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03/04/13

L’arte contemporanea è ancora cultura?


Per anni si è proposto il mantra dell’arte come cultura, forse fino agli anni settanta qualche valore culturale si poteva ancora scorgere in questi particolari manufatti. Ma in questi ultimi decenni le opere artistiche son diventate materiale di pratico smercio economico con cui giocare a status sociali, enfatizzati da un sistema di allegri momenti conviviali in location dal particolare fascino alternativo. 


Il forte ingresso di investitori e di abili commercianti ha trasformato un delicato settore creativo in un pratico sistema di arricchimento, per i più accorti. 

Già Tom Wolf in un suo ironico saggio “Come ottenere il successo in arte” aveva accennato a questa trasformazione e ora che, una particolare crisi economica sta cambiando tanti valori economici, questa pare prendere corpo in modo inequivocabile. 

La caduta dei valori tanto enfatizzati fino a pochi mesi fa mette in risalto il vero spessore di tante “opere artistiche”, che proprio per il loro vuoto significato culturale collassano rispetto all’enfatizzato momento di vendita. 

L’arte contemporanea spesso è stata usata, in questi ultimi decenni, come un pratico sistema per veicolare prodotti commerciali dal basso valore di produzione ma con un forti ricarichi di vendita, decorata da finti sostegni culturali, per giustificarne un’immissione sul mercato. 

Si è creato un sistema di inutili testi e filippiche, partecipi i tanti curatori, critici e finti promotori di informazioni, col fine di giustificare il ruolo alto di questi oggetti ma dai recenti risultati e dalla sua volatilità si capisce sempre più la reale funzione di prodotto momentaneo di consumo. 

Tutto questo spesso sfruttando molte istituzioni pubbliche che, in un’ottica di risparmio, hanno demandato il ruolo realmente culturale a una funzione di vetrina commerciale.

04/09/12

Nei rivoli dell’arte il mercato è nudo.



La storia dell’arte visiva ci ha insegnato che col variare del tempo le forme artistiche sono cambiate e si sono evolute. Nell’ultimo secolo la mutazione non è stata solo estetica ma è stata globale, passando così da forme fisiche definite, quali la pittura o la scultura, a indefinite e molteplici fisicità, da quella astratta di James Lee Byars a quella multimediale del web.

Questi cambiamenti hanno sconvolto molto l’idea stessa di arte visiva, spesso si potrebbe parlare di multiarte, che nel suo essere diventa parte teatro, parte musica, parte arte visiva e tante altre cose.

Tutto questo trasformarsi rende sempre più difficile poter definire le cose e spesso può risultare inutile. Alla fine cosa può contare è la soddisfazione che l’accaduto può creare nel fruitore.

La cosa che però lascia perplessi è come si possa dare un reale valore a molte delle cose e come questo valore possa essere sproporzionato al suo effettivo compiersi.

Un esempio per tutti le vendite di opere che realizzata industrialmente in vari multipli in realtà vale all’uscita della produzione poche centinaia di euro a fronte dei milioni con i quali è stata venduta.

Una risposta si può trovare nella filiera distributiva che nel tempo ha creato un’enfasi di distribuzione che accresce un qualsiasi oggetto che segue questa via. Indifferentemente dal suo reale valore. Situazione che permette delle ottime speculazioni di valori e che nel tempo produrrà un vuoto economico in certe tasche e una crescita in altre.

Il gioco è lo stesso del mercato della moda, dove abiti di media fattura vengono distribuiti secondo canali enfatizzanti che ne accrescono il valore di vendita.

Il divertimento, per ora, funziona molto bene, a scapito però degli artisti che si trovano sempre più privati del loro ruolo creativo e del reale senso di crescita culturale che viene imposto da un sistema più attento alle variabili del gusto che delle idee.