Per interagire in modo più ampio sul territorio Artissima ha avviato il progetto One Torino,
in tal modo si avvia un'interessante proseguimento della fiera per la
città di Torino fino alla fine di dicembre. Il progetto è strutturato
in cinque sedi diverse, ma vediamolo nei dettagli.
Una sezione al Castello di Rivoli, dove l’evento sarà
curato da Andrew Berardini (critico e curatore indipendente di Los
Angeles ), Gregor Muir, (Direttore dell’Institute of Contemporary Arts
di Londra) e Beatrix Ruf, (Direttrice della Kunsthalle di Zurigo), che
proporranno una mostra del Premio Illy Present Future 2012 con i lavori
di Naufus Ramírez-Figueroa, Vanessa Safavi, Santo Tolone.
Tra i cinque progetti espositivi che compongono la prima edizione di
One Torino, la mostra presentata al Castello di Rivoli è forse la più
intimamente connessa con le attività e lo spirito di Artissima.
L’esposizione nasce infatti come naturale conseguenza delle valutazioni e
delle riflessioni espresse dalla giuria assegnatrice del Premio illy
Present Future ad Artissima 2012 – composta dai tre curatori della
mostra e da Beatrice Merz, direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte
Contemporanea – che, nei lavori presentati in chiave monografica
nell’ambito della sezione dedicata ai giovani artisti emergenti, aveva
ravvisato un condensato di temi legati alle trasformazioni e agli
interrogativi più pressanti del mondo globale contemporaneo tale da
attivare il desiderio di offrire a tre degli artisti esposti la
possibilità di una mostra collettiva per il Castello di Rivoli.
Sotto la curatela di Andrew Berardini, Gregor Muir, e Beatrix Ruf, la
mostra riunisce in un unico percorso curatoriale i tre vincitori ex
aequo del Premio illy Present Future 2012: Naufus Ramírez-Figueroa
(Guatemala), Vanessa Safavi (Svizzera), e Santo Tolone (Italia),
presentando opere per la maggior parte inedite e prodotte per
l’occasione con un percorso che mette in dialogo i tre artisti
attraverso rimandi, riprese e giustapposizioni.
L’esposizione si sviluppa lungo tutto l'ampio spazio del terzo piano del Castello.
Riferendosi alla geometria maya e insieme al modernismo guatemalteco,
Naufus Ramírez-Figueroa intreccia nel suo lavoro ossessioni ed elementi
che congiungono il mondo onirico della sua infanzia negli anni ’80 alla
realtà storica, politica e sociale del Guatemala. Dal disegno, alla
performance alla video installazione, nelle sue opere la fisicità e
l’autoironia divengono strumenti per parlare di realtà complesse e
spesso violente.
Vanessa Safavi costruisce misteriosi scenari fittizi con materiali
molto diversi. Sabbia, silicone ma anche installazioni sonore divengono
riferimenti al vuoto, alla contemplazione, ma sono anche autoritratti e
rifugi intimi. Protagonista del suo lavoro è spesso l’assenza attraverso
oggetti che eludono apparentemente anche il loro stesso significato.
Santo Tolone propone una serie di sculture formali di elementi
apparentemente ordinari che sovradimensionati acquisiscono letture
completamente diverse. Destabilizzazione, straniamento, capovolgimento
sono effetti di un lavoro che gioca con l’idea di scala e percezione e
che, spesso in modo ironico, sposta l’attenzione sull’osservatore.
Alla GAM di Torino, si svolgerà una mostra ideata
dalla curatrice indipendente Anna Colin, dal titolo “Ideal Standard
Forms” con le opere di Edward Allington, Pablo Bronstein e Matthew
Darbyshire che agiranno in relazione alle dimensioni dello spazio.
Ideal Standard Forms, il progetto concepito dalla francese Anna Colin
per la project-room della GAM, mette in dialogo le opere dell’artista
inglese Edward Allington (Troutbeck Bridge, Cumbria, 1951),
dell’argentino Pablo Bronstein (Buenos Aires, 1977) e del britannico
Matthew Darbyshire (Cambridge, 1977).
Attraverso un percorso monumentale di edifici e sculture iperbolici, la
mostra Ideal Standard Forms offre una serie di incursioni esplorative
nel concetto di spazio pubblico, di cittadinanza e di riproducibilità
culturale.
I tre artisti, che entrarono per la prima volta in contatto alla Slade
School of Fine Art di Londra alla fine degli anni ’90, condividono una
serie di preoccupazioni formali, riferimenti culturali e interessi in
diverse discipline. Le loro pratiche sfidano il linguaggio associato
all’architettura pubblica, alla scultura e al design, e indagano le
modalità con cui gli ambienti artificiali e i manufatti veicolano
relazioni di potere.
Una grande installazione di Pablo Bronstein, dal titolo Temple of
Convenience (2011), suggerisce un orinatoio pubblico neo-classico – un
tempio lussuoso ed elegante destinato a un’attività intima, ma
ordinaria. Oltre ad una satira dell’architettura classica,
l’installazione di Pablo Bronstein apre un dibattito sul ruolo della
privacy e dell’insubordinazione nella polis storica e contemporanea.
Matthew Darbyshire produce un nuovo lavoro, che si innesta sui temi
della scultura pubblica e della riproduzione industriale. L'artista ha
selezionato quattro sculture dalla collezione della GAM – Vinta (1908)
di Gaetano Cellini, un’edizione del 1954 di Sculpture de
Silence-Corneille di Hans Arp, Living Sculpture (1966) di Marisa Merz, e
Leone (1840) di Giuseppe Gaggini – e attraverso la ricostruzione 3D e
la stampa CNC, le ha trasformate in banali oggetti di polistirolo. Un
nudo, un leone, un fallo e una spirale rappresentano ora una serie
quasi-satirica di possibili opere d'arte pubblica.
La mostra è puntellata da due sculture di Edward Allington, The Victory
Boxed (1987), costituita da 99 piccole copie in gesso della Venere di
Samotracia conservata al Louvre, e Unsupported Support (1987), un
capitello installato a muro e privato della sua funzione di supporto.
Tutte le opere in mostra esplorano, con un registro che non rinuncia
all’irriverenza e a un certo gusto per l’osceno, le convenzioni
dell'architettura e del design, il confine ambiguo tra spazio pubblico e
spazio privato.
Presso Palazzo Cavour Gary Carrion-Murayari, curatore
del New Museum of Contemporary Art di New York, userà le varie stanze
per una vasta collettiva intitolata “Repertory”
Repertory è una grande mostra collettiva che riunisce 15 importanti
artisti internazionali ponendoli in relazione con la straordinaria
architettura barocca di Palazzo Cavour, storico palazzo nel centro di
Torino.
La mostra, a cura di Gary Carrion-Murayari, deve il suo titolo al
famoso film Repertory di Ian Breakwell del 1973. Le sue inquadrature
semplici e i cauti movimenti di camera condividono il linguaggio del
film strutturalista, ma la sua sceneggiatura suggerisce un’intenzione
descrittiva estesa, nella quale la relazione tra gli oggetti e il loro
potenziale performativo è messo in evidenza e trasformato.
Il progetto espositivo si divide tra scultura, pittura, fotografia,
film e installazioni di artisti storici, quali Ericka Beckmann, Heidi
Bucher, David Haxton, Andreas Schulze e di artisti più giovani come
Steven Claydon, Isabelle Cornaro, Elad Lassry, Christian Mayer, Arthur
Ou, Karthik Pandian, Carmelle Safdie, Erin Shirreff, Sue Tompkins, Andra
Ursuta e Andro Wekua.
Con approcci formali diversissimi, tutti gli artisti in mostra
condividono un interesse a catturare “ciò che rimane” del corpo fisico,
dello spazio architettonico, degli oggetti personali, e a tradurre
attraverso le tecniche più disparate le loro storie sociali e personali –
storie che apriranno un dialogo unico e inaspettato con Palazzo Cavour e
con la struttura, la decorazione e la storia politica e culturale di
cui il palazzo è impregnato.
Le opere in mostra incarnano il diverso potenziale degli oggetti e
delle superfici che il film di Breakwell descrive. In questo modo, essi
esistono come il loro proprio repertorio – una sequenza di proposizioni
disposte in maniera lineare attraverso un unico spazio architettonico.
Il potenziale è quello delle opere d’arte di assorbire una varietà di
storie, ricordi, e idee sulla propria superficie, senza riguardo al
fatto che prendano la forma di sculture, dipinti o fotografie.
Con il suo stile essenziale e la sua rigida struttura dominante,
Repertory rappresenta molto bene il nostro tempo. E come Breakwell,
tutti gli artisti di questa mostra mettono in movimento una serie di
azioni nelle quali gli oggetti agiscono e interagiscono, e producono
nuovi significati.
Alla Fondazione Merz la curatrice Julieta González,
del Museo Tamayo Arte Contemporaneo, di Città del Messico, propone il
progetto espositivo “Ways of Working: the Incidental Object” sulla
produzione industriale, in una confronto fra artisti alle prime
esperienze e figure più storiche.
La mostra curata da Julieta González alla Fondazione Merz indaga
questioni legate alla soggettività e all’identità nel contesto della
produzione industriale e del posto di lavoro.
Ways of working: the incidental object è il primo capitolo di un
progetto in via di svolgimento che esamina il modo in cui gli artisti si
sono rivolti al tema del lavoro, della manodopera, dell’alienazione e
della produzione, dal ventesimo secolo sino ai giorni nostri, generando
nel processo nuovi metodi di lavoro, appunto, e approcci diversi
all’oggetto.
In questo primo capitolo, come indica il titolo, è l’oggetto ad assumere il ruolo di protagonista.
L’esposizione è costruita come una mappa che traccia le affinità tra i
lavori di artisti di diverse generazioni e si articola intorno a diverse
linee di pensiero.
La mostra presenta un di gruppo opere seminali degli anni ’60 e ’70 di
artisti leggendari quali Stuart Brisley, che ripropone la monumentale
installazione Poly Wheel del 1970, composta da 212 sedie Robin Day; Enzo
Mari con la sedia democratica costruita con le istruzioni di
Autoprogettazione; due opere di Mario Merz, Charlotte Posenenske con una
serie di Reliefs, e Mladen Stilinovic con la grande installazione
Exploitation of the Dead.
In dialogo con queste opere storiche sono presenti interventi di
artisti più giovani quali Felipe Mujica, che propone un nuovo progetto
concepito appositamente per il cortile della Fondazione Merz; Mai-Thu
Perret, con un film relativo all’opera An Evening of the Book (2007);
Tobias Putrih, con il film The Death of Tarelkin (2013); Falke Pisano,
con l’installazione Figures of Speech (Formation of Crystal); Gabriel
Sierra, con tre opere recenti; Superflex, che presentano l’installazione
partecipativa Copy Light Factory (2005); e Andrea Zittel, con una serie
di nuove “uniformi” della serie Personal Panel Uniforms degli anni
Novanta.
Conclude la rassegna lo spazio della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,
con una project-room in divenire dal titolo “Veerle” organizzata da
Chris Fitzpatrick, direttore dell’ Objectif Exhibitions di Anversa.
Il progetto curato da Chris Fitzpatrick per la project-room della
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo non è una mostra, bensì l’apertura su
una serie di mostre collettive simultanee, in costante evoluzione,
dentro e fuori la Fondazione.
Concepita come la somma totale delle opere che la compongono, VEERLE
sarà in perenne movimento, producendo una serie di sovrapposizioni e di
proposizioni simultanee – video, relazioni orali, gossip, giornali,
contenuti web, progetti postali, visite guidate alla mostra, screening
di un giorno, performance nel quartiere, e così via.
“Veerle” è, semplicemente, un nome di persona, scelto per unire una
serie frammentata di pratiche artistiche sotto le sembianze di una
singola entità. Inserendo un gruppo di opere all’interno di una
conversazione e mettendo una serie di conversazioni in dialogo con
quelle opere, VEERLE accumula personalità multiple, quali Federico Acal,
Nina Beier, Goda Budvytyte, Liudvikas Buklys, Frank Chu, Trisha
Donnelly, Peter Fischli & David Weiss, Ceal Floyer, Isa Genzken,
Halflifers, Euan Macdonald, Mahony, Eva Marisaldi, Giovanni Oberti,
Julie Peeters, Post Brothers, Rosemarie Trockel, Anne-Mie Van
Kerckhoven, e Erik Wysocan.
In alcuni casi gli artisti sono stati espressamente invitati a produrre
un nuovo lavoro per l’occasione, in altri le opere sono state
selezionate dall’ampia collezione della Fondazione. VEERLE ribalta e
supera le coordinate fisse di mostra, spazio, tempo, e formato, nel
momento in cui il progetto ricicla gli stessi oggetti e operazioni degli
stessi artisti – anche se gli oggetti non si muovono mai fisicamente.
Inaugurazione:
Mercoledì
6 novembre ore 18 | Palazzo Cavour
Venerdì
8 novembre ore 11 | Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea
Sabato
9 novembre ore 10 | GAM
Sabato
9 novembre ore 11 | Fondazione Merz
Sabato
9 novembre ore 12 | Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
Finiamo la panoramica col prossimo articolo più ampio sulla ricca settimana d’arte torinese con Paratissima e una serie di piacevoli eventi paralleli