, il programma Le Tiers [il terzo programma] presenta una rassegna realizzato dai membri del dipartimento di educazione e mediazione di Manifesta 13 Marsiglia e Les Parallèles du Sud è un multidisciplinare programma di mostre ed eventi prodotti dalle parti interessate regionali in collaborazione con partner internazionali.

Per Les Parallèles du Sud, sono stati selezionati 86 progetti tra 360 domande da una giuria composta da Hedwig Fijen, direttore di Manifesta 13 Marsiglia; Colette Barbier, direttrice della Fondation d’entreprise Ricard; Alya Sebti, membro del team artistico di Manifesta 13 Traits d’union.s; e l'artista di Marsiglia Michèle Sylvander. Il programma inizierà contemporaneamente a Traits d'union.s, dal 28 agosto al 29 novembre 2020. Esplorerà questioni concentrate attorno alla domanda: Marsiglia e la sua regione possono essere fonte d'ispirazione per un rinnovato modello di convivenza in una città influenzata da diverse generazioni di migrazioni?

Il più interdisciplinare dei tre programmi, Les Parallèles du Sud presenterà più di 40 mostre e installazioni, oltre a una vasta gamma di spettacoli, conferenze, tavole rotonde, scuole estive, editoria e progetti sonori in tutta la regione da Marsiglia a Nizza, Arles ad Avignone e poi ad Aix-en-Provence, Port de Bouc, Monaco, Vallauris ed Embrun. Artisti internazionali, curatori, ricercatori, gallerie, organizzazioni no profit e istituzioni (provenienti da tutto il mondo) collaboreranno con attori regionali per accogliere più di 350 partecipanti (di cui 200 artisti visivi, di cui metà con sede nella regione).

“La cultura è vitale nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. La nostra regione soleggiata, piena di luce, ha sempre mantenuto un posto unico per le arti visive. Attraverso "Les Parallèles du sud", Manifesta 13 Marsiglia offre una magnifica visibilità a tutti i luoghi e artisti che danno vita all'arte tutto l'anno sul nostro territorio. Tutti coloro che lavorano per sviluppare arte, immaginazione e sensibilità sono essenziali per la nostra felicità e per l'attrattiva della nostra regione per i suoi abitanti e visitatori. " Renaud Muselier, Presidente della Regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra.

Per Manifesta 13 Les Parallèles du Sud, molti partecipanti affronteranno questioni chiave dei nostri tempi, come la trasformazione della vita civile in un contesto sociale spesso contrassegnato da fratture, mettendo in evidenza pratiche partecipative che sono più essenziali che mai nella nostra società . Molti progetti coinvolgono fortemente anche il modo in cui ci relazioniamo con la natura e le questioni ecologiche. Provenienti da diverse parti d'Europa e dal contesto globale, gli artisti metteranno in discussione specifici momenti chiave della storia attraverso una vasta serie di ricordi e domande riflessive e un focus sul concetto di trasformazioni geo-politiche e narrazioni alternative di comprensione, riflessione e immaginazione .

27/07/20

Do it on Google Arts



Da molti anni il progetto di Do It ideato dall'ormai onnipresente Hans Ulrich Obrist, nel 1993 chiacchierendo con Christian Boltanski e Bertrand Lavier trova ora spazio nel grande contenitore multimediale di Google Arts & Culture .

Lanciato a metà maggio con nome di  "Do it (around the world)" raccoglie decine di possibili progetti che ognuno può farsi, ma che sono giustificati da noti artisti internazionali, confermando ancora come il sistema arte finge l'idea della libertà, liberi si ma solo se firmati...

Comunque mi diverte molto e trovo che potrebbe essere veramente un esempio di alternatività al sistema "mercato", basterebbe correggerlo e lasciare spazio a tutti di essere artisti.

26/07/20

Aids quilt online



Il National AIDS Memorial (NAM) ha reso accessibile su internet l'intera grande raccolte di Quilt commemorativi del progetto Aids NAMES

Il Quilt è stato concepito nel 1985 dall'attivista per i diritti dei gay Cleve Jones, che dopo aver saputo che 1.000 San francescani erano morti per cause legate all'AIDS, ha chiesto ad altri attivisti di creare delle piccole coperte su cui scrivere i nomi dei loro amici e familiari che erano stati persi a causa dell'AIDS. 

Questi poi furono attaccati alle pareti dell'Edificio Federale di San Francisco durante la marcia con i lume di candela del 1985, riorganizzata poi ogni anno, per ricordare il difensore dei diritti gay a San Francisco Harvey Milk e il sindaco George Moscone che furono assassinati nel 1978.

Da quell'anno poi ogni anno durante la Marcia Nazionale a Washington per i diritti di lesbiche e gay, fino all' ultima esibizione pubblica nel 1996 è stata posata sulla piazza principale della città

info al link https://www.aidsmemorial.org/custom-templates/interactive-aids-quilt

25/07/20

Giardini Reali invasi da arte e sostenibilità


"TOward2030. What are you doing?" arriva nei Giardini e nello Spazio Confronti della Galleria Sabauda, un bel progetto ideato da Lavazza e dalla Città per condividere la cultura della sostenibilità col linguaggio della street art.

Si tratta della documentazione fotografica delle 18 opere murali ispirate ai 17 temi di sviluppo sostenibile, i Sustainable Development Goals, proposti dall’Onu, affiancati dal Goal Zero sostenuto da Lavazza.

La mostra durerà fino al 17 Gennaio 2021 ed è curata da Roberto Mastroianni e Filippo Masino.




24/07/20

Opportunismo d'arte?


Dubbi su tutta quest'arte che ora cavalca quest'onda del Black Lives Matter, come la recente statua dell'artista britannico Marc Quinn che ha installato una scultura in resina sul plinto di Bristol, dove prima c'era la statua del commerciante di schiavi Edward Colston, poi subito tolta dal Comune di Bristol. 

Non sarebbe stato meglio aiutare direttamente il movimento anziché produrre una statua che poi si sarà venduta e il cui ricavato andrà agli enti no-profit Cargo Classroom e The Black Curriculum, ma alla fine l'artista cosa ci mette di suo?

Io ci vedo più il vantaggio mediatico che riceve dall'evento e che ne promuoverà l'immagine, che un'azione di sostegno diretta, forse sono un poco pessimista ma mi rendo conto che non è facile essere propositivo, tanto più se si è un ricco artista bianco come Marc Quinn.

23/07/20

Nick Cave a Copenhagen



Fra i tanti eventi che hanno riaperto c'è la mostra di "Stranger Than Kindness: The Nick Cave Exhibition" presso la Black Diamond – Royal Danish Library di Copenhagen



La mostra offre un'esperienza della vita quotidiana dell'artista con oltre 300 oggetti che creano otto grandi installazioni che ci immergono nell'ambiente creativo del musicista australiano.


Il progetto è stato realizzato da Janine Barrand dell’Arts Centre di Melbourne e Christina Back della Royal Danish Library in collaborazione con l'artista.



22/07/20

Gavin Brown si unisce a Barbara Gladstone

gli spazi della GBE


Per anni è stata una delle gallerie più originali e sperimentali, ora Gavin Brown chiude la sua galleria, denominata Gavin Brown Enterprise (G.B.E), e si unisce con alcuni dei suoi artisti alla potente Gladstone Gallery.

Non si capisce se è un fatto di stanchezza o un problema economico che ha portato il noto gallerista a cambiare la sua attività, sicuramente un'altro segnale dei grandi cambiamenti nel sistema del mercato dell'arte. 


Nuove date per la mostra della galleria Tommaso Calabro

Villa  Iolas  Photography: Lee Thompson Courtesy of David Kordansky Gallery, Los Angeles and The Modern Institute, Glasgow, Scotland

La Galleria d’Arte Tommaso Calabro presenta Casa Iolas. Citofonare Vezzoli, una grande mostra dedicata al gallerista e collezionista greco Alexander Iolas (1907-1987), a cura di Francesco Vezzoli (1971) con un allestimento di Filippo Bisagni. La mostra sarà accompagnata da un prezioso catalogo interamente illustrato con un saggio di Luca Massimo Barbero. Aprirà il prossimo 25 Settembre e durerà fino al 16 Gennaio.
 
Alexander Iolas fu uno dei più importanti mercanti d’arte della seconda metà del Novecento. Tra i primi a creare un sistema internazionale di gallerie satelliti, introdusse il Surrealismo negli Stati Uniti e organizzò la prima mostra personale di Andy Warhol. Amico e sostenitore di alcuni dei più grandi artisti del suo tempo, Iolas iniziò tuttavia a essere dimenticato subito dopo la sua morte. La stessa sorte toccò alla sua casa di Atene, Villa Iolas, la cui inestimabile collezione d’arte venne saccheggiata e andò in gran parte dispersa.
 
Risultato di una ricerca sull’attività espositiva di questo visionario mercante d’arte, Casa Iolas. Citofonare Vezzoli intende rievocare gli spazi perduti della sua leggendaria abitazione. Attraverso lo sguardo di Vezzoli, artista che da sempre si interroga sulle complessità psicologiche di personaggi celebri, la mostra propone la riscoperta di una figura cardine del mercato dell’arte novecentesco. Con questo progetto Tommaso Calabro continua il suo iter espositivo finalizzato a valorizzare alcuni dei galleristi più importanti, ma spesso parzialmente dimenticati, del ventesimo secolo. Casa Iolas. Citofonare Vezzoli è il secondo capitolo di un percorso avviato dalla galleria nel 2018 con la mostra inaugurale dedicata all’italiano Carlo Cardazzo (1908-1963). 

Nato nel 1907 ad Alessandria d’Egitto con il nome di Costantino Koutsoudis in una famiglia greca di commercianti di cotone, Alexander Iolas, come si farà chiamare più tardi, mostra fin da ragazzo una predisposizione per la musica e la danza. Contro il volere della famiglia, all’età di diciassette anni si trasferisce a Parigi e poi a Berlino, dove lavora come ballerino professionista. Con l’avvento del nazismo, si sposta nuovamente a Parigi, città in cui avviene il suo primo incontro con l’arte. A Montparnasse acquista la sua prima opera d’arte, un dipinto di Giorgio de Chirico intravisto nella vetrina di una galleria in Rue Marignan. Durante gli anni di permanenza nella capitale francese, Iolas si avvicina alla corrente Surrealista e stringe amicizie con i più importanti artisti dell’epoca, tra cui Georges Braque, Man Ray, Pablo Picasso e de Chirico stesso. Nel 1944 si trasferisce a New York, dove balla alla Metropolitan Opera. In seguito a un infortunio al piede, decide di intraprendere una nuova carriera nell’arte lavorando come Gallery Manager alla Hugo Gallery, che dirigerà per i successivi dieci anni. Qui dedica mostre agli artisti surrealisti incontrati a Parigi, tra cui Max Ernst (1946), René Magritte (1947) e Victor Brauner (1947) e, nel 1952, organizza la prima personale di Andy Warhol dedicata a una serie di disegni ispirati ai testi di Truman Capote. Grazie alla sua personalità istrionica e a un infallibile acume commerciale, Iolas si fa presto strada nella scena artistica newyorkese, fino a inaugurare un suo spazio nel 1955 insieme all’ex ballerino Brooks Jackson, la Jackson-Iolas Gallery. Negli anni successivi, apre una rete internazionale di gallerie d’arte (Parigi, Ginevra, Milano, Madrid, Roma e Atene) dove mostre di Brauner, Copley, Fontana, Yves Klein, Kounellis, Magritte, Raysse, Matta, Nicky De Saint Phalle e molti altri si susseguono senza sosta per anni. Nel 1976, alla morte dell’amico Max Ernst, Iolas chiude tutte le sue gallerie in Europa, mantenendo una promessa fatta all’artista.
 

Villa  Iolas  Photography: Lee Thompson Courtesy of David Kordansky Gallery, Los Angeles and The Modern Institute, Glasgow, Scotlan


Negli anni Settanta Iolas realizza il sogno di creare una casa ad Atene dove allestire la sua vasta collezione. Villa Iolas, costruita nel quartiere popolare di Aghia Paraskevi su un’estensione di settecento metri quadrati e interamente ricoperta di marmo bianco, ospitava l’inestimabile collezione del gallerista. Nelle sue numerose stanze, antichità greche, egizie, romane, bizantine e orientali trovavano spazio accanto alle opere dei più importanti artisti moderni. A seguito della morte di Iolas nel 1987, la mancanza di un testamento scritto, discordie tra gli eredi e l’intenzione mai concretizzata della municipalità locale di trasformare la villa in un centro culturale la condannarono a un triste destino di abbandono e vandalismo. A eccezione di alcune opere donate dal gallerista al Centre George Pompidou e delle quarantaquattro opere donate al Macedonian Museum of Contemporary Art, il resto della sua collezione venne venduto o andò disperso.
 
Uomo istrionico, capace di incantare i salotti culturali internazionali in cinque lingue diverse con un innegabile savoir faire, Alexander Iolas ha determinato il corso del mercato dell’arte del secondo Nocevento. La Galleria Tommaso Calabro ne rievoca la vita e la personalità esponendo opere di alcuni degli artisti da lui esposti: Victor Brauner, William N. Copley, Giorgio de Chirico, Niki de Saint Phalle, Max Ernst, Lucio Fontana, Paul Klee, Yves Klein, Les Lalannes, Georges Mathieu, Roberto Matta, Eliseo Mattiacci, Pino Pascali, Man Ray, Martial Raysse, Fausta Squatriti, Takis e Jean Tinguely. Nelle sale della galleria trasformate nelle stanze di Casa Iolas, Francesco Vezzoli intesserà un dialogo con l’universo del gallerista greco inserendo nel percorso espositivo alcune sue sculture recenti, di cui due inedite, e tre opere a ricamo realizzate per l’occasione. Secondo Vezzoli “Casa Iolas vuole essere non solo un omaggio a un grande gallerista quasi dimenticato, ma anche a una cultura galleristica basata su relazioni personali di amicizia, fiducia e stima reciproche, che il sistema del mercato dell’arte contemporaneo sembra aver definitivamente cancellato. Per questo motivo ho voluto omaggiare la figura di Iolas nella sua interezza, come gallerista e collezionista, come dandy del mercato dell’arte e come esteta.”
 
Casa Iolas verrà idealmente rievocata attraverso un allestimento che andrà a operare su tre livelli attraverso l’esposizione di opere di artisti esposti da Iolas, lavori di Francesco Vezzoli e complementi d’arredo che si rifanno all’estetica della villa. Il percorso allestitivo, che coinvolgerà tutti gli spazi della galleria, sarà scandito in ogni stanza da punti focali in cui i tre livelli si fondono in vere e proprie installazioni scenografiche.

21/07/20

Villa Medici, l'arte dei borsisti


Villa Medici, la stupenda sede dell'Accademia di Francia, ha riaperto la settimana scorsa con la mostra dei borsisti “Dans le tourbillon du tout-monde” che durerà fino al 13 settembre, curata da Lorenzo Romito

 
CS

Questa mostra collettiva riunisce le realizzazioni dei sedici artisti e ricercatori borsisti che operano nel vasto campo della creazione, dalle arti visive al design, dall’architettura alla musica, dal cinema alla letteratura e alla storia dell’arte.

I progetti presentati sono il frutto di ricerche, attività e riflessioni coltivate dai borsisti durante la loro residenza a Villa Medici, e portano il segno, per contenuti e forme espressive, degli sconvolgimenti dell’anno in corso. Le opere esposte mettono in luce l’interrelazione fra creazioni individuali e progetto comune, creano ponti tra le discipline e tracciano traiettorie che testimoniano questo momento eccezionale di coscienza collettiva.

Dans le tourbillon du tout-monde è un invito rivolto al pubblico, un appuntamento con una mostra che nasce dopo un periodo di incertezze e che per questo acquista un rilievo forse ancora maggiore.

Lorenzo Romito:

« L’incipit di una mostra che ancora oggi stentiamo a capire se potrà aver luogo viene da una dedica fattami da Édouard Glissant sulla quarta di copertina della mia copia del suo libro Poetica della Relazione. Lui, poeta, profeta, sembrava al momento di quell’incontro avvenuto a Roma, poco prima della sua scomparsa, già essere nel centro di quel tourbillon inatteso della prima pandemia globale che ha travolto il tout-monde. Una circostanza da cui non è possibile sottrarci, di cui tutto, anche questa esposizione, diviene conseguenza.

Una mostra che viene determinata dall’imprevisto, che tenta di accoglierlo, di condividerlo, sottraendosi dal giudicarlo e da prevederne le conseguenze. Una mostra che abita uno spazio « tra »: tra quello che si intendeva fare e quello che si può e si vuole ancora fare, tra un prima divenuto già distante e un futuro in questo momento privo di certezze. Una mostra di cui non possiamo neanche aver certezza, non essendoci certezza che un pubblico possa venire a vederla, una mostra che si dispone anche all’eventualità di non poter essere esposta e che si fa plico da inviare a chi si sente il bisogno, per testimoniare apprezzamento, sostegno, aiuto, semplicemente presenza. Una mostra che diviene un’opera in sé, collettiva, di arte, postale, magari anche – se possibile – consegnata a mano, che sceglie il suo pubblico, che lo cerca e ci si indirizza, che gli mostra attenzione per quanto sta vivendo e per quel che sta facendo o non può più fare, ogni invio una relazione da tessere.

Ma una mostra che può forse, ancora, aver luogo, lo saprete voi se leggerete queste parole a Villa Medici o a casa vostra. Realizzata in stato di eccezione, una mostra che richiama gli artisti all’esplorazione del sensibile, ad agire nella viva carne del cambiamento nel momento in cui ci destabilizza, mentre sta spuntando le nostre matite come le nostre certezze, rendendoci fragili. Un cambiamento che non si offre ancora alla comprensione, che ci rifiuta quella distanza, quella pulizia ed esattezza che di ogni artista sono la signatura.
È in questo stato sospeso che siamo convocati ad esprimerci prima di avere ritrovato il linguaggio, le parole e i segni con cui capire ed essere capiti, prima che sul mondo venga ripristinato il Logos, parola, norma, prima di conoscere quale sarà questo logos a venire.

La mostra esplora così stati d’animo, gesti, pensieri, propone opere destabilizzate, ne fa il suo senso, ricerca modi di fare e di farsi che potranno diventare presto comportamenti sociali diffusi o solo ricordi di un tempo che ha segnato anche noi che ci pensavamo autori indiscussi delle nostre vite e delle nostre opere ».

La mostra Dans le tourbillon du tout-monde riunisce le opere dei sedici borsisti della promozione 2019-2020:

Sammy Baloji (fotografo e artista visivo), Frédérique Barchelard e Flavien Menu (architetti), Benjamin Crotty (sceneggiatore), Pauline Curnier-Jardin (sceneggiatrice e artista visiva), Bastien David (compositore), Samuel Gratacap (fotografo), Valentina Hristova (storica dell’arte), Mathieu Larnaudie (scrittore), François Olislaeger (disegnatore e fumettista), Louise Sartor (pittrice), Fanny Taillandier (scrittrice), Sébastien Thiéry (scrittore), Mikel Urquiza (compositore), Jeanne Vicerial (designer tessile), Sara Vitacca (storica dell’arte).

20/07/20

Prossimamente Trevor Paglen al Burlington Gardens di Londra


Image: Trevor Paglen, Bloom (#7a5a4e), 2020 © Trevor Paglen, Courtesy the artist and Pace Gallery 

Per la stagione autunnale la sede londinese della galleria Pace presenterà Bloom, una mostra di nuove opere dell'artista americano Trevor Paglen, che saranno allestite nei meravigliosi spazi del Burlington Gardens di Londra. 

La mostra esplorerà i temi centrali di Paglen dell'intelligenza artificiale, la politica delle immagini, le tecnologie di riconoscimento facciale e i futuri alternativi. Questa è la risposta giusta alla nostra attuale crisi. 

La mostra segue la presentazione di Paglen alla Fondazione Prada all'inizio di quest'anno.


CS
 

London—Pace is pleased to return to its physical space with an exhibition of new works by American artist Trevor Paglen. Held both at 6 Burlington Gardens and on the gallery’s digital platform, Bloom will be presented from 10 September to 10 November 2020 and explores Paglen’s central themes of artificial intelligence, the politics of images, facial recognition technologies, and alternative futures. This is Pace’s second exhibition with the artist. It will coincide with solo exhibition presented at The Carnegie Museum of Art, Pittsburgh (4 September 2020 – 14 March 2021).  

 

Paglen's complex and pioneering work examines the systems and technologies that shape society. Computing systems that collect, interpret, and operationalize data that defines and tracks identity, movement, and habits fuel the artist’s broad practice. Employing a variety of disciplines throughout his oeuvre, from investigative journalism to scientific research, the exhibition will feature new sculptures, photographs, drawings, and digital components that relate to corporate and state use of machine learning algorithms to monitor, extract value, and influence people’s lives. 

 

Together, the works in the exhibition recall the “Vanitas” tradition in art, in which symbolic objects such as skulls, flowers, and books remind us of mortality, the fragility of life, and the vanity of worldly pleasures. In contrast to the vanitas paintings of the 15th and 16th century, Paglen plays with these symbolic tropes, bringing them into the present day and addressing new measures of mortality in the digital era such as Zoom, AI, policing, and even such threats as COVID-19.   

 

“Computer vision and artificial intelligence have become ubiquitous. The works in this exhibition seek to provide a small glimpse into the workings of platforms that track faces, nature, and human behaviour, and into the underlying data that structures how machines ‘perceive’ humans and landscapes. In this new work, I am interested in exploring the numerous examples of computer training sets creating AIs that reflect and perpetuate unacknowledged forms of racism, patriarchy, and class division that characterise so much of society.” – Trevor Paglen, June 2020.  

 

Highlights of the exhibition will include Bloom, a series of large-scale photographs that depict flower formations conceptualized by various computer vision algorithms created to analyse the constituent parts of real-life photographs. The colours and shapes in the images represent similar areas that the AI has detected in learning from other images of flowers. They do not represent real-to-life colours so much as what the AI thinks the different parts of the images are.  

 

Taking centre stage in the exhibition is The Standard Head, a large-scale reconstruction of 1960s pioneer CIA agent Woody Bledsoe’s mathematical model of a “standard head”. Conceived from the average measurements of the faces Bledsoe experimented with, Paglen reconstructed the “standard head” from rare information left behind in Bledsoe’s archives at the University of Texas. Artificial intelligence algorithms are designed and trained to look for faces, unique key points, lines, circles, and areas of interest as they attempt to deconstruct the underlying reality into a more simplified series of sections or shapes. Dialoguing with The Standard Head is Personality Model, a plated bronze phrenology skull derived from the current categories that are used in predictive policing and sentencing algorithms that intend to gauge someone’s level of criminality by measuring their psychological attributes and behaviours 

 

Presented alongside these sculptures are a series of new drawings and compositional paintings that are similarly based on mathematical simplifications produced by various computer vision algorithms. Airlines and Sentiments and The Disasters feature lines of texts culled from datasets that AI developers employ to teach computer systems to analyse and emotionally interpret the content of online communications. From a distance, these works give the appearances of subtle lines of colour fields reminiscent of Agnes Martin’s abstract paintings. Upon closer inspection, the colours separate, and individual lines of text pulled from email spam emerge from their abstraction. The Humans showcases grids composed of thousands of smaller images used to evaluate people’s behaviours for commercial purposes. For example, one of the datasets is for “distracted drivers,” a collection of images used to recognise if someone is distracted while driving by an AI system. This dataset was created by State Farm insurance to adjust their insurance premiums in real-time, based on that information. In series of pen-on-paper drawings, Paglen shows how complex images are “abstracted” into much simpler versions in computer vision systems, drawing parallels between computer vision systems and Constructivist and Cubist ways of seeing. 

 

ImageNet Roulette is an interactive artwork that classifies people’s digitally-captured portraits according to the most widely-used dataset, called ImageNet, a program that teaches artificial intelligence systems how to classify images, developed at Princeton and Stanford Universities in 2009. When a member of the public’s image is recorded by a camera and simultaneously projected on the gallery video monitor, the AI model categorises them according to the dataset. The project is a provocation, acting as a window into some of the racist, misogynistic, cruel, non-scientific, controversial, and simply absurd categorisations embedded within ImageNet and other training sets that AI models are built upon.  

 

The exhibition follows Paglen’s installation From ‘Apple’ to ‘Anomaly’, presented at the Barbican Curve from September 2019 to February 2020, and Training Humans, an exhibition of Paglen’s works with Kate Crawford presented at the Prada Foundation, Milan from September 2019 to February 2020.   

 

 

Trevor Paglen (b. 1974, Camp Springs, MD) is known for investigating the invisible through the visible, with a wide-reaching approach that spans image-making, sculpture, investigative journalism, writing, engineering, and numerous other disciplines. The clandestine and the hidden are revealed in series such as The Black Sites, The Other Night Sky, and Limit Telephotography in which the limits of vision are explored through the histories of landscape photography, abstraction, Romanticism, and technology. Paglen’s investigation into the epistemology of representation can be seen in his Symbology and Code Names series which utilize text, video, object, and image to explore questions surrounding military culture and language. Among his chief concerns are learning how to see the historical moment we live in and developing the means to imagine alternative futures.  

 

Paglen has had numerous one-person exhibitions, including at the Museum of Contemporary Art San Diego (2019); Frankfurter Kunstverein, Frankfurt (2015); Eli & Edythe Broad Art Museum, Michigan State University, East Lansing (2015); Protocinema Istanbul (2013); Van Abbemuseum, Eindhoven, Netherlands (2013); and Vienna Secession (2010). He has participated in group exhibitions at the San Francisco Museum of Modern Art (2009, 2010, 2018); Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid (2014); The Metropolitan Museum of Art, New York (2011); Tate Modern, London (2010), and numerous other institutions.  

 

In tandem with his museum exhibitions, Paglen is well-known for his site-specific public projects, among them, The Last Pictures (2013), an artwork containing a micro-etched disc with one hundred photographs into geostationary orbit around Earth via the communications satellite EchoStar XVI, produced in collaboration with Creative Time and MIT. In 2015, Paglen created Trinity Cube, a radioactive public sculpture made from material collected within the exclusion zone in Fukushima, Japan, and from Trinitite, the radioactive material made from molten sand after the testing of the Atomic Bomb at the Trinity Site in New Mexico. In addition, Paglen achieved critical acclaim for his contributed research and cinematography on the Academy Award-winning film Citizenfour, directed by Laura Poitras. Paglen is the author of five books and numerous articles on subjects including experimental geography, state secrecy, military symbology, photography, and visuality. His work has been profiled in the New York TimesVice Magazine, the New Yorker, and ArtforumIn 2017, Paglen was the recipient of the MacArthur Genius award, and in 2014, he received the Electronic Frontier Foundation’s Pioneer Award for his work as a “groundbreaking investigative artist.” Paglen holds a BA from the University of California, Berkeley, an MFA from the Art Institute of Chicago, and a PhD in Geography from the University of California, Berkeley.  

 

 

Pace is a leading contemporary art gallery representing many of the most significant international artists and estates of the twentieth and twenty-first centuries.  

 

Under the leadership of President and CEO Marc Glimcher, Pace is a vital force within the art world and plays a critical role in shaping the history, creation, and engagement with modern and contemporary art. Since its founding by Arne Glimcher in 1960, Pace has developed a distinguished legacy for vibrant and dedicated relationships with renowned artists. As the gallery approaches the start of its seventh decade, Pace’s mission continues to be inspired by a drive to support the world’s most influential and innovative artists and to share their visionary work with people around the world.  

 

Pace advances this mission through its dynamic global program, comprising ambitious exhibitions, artist projects, public installations, institutional collaborations, performances and interdisciplinary projects through Pace Live, and curatorial research and writing. Today, Pace has seven locations worldwide: two galleries in New York—including its newly opened headquarters at 540 West 25th Street, and an adjacent 8,000 sq. ft. exhibition space at 510 West 25th Street—as well as galleries in Palo Alto, London, Geneva, Hong Kong, and Seoul. 



Trevor Paglen 

Bloom 

https://www.pacegallery.com/exhibitions/trevor-paglen-bloom/

https://www.pacegallery.com/artists/trevor-paglen/

 

6 Burlington Gardens, London 

10 September – 10 November 2020  

 

Virtual opening reception: 
Thursday 10 September 2020, 6–8 PM  

 

Il Pando del Pav



Il PAV Parco Arte Vivente è lieto di inaugurare Pando, un progetto collettivo di produzione ed esposizione di pratiche artistiche nello spazio digitale. Pubblicate serialmente, con cadenza non necessariamente regolare, le ricerche di Marina CavadiniGaetano CunsoloEdoardo ManzoniIsabella MongelliIsamit MoralesValentina RoselliStefano SerrettaThe Cool Couple e Natália Trejbalova ci accompagneranno fino ad autunno inoltrato.

L'idea del progetto Pando nasce alcuni mesi fa, in dialogo con giovani artisti che in passato avevano già collaborato con il PAV Parco Arte Vivente. Alla base, non vi è l'intenzione di traslare in un contesto virtuale lavori pensati per svilupparsi nello spazio fisico, ma, al contrario, di sviluppare una ricerca o declinare nuovi aspetti di una ricerca già esistente giocando con quei particolari formati che siamo abituati a fruire online – podcast, gif, brevi video che strizzano l'occhio ai codici e alle tendenze di YouTube, pdf scaricabili e molte altre rielaborazioni dei topói della quotidianità digitale.
 

Pando non vuole essere un'alternativa alla frequentazione dello spazio fisico del PAV (che, anzi, ha riaperto i cancelli del parco il 2 giugno scorso!) ma un percorso espositivo virtuale in itinere a sé stante.


Chi segue la nostra programmazione, saprà che, da quattro anni, portiamo avanti il festival per artisti emergenti Teatrum Botanicum.

Trattandosi di una vera e propria festa, di un evento in cui trovano spazio diverse pratiche dal vivo, abbiamo deciso di rimandare la sesta edizione del festival al 2021, onde evitare di generare situazioni potenzialmente rischiose per pubblico ed artisti e per non snaturare il carattere del festival trasformandolo in una manifestazione statica.

Per lo stesso motivo, abbiamo deciso di non limitarci a “spostare” il festival online, ma riformulare la nostra attenzione per il panorama dell'arte italiana emergente tramite un progetto completamente diverso.