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19/07/26

Sublime Antoon Van Dyck




Con oggi si chiude la grande mostra dedicata alla pittura di Antoon Van Dyck allestita presso gli spazi di Palazzo Ducale a Genova.
 
Si è trattato di una grande evento che ha portato nella città ligure importanti capolavori da tutto il mondo, per poter presentare l’articolato percorso artistico di questo geniale pittore  olandese che operò in questa magnifica città.

 

Gli spazi espositivi, ampi e accoglienti, ci guidano in un percorso ideato per tematiche, favorendo così la possibilità di riflettere e confrontare le diverse fasi creative e il variegato percorso della sua tecnica pittorica, che negli anni si è trasformata ed è diventata un modello imitato dai successivi artisti del tempo. L'artista sa realizzare una nuova visione della figura umana che supera la monumentalità per diventare presenza e verisimo. Molto belle poi le diverse occasioni, lungo il percorso espositivo, di confronto con opere di altri artisti, soprattutto col suo maestro, Pieter Paul Rubens, di cui si percepiscono le sue influenze che poi scaturiscono in un'evoluzione personale e più cromaticamente intensa. 
 
Antoon diventa ben presto un pittore di successo nell’ambito della ritrattistica, geniale interprete di un periodo culturale in cui la forma estetica raggiunge i suoi vertici sia per l’espressività che per la bellezza ricercata dei vestiti e delle pose. Aspetti che l’artista porta a sublimare e rendere meravigliosamente belli senza mai cadere nel lezioso e ripetitivo.


La mostra prende avvio con un autoritratto giovanile che già evidenzia il suo grande talento per proseguire con magnifiche sale come quella dedicata alla ritrattistica familiare o alle opere sacre, forse la parte meno nota del suo lavoro, ma anche quella più particolare e raffinata, come nel caso dell'opera dedicata a Santa Rosalia, che diventa un modello ripetuto da tantissimi altri pittori. 

Il percorso si conclude nella cappella del Doge, dove è proposto la stupenda "Crocifissione con i Santi Francesco e Bernardo e il nobile Francesco Orero" proveniente dalla chiesa di San Michele di Pagana.
 
La rassegna è stata costellata da diversi eventi che hanno arricchito l'evento e dato occasione di approfondimento all'opera di questo storico artista olandese. 







23/01/26

Anthony Van Dyck a Genova


 Antoon Van Dyck, Ritratto di dama genovese, Olio su carta applicato su tela e poi su tavola; Collezione privata europea

Sarà la raffinatezza di Anthony Van Dyck a rendere imperdibile una gita al Palazzo Ducale di Genova. La mostra con oltre 50 dipinti autografi, provenienti da 32 musei prestatori da 22 città di tutta Europa: dal Louvre di Parigi, al Prado di Madrid, alla National Gallery di Londra, sarà un grande viaggio nel genio artistico che ha lavorato a Anversa, Genova e Londra

Palazzo Ducale ospiterà questo grande evento nella prossima primavera, sarà la più grande mostra monografica sul pittore fiammingo Anthony Van Dyck (Anversa 1599 – Londra 1641) degli ultimi 25 anni.

In continuità con la mostra Rubens a Genova del 2022 e forti del suo eccezionale successo di pubblico e di critica, Palazzo Ducale ospita una nuova mostra internazionale dedicata a un altro maestro della pittura europea, che proprio a Genova deve parte della sua maturazione artistica.

Tre dipinti di Rubens, suo maestro, consentiranno qualche puntuale confronto, in una mostra che è però tutta incentrata sull’arte magistrale di uno degli artisti più amati al mondo.

L’immensa statura di Van Dyck risiede non solo nella qualità della sua opera, ma anche nella capacità di variare la propria arte perché in sintonia con gli ambiti di committenza di volta in volta diversi, cambiando quanto necessario per sedurre i nuovi clienti, assecondare abilmente i loro gusti, sintonizzarsi con ciascun milieu nel quale si trova a operare.

La mostra si sviluppa nelle sale nell’Appartamento del Doge e include la splendida Cappella Dogale. Le varie sezioni si susseguono sul filo di uno storytelling che mira a raccontare la crescita e lo sviluppo dell’arte di Van Dyck nelle tre città fondamentali della sua carriera – Anversa, Genova e Londra – seguendo queste diverse tappe attraverso lo sviluppo di alcune tematiche e iconografie messe a confronto. Il visitatore apprenderà così come ogni milieu e contesto artistico e culturale può influenzare e forgiare l’arte di un pittore, anche e forse ancor più quando si tratta di un vero genio come Van Dyck.

Due autoritratti giovanili; ritratti di eleganti dame genovesi, anversane e inglesi; opere legate alla committenza del Re d’Inghilterra Carlo I, suadenti opere mitologiche e intense opere sacre consentiranno di immergere il visitatore nel magico mondo creativo di un genio. 

08/06/20

Una Ninfee di Claude Monet arriva a Genova

Claude Monet (1840-1926), Nymphéas, vers 1916-1919. Huile sur toile, 150x197 cm. Paris, musée Marmottan Monet, legs Michel Monet, 1966. © Musée Marmottan Monet, Paris / Bridgeman Images 

Sono considerate parte di un complesso progetto che l'artista aveva realizzato nei suoi ultimi anni è uno di questi meravigliosi pannelli arriva dal 12 giugno al 23 agosto a Palazzo Ducale.

Un’occasione unica per una visita particolare, a tu per tu con l’opera che proviene dal Musée Marmottan Monet di Parigi. Alcuni minuti esclusivi, soli o con qualche familiare, per ammirare da vicino uno dei quadri più famosi del grande pittore impressionista.

Con questa iniziativa, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Arthemisia intendono far diventare il distanziamento sociale l’occasione per un’esperienza estetica immersiva ed emozionante.

Questa mostra è una sfida alla riscoperta della contemplazione, del contatto e della forza espressiva di un’opera. In un tempo che ci costringe a costruire barriere per proteggerci, l’invito è quello a un incontro diretto con un capolavoro, per metterci in ascolto di quanto l’arte con grande capacità narrativa riesce a dire di sè, ma anche di noi.

Più di ogni altro è Monet, che con la sua pittura fluida e avvolgente, col suo narrare personale eppure universale, può permetterci di vincere questa sfida.

Nel 1894 fu Giovanni Boldini, pittore italiano e uno dei massimi rappresentanti della Belle Époque, a sollecitare la conoscenza di Monet in Italia.

E qui, oggi come allora, è ancora Boldini a introdurci l’opera dell’artista francese. E lo fa con un altro capolavoro, uno dei tesori artistici della città di Genova che - esposto qui - vuole strapparci un’altra promessa, ovvero scoprire - con sempre maggiore profondità - il patrimonio culturale genovese.

L’esposizione nata in collaborazione tra Palazzo Ducale, Arthemisia e il Musée Marmottan Monet di Parigi vanta infatti anche il contributo del Comune di Genova, che per l’occasione ha concesso in visione, come introduzione alla visita del capolavoro di Monet, il dipinto La contessa Beatrice Susanne Henriette van Bylandt di Giovanni Boldini, proveniente dalle Civiche Raccolte Frugone di Nervi.

A sostenere l’iniziativa al fianco delle istituzioni c’è Generali Italia col progetto Generali Valore Cultura, il programma per promuove l’arte e la cultura su tutto il territorio italiano e avvicinare un pubblico vasto e trasversale - famiglie, giovani, clienti e dipendenti - al mondo dell’arte attraverso l’ingresso agevolato a mostre, spettacoli teatrali, eventi e attività di divulgazione artistico-culturali con lo scopo di creare valore condiviso.

Giverny
Nel 1883 Claude Monet, al seguito della moglie e dei figli, si trasferisce a Giverny - piccolo e tranquillo paese immerso nella campagna della Normandia - dove, secondo le sue parole “la luce è unica: non si trova uguale in nessun’altra parte del mondo.”

Nell’estate del 1893, Monet ottiene l’autorizzazione a deviare il corso dell’Epte che costeggiava allora il villaggio di Giverny. Alla fine dell’anno, i lavori sono conclusi e Monet, che da giardiniere e botanico esperto cura i dettagli del suo giardino, fa piantare quattro salici piangenti della varietà cosiddetta “di Babilonia” sul perimetro dello stagno delle ninfee di Giverny; uno in prossimità del ponte giapponese, due sul lato lungo del laghetto parallelamente alla strada e un ultimo sulla riva opposta al ponte.

Gli alberi lì piantati sono un elemento che l’artista inserisce più volte nei numerosi quadri realizzati durante la Prima Guerra Mondiale e fino alla fine del decennio.
Nelle prime versioni, in un angolo è visibile la riva e appare il tronco, potente segno verticale dalle morbide ricadute, il cui riflesso si staglia sull’acqua calma. Presto, i riferimenti al tronco e alla riva si cancellano, il che non permette ormai più di sapere di che albero si tratta né di individuare la collocazione del pittore.

Le Ninfee
Nell’opera esposta al Ducale, Monet offre la visione di un “mondo fluttuante”, spazio piano dove si fa fatica a distinguere l’immagine dal suo riflesso, dove due cascate di salici, vicino ai bordi laterali, incorniciano un tappeto di ninfee su cui poggiano i riflessi delle nuvole.

Le Ninfee sono caratterizzate dall’assenza di fondo: l’orizzonte è aperto, non vi è né terra, né cielo, ma solo l’onda e il fogliame ricoprono la tela luminosa e sovrastata da corolle di fiori eterei; Ninfee che rappresentano una tappa fondamentale nell’arco della produzione artistica di Monet, poiché sintetizzano l’evoluzione finale non solo dello stile dell’artista, ma dell’intera corrente pittorica impressionista nella quale egli si inserisce.

A corredo della mostra alcune fotografie del Maestro, un video introduttivo che ne racconta la vita e un video d’epoca (1915 ca.) che riprende Monet mentre dipinge nel suo giardino a Giverny.

La visita all’opera sarà permessa seguendo i protocolli di sicurezza anti Covid19 che prevedono: il rispetto della distanza di sicurezza tra le persone seguendo il percorso segnalato all’interno delle sale espositive; utilizzo della mascherina all’interno della mostra; misurazione della temperatura all’ingresso della mostra.

Info


11/05/20

Rolli Days on web


Quest'anno i famosi Rolli Days di Genova finiranno sul web.

I meravigliosi Palazzi dei Rolli di Genova saranno visibili al link nei giorni 16 e 17 Maggi al link tutte le info visitgenoa.it o seguendo il profilo  Facebook Visit Genoa

Saranno visibili attraverso una serie di video che ci apriranno le porte degli eleganti spazi di questi maestose dimore liguri, quali Palazzo Interiano Pallavicino in piazza Fontane Marose, Palazzo Stefano Squarciafico in piazza Invrea,  Palazzo Spinola Pessagno in salita Santa Caterina e tanti altri.  


05/05/17

Waiting in the Wings





Villa Croce presenta Waiting in the Wings, la prima installazione site-specific di Claudia Wieser in un museo pubblico italiano, realizzata in collaborazione con il Goethe-Institut Genua. Claudia Wieser si è affermata sulla scena internazionale attraverso un linguaggio stilistico personale capace di fondere ispirazioni tratte dal mondo dell’arte, del design e dell’architettura. Questa giovane artista tedesca ha elaborato una poetica contemporaneamente ispirata a un indefinito passato cinematografico velato di suggestioni futuriste e mistiche, evocative della classicità e del mondo sumero-babilonese.

I suoi lavori si articolano in dialogo con le ricerche del primo astrattismo guardando alla semplificazione formale delle prime ricerche moderniste; citando maestri come Gustav Klimt o Paul Klee, trasforma il disegno in uno strumento capace di indagare un mondo ideale e spirituale. Importanti per la ricerca di Claudia Wieser sono le ricerche concettuali del Bauhaus, nella loro capacità di indagare il rapporto tra la struttura architettonica e le sue decorazioni. Claudia Wieser mette in discussione la rigida separazione tra arti “alte” e arti applicate attraverso la combinazione di materiali e tecniche, utilizzando oltre ai supporti artistici materiali come carte da parati, ceramica, legno, tessuti, specchi, fotografie e foglia d’oro.

A partire dal suo interesse per l’architettura, intesa come spazio da vivere a 360°, l’artista sviluppa le sue installazioni site-specific ispirandosi a grandi architetti come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mallet-Stevens o guardando alle opere di architettura espressionista o a progetti utopici del secolo scorso. Il cortocircuito tra la profondità delle strutture rappresentate e la piattezza della stampa digitale, dà vita a delle strabilianti carte da parti che riproducono elementi architettonici quasi a grandezza naturale, come scale o colonne, trasformando lo spazio in cui vengono installate in una scenografia. Come in un teatro gli elementi si combinano per modificare la percezione dello spettatore creando così la sensazione di essere in un altro luogo, onirico e spirituale.

Nel wallpaper realizzato per lo scalone di Villa Croce, Claudia Wieser fa ricorso alle immagini di antichi capolavori, tratti da vecchie fotografie per combinarli con i suoi disegni e le sue sculture. Ispirazione di questo progetto è una serie televisiva degli anni ‘70 della BBC, intitolata “I, Claudius”, che raccontava le vicende dell’Impero Romano negli anni del passaggio dall’Impero di Augusto alla morte di Claudio. Considerata tuttora come una serie-tv di grande rilievo, si resta sorpresi nel vedere che una rappresentazione così teatrale di quasi un secolo di storia antica, contraddistinta da un’estetica anni ‘70, riesca in maniera straniante ad affascinare il pubblico. Questa suggestiva rappresentazione di una reinvenzione del mondo classico permette all’artista di sviluppare una serie di immagini che nel loro anacronismo sanno raccontare la politica contemporanea. Il titolo della mostra Waiting in the Wings che significa “aspettare che qualcosa di più grande accada”

o semplicemente “attendere dietro le quinte” evoca la volontà di un’opera di trasformare lo spazio rimanendo sullo sfondo. Questa carta da parati seduce creando una scenografia stratificata in cui sembra di aver accesso a diversi mondi, in cui si alternano scaloni nobiliari, vasi antichi che diventano colonne e profili inquietanti di eroi romani. Questi elementi lasciano intravedere sullo sfondo due occhi giganti di una misteriosa donna contemporanea - una moderna Dea ex machina - che scruta lo spettatore, o meglio, osserva il palcoscenico dove si sta svolgendo l’azione di cui ormai lo spettatore fa parte, inglobato in questo meta-spazio che trasforma lo scalone della villa in opera d’arte. Nella poetica immaginifica dell’artista questi occhi giudicanti diventano un’intrusione nello spazio pubblico, un dettaglio ossessivo che scruta lo spettatore spingendolo a divenire un fantoccio di un canovaccio di cui non conosce la trama. In occasione della mostra, mercoledì 12 aprile ore 16.00, Claudia Wieser terrà al Museo Villa Croce un talk per gli studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova durante l’Open Week dell’ateneo.


La mostra non sarebbe stata possibile senza la collaborazione con Goethe-Institut Genua e il sostegno di Studio Sales di Norberto Ruggieri, Roma.


Claudia Wieser è nata a Freilassing, Germania, nel 1973. Dal 1993 fino al 1997 ha svolto la mansione di apprendista presso un fabbro. Nel 1997 ha intrapreso il suo percorso di studi nel campo dell’arte presso l’Akademie der Bildenden Künste München nella classe di Axel Kasseböhmer e Markus Oehlen. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Germania e all’estero, tra le più recenti ricordiamo: Fondazione Memmo, Roma (2017); Kunstverein Reutlingen (2014); Petit Palais di Parigi, Galerien der Stadt Esslingen, Drawing Room di Londra, Signal Center for Contemporary Art di Malmö (2013); KIOSK, Ghent (2012); Kunsthalle Nürnberg (2012); Georg Kolbe Museum, Berlino e Kunstmuseum Stuttgart (2011); Drawing Center, New York (2010); Museé d’Art Contemporain de Bordeaux e Institut Français de Berlin (2010); Oldenburger Kunstverein (2009); Contemporary Art Museum di St. Louis, Kunsthaus Baselland di Muttenz/Basilea e Kunstverein Wolfsburg (2008); Kunstbau München (2007, 2005); Pinakothek der Moderne, Monaco di Baviera (2002). Attualmente l’artista vive e lavora a Berlino.


www.villacroce.org
installazione Site-Specific / Scalone di Villa Croce
da un progetto di Ilaria Bonacossa
assistente curatore Ginevra D’oria
in collaborazione con Goethe-Institut Genua
14 aprile – 18 giungo 2017

opening 13 aprile 2017, ore 18 — 20 

23/12/13

Tamoanchan di M.C.Deball alla Pinksummer



Molto bello l'intervento di Mariano Castillo Deball alla Galleria Pinksummer di Genova.



Foto di Francesco Cardarelli


Tamoanchan - Mariano Castillo Deball 

Press release as interview

pinksummer: Pierre Hadot asserted that it is stupid to judge as if we were the masters of history and cited Augustine, claiming that the one who judges men, he is not just the one who knows them, but also expects that they are something different from what they actually are. Cézanne said that our egoism is mirrored by what we perceive and Bergson elevated the veritas aesthetica to model of philosophy, teaching to perceive beyond the enslavement of the habit, just as Roger Caillois suggested it in his essay Estetique generalisée. Tamoanchan, by re-presenting, or better actualizing, a myth and a symbol, looks like an acknowledgment of belongings, no longer limited to a specific civilization, but universal, as it recognizes nature as first creator.

Tamoanchan is a representation of the cosmological tree, the axis mundi of the Mesoamerican tradition, but also the primary image of the creational phytomorphism common to all religions. The tree that connects the sky to the underground world contains the metaphor of the fall and the nostalgia of the ascent, deeply rooted in the symbolic imagery of the whole humankind. What is your relationship with such archetype of tradition?

Mariana Castillo Deball: Tamoachan is the great cosmic tree, its roots are deep in the infraworld, and its foliage extends into the sky. The fog covers its base. The flowers crown its branches. The two trunks twisted on each other like a spiral, are the two opposite forces that fight to produce time.
Tamoanchan is one in the centre of the cosmos. It is four as an assembly of poles dividing the Sky from the Infraworld. It is five as a whole.
Tamoanchan is the half of the cosmic tree. Its deep roots conform the world of the death, from where the regeneration force arises. It is also one of the twisted trunks: the cold, dark and humid.
The other half of the tree forms the branches of light and fire where the birds are posed, the souls of the celestial deities. From the foliage spread and slip the flowers of the diverse destinies. This is also the warm trunk.

Tamoanchan, in assembly, is war, sex and time.

The explorations of Pedro Aramillas y José R. Perez in the limits of the old city of Teotihuacan, brought into light a series of murals dated between 550 and 650 ac.

The Tamoanchan/Tlalocan mural is one of the finest examples. On the upper part of the mural, raises, monumental, a tree with a double trunk twisted on itself. It is a tree loaded with different kinds of flowers. Maybe they are drunken flowers. Flowers that disturb and transform human hearts. From the flowers slips the nectar. The branches are covered with insects, spiders and birds. It is with no doubt, The Tree.

An enigmatic figure sits on the foot of the tree. It is anthropomorphic, but its features have originated diverse interpretations. Caso considered that it was Tlaloc the rain god wearing a mask; Kubler spoke about a feminine cult image, not necessary a deity; Miller proposed that the figure is backwards; Sejourné considered that the character combines elements from the fire and rain gods, and Pasztory in the most extensive study until now, said that it is bisexual, that the scene is Tamoachan, that the character is placed on top of a mountain and that the figure contains the rain elements that Sejourné mentioned.

But here is more. The two halves of the tree have opposite elements. On one half there are shells, snails, fish, all water and cold elements. The other half depicts flowers, minerals and warm elements.

Through the cold branches we can see insects ascending, they are butterflies flying to the top. On the warm branches there are spiders weaving their net, and one of them is obviously descending hanging from a thread to the centre of the image. The spider descends; but it counts not just because it is going down. Pasztory gives us another intelligent association: the spider is related to dust and drought. The forces that ascend and descend in the tree are related to the agricultural cycle.

Again we find in this image, both in the character and in the tree, the fight of opposite forces.
The mural of Tamoanchan is still in location nowadays in Tepantitla, as an archaeological site open to visitors. Some parts of the mural are damaged, so the image is not completely visible, but there have been several reconstructions in other locations and documents. For pinksummer. the floor of the exhibition space shows the reconstructed image, which doesn’t exist as a whole, and on the walls, we present a series of paper works printed directly from the floor, depicting the areas that are still visible at the original site.

p: Mexico City rose up on the ashes of Tenochtitlan, the ancient capital of Nahuatl or Aztec empire, in fact the term Aztec is a much later term, coined from the geographer Alexander von Humboldt, in order to distinguish pre-Columbian population from modern Mexicans.

They say that Tenochtitlan was founded on an island in the middle of Texcoco Lake and that was considered a sacred city such as Jerusalem.

We think at Distanza and Menzogna in which your hand casted in porcelain acts as a doorknocker on a mirror, alluding to the gestural impossibility to knock on History, informed by the mirror that can only reflect the present or get broken. Is the map of Tenochtitlan, handed on by Cortés and presented again for the exhibition in Berlin, a secular repercussion of Tamoanchan, the place where pictographic mythopoiesis locates the beginning of time cycle?

M. C .D.: On a previous work exhibited at the Hamburger Bahnhof in Berlin this year, I did the first wooden floor piece based on what is known as the Nürnberg Tenochtitlan map.

In 1521, a letter and two maps arrived in Spain for the Spanish king. This was the second of three letters, which the conquistador Hernán Cortés had sent, describing the Aztec capital Tenochtitlan, which he and his crew had discovered and were close to conquering. The main map was a detailed illustration of this city, and the other map was a sketch of the nearby Mexican gulf coast. The main map seems to reflect the conquistador’s characterization of Tenochtitlan as an enchanted metropolis, a jewel rising up from the centre of an azure lake – an ordered, wealthy civilization, but also a misled society centred upon heathen ritual sacrifice instead of enlightened Christianity.

This depiction of Tenochtitlan served to justify the expensive Spanish colonial efforts not only to King Charles V; the 1524 publication of the map and Latin-translated letter in Nuremburg also sparked the imaginations and support of a large European audience. This map was the first and most widespread image which Europeans had of Tenochtitlan and remains one of the few maps we have of the pre-colonial Aztec empire.

Some archaeologists now believe that this map was the result of many copies on the way from Mexico through Spain to Nuremberg, and they also believe that the original map was drawn by an indigenous artist, after all. The portrayal of rows of houses and the island capital in the center of a circular lake is not only to be found in the European mapping tradition, but also in the Aztec one. The map also shows details that were not mentioned in Cortés letters and which draw Aztec historical and religious references which were not understood by Europeans during that time.


p: You have always had a curious relationship, tainted with the ironic twist of the paradox, with the episteme and the rigorous dogma that tends to qualify the judgment and to confirm its validity through the method. Now you take us into the luxurious and mythopoeic topography of Tamoanchan by showing us the cosmetic ordering potential of the sacred, opposed by nature to the chaos and the circumstances of becoming. Here the opaque machinery of linear progression is replaced by the spinning dynamic of the cycle. In the cosmogony of Tamoanchan, the art of the divination appears nearly possible, as if the outburst of nature and its forms was permeated by intelligibility, like if the absurd could had a law. The Florentine code conserved at Laurentian library recalls the symbolic etimology of Tamoanchan and the meaning “to get home”. Is it inappropriate to understand this attitude of getting home as a scatological perspective immanent in Mother Nature? What is your relationship with the sacred and the magical?

M. C .D.: Tamoanchan is the axis of the cosmos and the assembly of cosmic trees. It is where the sin happened. The gods put together opposite substances, originated sex, and with it the creation of another space, other beings, another time: the human time. By their sinful action, the gods where punished: exiled into the world of the death and to the surface of the earth. The gods started a new way of existence: transformed, originated the beings of this world; but they were already infected with death, a consequence of sex. Their existence would be limited in time, limited in space, limited in their perceptions. They would have in exchange the possibility to reproduce themselves.

p: All your work is traversed by the need to actualize the abstraction, to give a physical presence to the thought. Your work refers to the concept of translation, which involves the idea of passing, leading beyond and implies the idea of the route, of travelling. When you embark on a journey, we leave something behind and find something new, something else. Translate, in its original meaning of taking beyond, also refers to the verb betray even understood as to deliver, to transmit. Why did you give us these transmitted/betrayed maps to walk on?

M. C .D.: Sometimes I use the term ‘possession’, referring to the way I deal with appropriation, embedding myself into diverse working methods and trying to follow them. Sometimes it can be a formal experiment, like when I try to replicate the Scagliola technique. Sometimes it’s a more intellectual or narrative approach, where I try to catch a certain way of describing things, or the way they study them or look at them. I try to catch the different points of view and the different ways of relating to the world. This always starts with a very specific question, in the case of the exhibition at pinksummer, it’s a question about how an object survives beyond itself; it’s not just the thing in itself, but it’s also the ghosts and the replicas that this object creates. So then I concentrate on this question and I see how different people have approached this object from their different points of view. Maybe it’s an exercise in concentration. I think it’s also about retrieving myself from what I think is right, or real, or correct. I adopt the position of the object and follow its path.

This question makes me think again about the historian Carlo Ginzburg. One of his working methods is called estrangement – he uses estrangement as a tool. He tries to retrieve himself, to imagine he’s a horse or a rabbit, in order to understand something more clearly. If I think about that in relation to my approach to Mexico it could also apply, because when you’re dealing with your own cultural identity you can be tagged so easily; you could say ‘I’m a Mexican woman artist’, or ‘I’m a Mexican woman artist who doesn’t live in Mexico but is making work about Mexico’. There are so many things that I could be trapped by, so I always try to be careful to escape from these preconceptions. The cultural identity of Mexico is so strong and has so many layers, so I think that I’m like a chess player: I’m always trying to change my position.
  

Pinksummer Palazzo Ducale-Cortile Maggiore Piazza Matteotti 28r 16123 Genova Italy







13/09/13

All’allerbaggio, Gabriella Ciancimino a Villa Croce a Genova


Villa Croce presenta All’allerbaggio, un progetto in tre parti sviluppato da Gabriella Ciancimino (Palermo, 1978) per la città di Genova. L'artista ha realizzato delle fioriere in legno che riprendono la tipica forma delle barchette di carta in collaborazione con i detenuti del Carcere di Marassi. Attraverso una serie di workshop condotti dall'artista con il sostegno dell’associazione Fuoriscena, (attiva da molti anni all’interno del carcere) i detenuti hanno costruito le sculture decorandole con decorazioni floreali e pattern astratti ricavati da confezioni di biscotti a motivi liberty, stile raffinato e decorativo dal nome ambiguo, soprattutto se praticato da persone che vivono in stato di reclusione. Le sculture, disposte nel parco di Villa Croce, e nel cortile di Palazzo Ducale evocano sogni di navi pronte a salpare verso nuove dimensioni esistenziali. Cariche di semi di
“piante pirata”, recuperati grazie alla collaborazione con associazione e i visitatori del parco, l'artista nobilita le comuni erbacce che vengono di norma espiantate da campi, orti, e giardini.

La ricerca di Ciancimino si concentra sul rapporto tra natura e società, sui percorsi intrecciati di soggetti considerati poco graditi, e si conclude con un video che documentai suoi incontri con Libereso Guglielmi, nella sua casa sanremese. Meglio noto come il “giardiniere di Calvino”, Guglielmi è stato il giardiniere della famiglia Calvino nonché il protagonista di un racconto giovanile dello scrittore ligure, “Un pomeriggio Adamo”. Personaggio eretico ed insieme auratico, Guglielmi è l'interprete di una visione anarchica dell'universo botanico. Nel video dell'artista, la teoria e la pratica del giardiniere si intrecciano con le tracce musicale free style create appositamente da Lorrè e Marcolizzo (Shakalab), due giovani Musicisti Ragga e con influenze hiphop con cui l’artista ha collaborato.

Sculture e video affiancano l'intervento site-specific sullo scalone monumentale della villa. Il wall drawing realizzato in tecnica mista sulle pareti del museo ibrida due diverse tradizioni iconografiche: quella scientifica delle tavole botaniche settecentesche e quella del traditional tatooing, uno stile di tatuaggio nato negli Stati Uniti intorno alla metà del Novecento e considerato oggi “classico”. L’inedito accostamento di erbacce e tatuaggi identifica una stessa categoria di soggetti: emarginati, reietti e outsiders, ma anche viaggiatori, vagabondi e spiriti liberi. Gabriella Ciancimino prende spunto dalla storia di Genova, città famosa nel mondo per il suo rapporto con la navigazione e la scoperta dell’America, per contaminare iconografie di piante e pirati, itinerari di persone ed erbe vagabonde che esulano da codici di comportamento omologati.

Le erbe riprodotte sono il sonco, l’ortica, la camomilla e il papavero, piante spontanee che si espandono a grande velocità, ritenute infestanti perché interferiscono con la gestione antropica della terra, sia essa l’agricoltura o il giardinaggio. Alle erbacee di questo tipo non viene riconosciuto alcun valore nutritivo, decorativo, o genericamente produttivo per cui vengono tradizionalmente percepite con ostilità. Negli ultimi anni, però, sono state rivalutate da Gilles Clément, botanico e paesaggista francese, il quale in testi come “Manifesto del Terzo paesaggio” e “Elogio delle vagabonde” teorizza una ecologia della diversità e le indica come modello vitale per un radicale ripensamento del rapporto fra crescita, sviluppo, e occupazione del territorio.

In botanica queste piante “vagabonde”, fra cui il sonco e il papavero, sono definite ”sinantropiche” perché seguono gli spostamenti dell’uomo e il loro sviluppo dipende dall’intervento umano sul suolo. Allo stesso modo la storia del tatuaggio è legata a spostamenti e viaggi, esplorazioni e colonizzazioni. Originaria dei paesi del Sud Pacifico - dove questa pratica venne documentata per la prima volta nel 1769 dal Capitano James Cook -, la pratica del tatuaggio si diffonde in occidente con l’espansione coloniale viaggiando sulla pelle di marinai e pirati prima, e diffondendosi sui corpi di prostitute e detenuti poi. L’American traditional tattooing style si sviluppa nella prima metà del Novecento recuperando proprio il repertorio iconografico preferito da marinai e pirati: vascelli, cuori pulsanti, uccelli di buon auspicio e simboli nefasti. Gabriella Ciancimino riprende la linearità grafica e le cromie semplificate del traditional style e innesta su mari in fiamme e vele spiegate disegni settecenteschi di erbacce “pirata”, tracciando sullo scalone di Villa Croce un paesaggio visionario, mobile e tumultuoso.

Il progetto non sarebbe stato possibile senza il supporto del direttore del Carcere di Marassi dott. Salvatore Mazzeo e il lavoro e l’entusiasmo di Mustapha, Ali, Camel e Pino e la guida di Gino Relli (fuoriscena). Si ringrazia per la collaborazione e l’aiuto Libereso Guglielmi, l’associazione genovese Piante in Viaggio (pianteinviaggio.it), Davide Pambianchi, Anna Daneri, Luisa Mazier, Laura Guglielmi (mentelocale.it),  Federico Marengo (Regione Liguria), Michele Ruvolo (Goodfellas Tatoo Studio, Palermo), Claudio Porchia

08/07/13

Colore e dispositivo, Gintaras Didziapetris a Genova


La pratica artistica di Didziapetris si distingue per la continua ricerca di una dimensione anacronistica, di forme di esistenza inafferrabili e difficili da posizionare nel tempo. 

Realizzati con diversi mezzi espressivi (fotografie, film, installazioni), i suoi lavori si presentano sospesi appena fuori dal presente, come avvolti dalla patina di un passato non ancora remoto che li rende arcaici e seducenti.

Spesso si tratta di interventi minimali, quasi invisibili, che lasciano intravedere un mondo in cui narrazione e memoria si intrecciano, un mondo mentale portatore di un misticismo ipnotico. 



An embassy is a diplomatic representation of one state in another. Its purpose is to maintain official relations between the countries, pursue the objectives of foreign policies of the country that it represents and protect the interests of that country, its citizens, its enterprises and juridical entities.

Most aspects of embassies and corps diplomatiques are considered a product of geopolitics. But geopolitical study can be applied not only to matters of state, but also to cities, institutions and various communities: everything that is contained within tangible boundaries, and has an established order of distribution of authority. 

An embassy is a concentration of certain mentality, a dense and clear version of thinking. The term ‘embassy’ can be applied to places of worship, or centres of contemporary art. A greenhouse is also an embassy, as is a coffee bean, a chili seed or any other object-traveller.

Abstraction is both informed by the world and learned – a concrete and known part of reality that exists and is shared within different contexts and with many degrees of complexity. Abstraction and reality, in the end, are two degrees closer to one another than imagined.

We are glad to invite you to Color and Device, a show by Gintaras Didžiapetris.

The exhibition provides the first opportunity to see Didžiapetris’s 16mm film trilogy in its entirety: Optical Events (2010), A Byzantine Place (2011) and Transit (2012).

Different versions of this exhibition will be on view at Objectif Exhibitions in Antwerp, and Villa Croce Museum of Contemporary Art in Genoa.

01/07/13

Edvard Munch - Prossimamente per tutti


Quest’autunno sarà l’attimo di Edvard Munch, un artista che trovo alquanto noioso.

Grazie ad un’opera un poco sopra le righe, il famoso “urlo” (di cui esistono ben tre declinazioni) ha raggiunto notorietà planetaria, e ora in Italia ci sarà un’ondata di mostre.

Considerando la grande mostra che ci sarà ad Oslo, che si concluderà in Ottobre,  dalle nostre parti ci sarà Genova, Lugano e tante altre sedi.

Mi domando dove ci saranno le opere più valide, in giro che si vedrà?


Altro che urlo, un brivido di mediocrità scorre sulla schiena.