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Visualizzazione post con etichetta Museo del novecento. Mostra tutti i post
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04/05/18

Aria nuova al Museo del Novecento di Firenze




Rinnovamento per il Museo Novecento di Firenze che ha riallestito la collezione permanente, riarticolato gli spazi espositivi e installato nuove opere sotto la curatela del nuovo direttore Sergio Risaliti.

La nuova iniziativa mette in dialogo la grande storia dell’arte rinascimentale e le opere dell’epoca moderna.

Sono già stati fatti degli interventi nel loggiato esterno a cui seguiranno quelli all’altana e al secondo piano, dove troveranno spazio le opere provenienti dal lasciti del collezionista genovese Alberto della Ragione e i fondi Palazzeschi e Rosai,

Sul fronte delle mostre sono state avviate diverse proposte.Una dedicata alla declinazione dello scultore nel disegno, una con lo studio di architettura di Mario Cucinella, l’installazione temporanea di Ulla Von Brandenburg, proposta con l’opera Nudo Giallo di Felice Casorati.


08/03/18

Furla Series #01 - Programma Pubblico



Nell’ambito del Programma Pubblico che accompagna il progetto  - Furla Series #01 ---Time after Time after Time, Space after Space, Museo del Novecento Museo  e Fondazione Furla presentano

 Video e performance: storie di archivi Talk e proiezioni  con Valentina Valentini Introduce: Anna Maria Montaldo, Direttrice del Museo del Novecento 

Mercoledì 14 marzo, ore 18.30 Sala conferenze, Museo del Novecento, 

L’inizio degli anni Settanta vede l’interesse per pratiche live divenire parte fondamentale e costituente del lavoro di molti artisti, segnando uno dei momenti più interessanti nell’ambito della storia delle arti del XX secolo. Le performance vengono realizzate in spazi pubblici e privati, e riprese su diversi formati da operatori del settore o dai protagonisti stessi. In molti casi, però, tali azioni avvengono a porte chiuse alla sola presenza della videocamera. Se da un lato il video rappresenta lo strumento privilegiato per la documentazione di opere performative, dall’altro molto spesso questi materiali acquistano un valore che va al di là di quello puramente documentativo, diventando a tutti gli effetti delle opere d’arte. Valentina Valentini, docente di Estetiche e linguaggi del teatro contemporaneo, e di arti elettroniche e digitali presso l’Università La Sapienza di Roma, approfondisce questa complessa e interessante relazione in una lezione in cui, oltre a proiettare significativi lavori realizzati negli anni Settanta, va ad analizzare la cultura archivistica dei pionieri del video in Italia, prendendo adesempio due tra i più celebri protagonisti dell’epoca: Luciano Giaccari, con la costituzione dell’omonima Videoteca, e Maria Gloria Bicocchi, con l’esperienza del centro di produzione art/tapes/22.  

Valentina Valentini insegna arti performative e artValentina Valentinii elettroniche e digitali alla Sapienza, Università di Roma. Ha dedicato vari studi storici e teorici al teatro del Novecento, alle interferenze fra teatro e nuovi media e alle arti elettroniche. Pubblica su riviste nazionali e internazionali (Performance Research, PAJ, Biblioteca Teatrale, Close Up, Imago). Dal 2011 al 2015 ha diretto il Centro Teatro Ateneo, centro di ricerca sullo spettacolo, Sapienza, Università di Roma.  È responsabile per Alfabeta2 del Teatro e del network www.sciami.com. Responsabile scientifica del progetto Incommon, vincitore del bando ERC 2015. 

Per informazioni: www.museodelnovecento.org www.fondazionefurla.org

14/08/17

Simone Forti / To Play the Flute




Con piacere vi segnalo questa nuova iniziativa della Fondazione Furla.

Sarà una selezione di performance dell’artista, coreografa e performer italoamericana che per tre giorni animerà la Sala Fontana del Museo del Novecento To Play the Flute, questo è il primo appuntamento di Furla Series #01, che consiste nel reenactment di quattro performance storiche che rappresentano tappe fondamentali nel percorso artistico di Simone Forti: da Huddle e Censor (entrambe del 1961) fino a Cloths (1967) e Sleepwalkers (1968), la selezione restituisce alcuni degli elementi chiave che contraddistinguono il suo approccio alla performance, come la combinazione di azioni e oggetti e il ruolo fondamentale del suono.

Simone Forti è da oltre cinquant’anni una delle figure di riferimento della danza postmoderna. Dai movimenti minimali e prosaici dei suoi primi lavori, alle improvvisazioni che coniugano parola e movimento, la sua ricerca ha profondamente influenzato la danza e le pratiche performative contemporanee.

È in particolare con le celebri Dance Constructions – oggi parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York – che Simone Forti si afferma sulla scena artistica degli anni Sessanta come innovatrice e sperimentatrice del linguaggio del corpo. Presentate per la prima volta nel 1961 come parte delle Five Dance Constructions and Some Other Things durante una serie di eventi organizzati da La Monte Young nello studio di Yoko Ono a New York, queste performance ripensano la relazione tra corpo e oggetto, movimento e scultura, rispetto delle regole e improvvisazione. Si tratta di azioni costituite da movimenti semplici o dall’interazione con oggetti, in cui l’espressione personale e l’improvvisazione vengono sempre precluse dagli sforzi richiesti per svolgere determinati movimenti o seguire delle regole.

Lavoro tra i più noti di questa serie, Huddle consiste nel gesto collettivo di un gruppo di persone che, strette le une alle altre, creano una sola entità strutturale. Un insieme disuniforme di braccia, gambe, busti e teste prende forma sotto gli occhi degli spettatori, diventando una scultura fatta di corpi che ad uno ad uno scalano questa massa per poi rientrare a farne parte.

Presentato nel 1961 all’interno dello stesso contesto, Censor è invece uno scontro tra suoni: una pentola piena di chiodi viene scossa vigorosamente mentre una canzone è intonata ad alta voce, un’estenuante competizione acustica che all’interno di To Play the Flute viene ripetuta più volte fungendo da intermezzo tra una performance e l’altra.

In Cloths, realizzata per la prima volta nel 1967 alla School of Visual Arts di New York, tre tele nere occupano lo spazio celando altrettanti performer che rovesciano su di esse una serie di drappi a formare una stratificazione di superfici colorate, mentre cantano sovrapponendo le loro voci a brani preregistrati di altre canzoni. Il corpo scompare per lasciare completamente la scena a due elementi fondamentali nella ricerca dell’artista: il movimento – in questo caso quello dei tessuti – e la musica.

Infine Sleepwalkers, a Milano interpretato dalla performer e danzatrice Claire Filmon, è uno dei lavori più noti di Simone Forti ed è legato alla sua esperienza in Italia negli anni Sessanta. La performance fu infatti eseguita per la prima volta alla Galleria L’Attico di Roma nel 1968, dopo che l’artista trascorse giorni a osservare e disegnare la fauna dello zoo della città. Il risultato è un lavoro meditativo, basato sui comportamenti abituali che gli animali sviluppano in risposta all’ambiente confinato in cui si trovano, restituiti nell’azione performativa tramite movimenti minimi che indagano il complicato equilibrio tra restrizione e libertà.

Foto copertina: Simone Forti, Huddle (1961), performed at Le Mouvement - Performing the City, Biel/Bienne, 2014. The Museum of Modern Art, New York. © 2017 The Museum of Modern Art. Photo: Meyer & Kangangi. Photo courtesy the artist.




21-22-23 Settembre 2017

19.00 (accesso ore 18.30)
20.30 (accesso ore 20.00)
Ingresso libero fino a esaurimento posti

Sala Fontana, Museo del Novecento
Via Marconi, 1
Milano

28/06/15

Don’t shoot the painter



Per l'estate un nuovo appuntamento con i capolavori della UBS Art Collection alla GAM di Milano presentati in una grande mostra dedicata alla pittura, a cura di Francesco Bonami.

 Circa 100 dipinti dagli anni ‘60 ai giorni nostri saranno visibili per la prima volta al pubblico italiano nelle splendide sale della GAM, grazie alla partnership tra il museo e l’istituto finanziario, con l’intento di indagare il ruolo della pittura nella contemporaneità.




Il titolo dell'evento "Don’t shoot the painter" è un riferimento ironico alla frase “don’t shoot the pianist” che spesso compare nei saloon dei film western: ogni volta che le idee e i linguaggi dell’arte si confondono rendendo difficile decifrare il significato degli elementi in gioco, la pittura torna sulla scena per riportare l’attenzione su ciò che è facilmente riconoscibile e interpretabile da tutti, esattamente come la musica del pianista nei film western riporta l’ordine nel caos del saloon.




In fondo, un dipinto è sempre un dipinto e di fronte a una tela, non importa chi ne sia l’autore, sappiamo di trovarci davanti allo “spazio-archetipo” dell’opera d’arte.


01/06/15

Un museo ideale




Da Diversi anni l'associazione Acacia opera per una promozione e attenzione all'arte contemporanea, ora lo fa con un importante gesto con la donazione al Museo del Novecento di Milano della propria collezione di 21 opere di artisti italiani affermati a livello internazionale: Mario Airò, Rosa Barba, Gianni Caravaggio, Maurizio Cattelan, Lara Favaretto, Francesco Gennari, Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora, Adrian Paci, Paola Pivi, Grazia Toderi, Luca Trevisani, Tatiana Trouvé, Marcella Vanzo, Nico Vascellari, Francesco Vezzoli.
La donazione al Museo del Novecento costituisce, per questo motivo, un traguardo importante, affermando la volontà di una relazione sempre più stretta tra pubblico e privato, vocazione che da sempre connota la città di Milano e il suo rapporto con l’arte.


Sin dalla sua sua nascita, ACACIA ha, infatti, lavorato in stretta collaborazione con le Istituzioni per costituire un terreno comune tra la dimensione privata e la sfera pubblica, nell’ottica di facilitare la dimestichezza della cittadinanza con l’arte contemporanea, stimolando la curiosità attorno a questa espressione del nostro tempo.


Una missione sociale di cui la donazione rappresenta il compimento.
All’interno delle sale espositive, infatti, i lavori degli artisti  potranno confrontarsi con i maestri, inserendosi in modo armonico nel percorso museale.

Nell’ambito delle iniziative promosse dal Comune in occasione di Expo 2015, una prima selezione di lavori sarà presentata all’interno della mostra UN MUSEO IDEALE Ospiti d’eccezione nelle collezioni del Novecento. Dal Futurismo al Contemporaneo,  che è stata inaugurata il 14 maggio 2015.

Dal 2016 i lavori degli artisti saranno invece esposti a rotazione nella manica lunga del museo oltre a focus monografici dedicati, che permetteranno di contestualizzarne la ricerca.


“Il collezionista lungimirante è in grado di intuire e precedere lo spirito del tempo, diventando, nei casi più fortunati, compagno di strada dell’artista, suo protettore e mecenate. Potremmo definire l’attività di ACACIA mecenatismo collettivo: quello che accomuna tutti noi soci è lo spirito missionario con cui abbiamo sempre lavorato e sostenuto, anche a livello personale, la ricerca dei giovani artisti italiani. Proprio questa attitudine ci ha spinto a cercare costantemente un dialogo con le Istituzioni, il cui coronamento è rappresentato dalla donazione della nostra collezione alla città, in un museo simbolo per l’arte contemporanea”, dichiara Gemma De Angelis Testa, Presidente ACACIA.
Questo evento segna un grande risultato non solo per ACACIA, ma anche per l’arte italiana contemporanea degli ultimi dieci anni, di cui la collezione comprende illustri esempi che entrano a pieno titolo nel patrimonio del Museo, trasformandolo in un unicum nello scenario museale italiano.

Il Museo del Novecento, uno dei luoghi più riconosciuti e prestigiosi, custodirà dunque le opere di ACACIA e ne garantirà la fruizione e la valorizzazione.


ACACIA – Associazione Amici Arte Contemporanea Italiana è nata nel 2003 per volontà della sua Presidente Gemma De Angelis Testa ed oggi ne fanno parte circa un centinaio di soci, tra cui spiccano i nomi più significativi del collezionismo italiano. L’Associazione si è costituita con l’obiettivo di sostenere l’arte e gli artisti italiani e di promuovere la costituzione di un museo pubblico di arte contemporanea a Milano, attraverso un dialogo costante con le Istituzioni cittadine. Lo spirito di ACACIA è quello di evidenziare il ruolo del collezionista attivo, assumendosi la responsabilità di una coscienza pubblica, operando concretamente perchè l’arte contemporanea sia promossa, conservata e tutelata.
L’Associazione in questi anni si sta battendo non solo per ottenere un “contenitore” adeguato e propulsore dell’arte contemporanea italiana a Milano, ma anche per dotarlo di una collezione affiancata da prestiti e donazioni. ACACIA sin dalla sua costituzione, ha attivamente cooperato con diversi protagonisti della scena culturale nazionale e internazionale elaborando un ricco programma di attività culturali per il pubblico. L’Associazione propone e cura eventi culturali come workshop e conferenze, tra cui i fortunati cicli di incontri sull’arte contemporanea tenuti al PAC nel 2004, nel 2005 e l’ultima serie nel 2009 con l’intervento di importanti critici e curatori internazionali.
Credito fotografico Fabio Mantegna, Thomas Pagani

Alcuni scatti del 7 Giugno 2015










01/09/13

Arimortis al Museo del Novecento di Milano


Ultimi giorni, fino all'8 Settembre, per visitare la mostra Arimortis coordinata da M.Farronato e R.Cuoghi al Museo del Novecento a Milano. 

 







 



Comunicato stampa:
Nell’ambito della collaborazione tra il Museo del Novecento e DOCVA (Documentation Center for Visual Arts), la Sala Archivi “Ettore e Claudia Gian Ferrari” ospita la mostra Arimortis, in occasione della quale Milovan Farronato per Viafarini ha invitato l’artista Roberto Cuoghi a proporre una lettura personale dei materiali dell’Archivio, a compimento del suo impegno dal 2006 al 2012 presso il DOCVA.
Arimortis è la richiesta di una pausa. Ci si riallaccia le stringhe allentate delle scarpe sospendendo temporaneamente il gioco. Il termine che dà il titolo alla mostra - spesso abbreviato in “arimo” - è infatti usato convenzionalmente tra i bambini duranteil gioco, per chiederne una sospensione.
Nelle vetrine della Sala Archivi del Museo del Novecento la pausa consente “un’intricata, inusuale e suggestiva catalogazione di dati: le opere convivono con gli oggetti d’affezione, i “memorabilia” con i tentativi faticosi - talvolta persino drammatici - di esternare le proprie intime risposte emotive”.

Viafarini DOCVA dal 1991 raccoglie senza filtri i materiali degli artisti italiani - o residenti in Italia - che hanno manifestato un intento professionale o in altri casi quasi compulsivo. Per la mostra - dopo aver visionato integralmente i materiali raccolti in quasi 4.000 portfolio archiviati presso la Fabbrica del Vapore - sono stati avviati, laddove possibile, dialoghi individuali con ciascuno degli artisti coinvolti allo scopo di capire come l’universo ossessivo della loro ricerca potesse “esplodere sotto vetro”. I curatori hanno attinto a queste prospettive: non un hortus siccus, ma fragranze caratterizzanti germogliate in seno all’Archivio.
Per Arimortis non sempre sono state scelte opere da esporre, talvolta sono stati avviati progetti in collaborazione con altri specialisti, come nel caso dell’artista siberiana Olga Schigal che partecipa alla mostra aderendo e complicando il progetto Madrelinguadel musicista Saverio Lanza, o della pittrice Lorenza Boisi che interpreta gli esiti di un percorso di regressione personale accompagnato dall’ipnotista Felice Perussia. Vera Morra e Katthy Cavaliere - prematuramente scomparse - sono presenti attraverso la rievocazioni di altre due artiste, rispettivamente Chiara Fumai e Sabrina Sabato.Sissi collabora con se stessa: Daniela Olivieri.
In mostra anche le dissolvenze incrociate di Gino Lucente e l’allegorico funerale in papier maché di Luigi D’Eugenio; le anamorfosi di Francesco Mannarini e il pellegrinaggio di Giorgio Andreotta Calò; la vita ritirata di Christian Tripodina e i fragili equilibri di Manuel Scano; le confessioni di Betty Bee e gli abiti nuziali di Paola Pivi e Karma Lama; i crocefissi di Cecile Genovese e l’armatura di Carlo Gabriele Tribbioli; i ricami di Maria Stella Tiberio con il marito Michele Napoli e i residui della vita troppo complicata di Giona Bernardi.

“Le opere esposte in mostra rappresentano un mondo intenzionalmente pulsionale che forza i sigilli delle algide bacheche in corian bianco e cristallo progettate da Italo Rota: oltre la finitezza e la perfetta funzionalità un vortice di “vetrofanie” fuori scala e fuori misura che vira le prospettive di valutazione artistica per la durata dell’esposizione”. Si manifesta così la presunzione paradossale di costringere smisuratezze sotto teca, di confinare attitudini pulsionali senza visione d’insieme né progettualità.
Accompagna la mostra un approfondimento monografico che intende riflettere sul valore e il contenuto della smisuratezza. La pubblicazione, edita da Mousse e prodotta da Fiorucci Art Trust, raccoglie le riflessioni di Massimo Carboni, Roberto Cuoghi, Michele Ernandes, Gian Antonio Gilli, Luciano Manicardi, Luca Scarlini e Pier Paolo Tamburelli.
Artisti in mostra : Alfredo Aceto, Giorgio Andreotta Calò, Riccardo Arena, Andrea Aversa, Betty Bee, Giona Bernardi, Lorenza Boisi, Sergio Breviario, Katthy Cavaliere, Enrico David, Luigi D'Eugenio, Alessandro Di Giampietro, Chiara Fumai, Cecile Genovese, Matteo Guarnaccia, Alberto Guidato, Karma Lama, Saverio Lanza, Gino Lucente, Francesco Mannarini, Laura Matei, Vera Morra, Michele Napoli, Katja Noppes, Cristiana Palandri, Paola Pivi, Sabrina Sabato, Manuel Scano, Olga Schigal, Gabriele Silli, Sissi, Alberto Tadiello, Maria Stella Tiberio, Ghergely Toth, Carlo Gabriele Tribbioli, Christian Tripodina

01/11/12

Programmare l'arte. Olivetti e le Neoavanguardie cinetiche



Programmare l’arte riprende, a cinquant’anni di distanza, l’esposizione che ebbe luogo nel 1962 nei negozi Olivetti di Milano e Venezia e che fu curata da Bruno Munari. 

L’edizione del Museo del Novecento, dopo la tappa veneziana allestita presso il Negozio Olivetti di proprietà del FAI (30 agosto- 28 ottobre 2012, oltre a presentare una selezione di opere di Bruno Munari, Enzo Mari, Getullio Alviani, del Gruppo N (Biasi, Chiggio, Costa) e del Gruppo T (Anceschi, Boriani, Colombo, De Vecchi, Varisco) – del quale il museo espone permanentemente oggetti cinetici e ambienti – offre una selezione di materiali d’archivio, fotografie, testi e manifesti dell’epoca e due filmati. 

Ricordare a cinquant’anni di distanza la mostra che diede a questi artisti rilievo nazionale, e non solo, significa riflettere sulle possibilità di ricerca che l’Arte Programmata e Cinetica ha aperto nel dopoguerra non solo in campo strettamente artistico, ma abbracciando grafica, architettura e design e spingendosi fino al confronto con le nuove tecnologie.



Archivi del Novecento dal 9 novembre 2012 al 3 marzo 2013.
A cura di Marco Meneguzzo, Enrico Morteo e Alberto Saibene.

30/11/11

Tutti insieme artisticamente … il Museo del Novecento a Milano



La possente lineare palazzina di razionale gusto che si confronta col pungente duomo cristiano, nel cuore di Milano, ospita oramai da un anno, la stravolgente storia del novecento artistico italiano.

Salendo la spirale paesaggistica s’incontra un manipolo di manovali di fine ottocento, ritratti da Pellizza da Volpedo, che compatti proseguire verso il futuro.

Su una strada ardita e complessa incontrano un piccola stanza internazionale, tra cui un minuto e delicato lavoro di Paul Klee e uno stupendo nuvoloso quadro di Vasilij Kandinskij, in cui riposare un attimo per entrare nell’italica storia artistica del secolo breve.

Proseguono così accompagnati dalla fugace ma intensa stagione creativa di Umberto Boccioni per seguire i diversi sviluppi che la pittura, e alcune tracce di scultura, hanno ramificato in così tante forme e tendenze, fino all’immaterialità di Fontana che all’ultimo piano eleva la luce stessa a forma creativa umana.

Ma sono tantissime le vie che si possono percorrere in questo luogo e che portano a paesaggi incredibili.

Luoghi impensati e innovativi, dalle forme corpose di Carlo Carrà a quelle leggiadre di Fausto Melotti.

Valli delicati come l’opera di Osvaldo Licini e rassicuranti stanze con fragili oggetti come quelli descritti da Giorgio Morandi.

Montagne inquietanti ed instabili ridisegnate da Giorgio De Chirico o figure insicuri ideati da Arturo Martini.

Stagioni un poco dimenticate ma ancora attualissime come la raccolta cinetica degli anni sessanta.

Alla vasta raccolta permanente, vengono proposte attualmente, tre piccole e variegate mostre che sono un’occasione per scoprire alcuni scatti della vasta raccolta fotografica della Merrill Lynch, le correlazioni fra i Dada e il Futurismo e l’opera scultorea di Azuma.

Il Museo del Novecento si propone quindi come un trampolino che portandoci sempre più in alto ci invita a tuffarci in questo presente così articolato e misterioso.





17/09/11

Dada - Futurismo



Dalle collezioni milanesi a cura di Italo Rota e Vicente Todolì, che propone una lettura degli scambi tra Dadaismo e Futurismo attraverso le opere di collezioni milanesi, a cui si sono aggiunti preziosi documenti conservati al centro APICE dell’Università degli Studi di Milano.

Sviluppatisi a pochi anni di distanza, rispettivamente prima e dopo la Grande Guerra, Dada e Futurismo sostennero con lo stesso tono esaltato un nuovo modo di concepire l’estetica e il ruolo dell’artista. Il debito di Dada nei confronti del Futurismo è evidente: “Avevamo inghiottito il Futurismo con tutte le sue radici, che, però, nel corso della digestione, avevamo risputato completamente” dichiarò Hans Richter. Come le “serate futuriste” anche le manifestazioni Dada mescolavano letture, musica, presentazione di oggetti artistici per scandalizzare il pubblico. Il manifesto di Tristan Tzara rifiutò le pratiche artistiche tradizionali non meno di quanto avevano fatto i manifesti tecnici del Futurismo. Affinità vi era anche nella composizione grafica di manifesti e poster e nello stile delle “parole in libertà” e dei poemi dada.

La selezione di opere proposta sarà occasione per il visitatore di ripercorrere questi due momenti fondamentali della storia dell’arte del Novecento. Dal confronto serrato tra collage, composizioni grafiche di Carrà e Depero, assemblaggi di Schwitters e fotomontaggi di Heartfield emergerà il tentativo di raccordo attuato da Futuristi e Dadaisti fra le espressioni artistiche maggiori e le cosiddette arti minori. Le opere esposte consentiranno inoltre di verificare come i Dadaisti promuovessero una creatività libera da ogni vincolo e tradizione figurativa, mentre alcuni Futuristi avevano mantenuto un legame con il passato, attraverso Neoimpressionismo e Divisionismo. Parte significativa della mostra è dedicata a libri, manifesti e cartoline dei quali si potrà cogliere tanto l’impianto grafico innovativo, quanto il tono rivoluzionario di asserzioni e dichiarazioni programmatiche, tese a intensificare la compenetrazione tra arte e vita quotidiana.

Dada - Futurismo instaura peraltro un rapporto di continuità e complementarietà con la collezione permanente del Museo del Novecento di Milano.

Kengiro Azuma 1961



L’approfondimento pone al centro la scultura in gesso Mu realizzata dall’artista giapponese nel 1961. Questa data segna un momento fondamentale nel percorso artistico di Azuma, e precisamente il passaggio da una pratica figurativa, atta a emulare la scultura di Marino Marini, suo maestro a Brera, a una espressione più autonoma, astratta.

In questi anni Azuma, incoraggiato anche dallo stesso maestro, è alla ricerca di nuove forme e l’ispirazione arriva casualmente, come racconta nei suoi aneddoti l’artista, osservando una catasta di cassette di legno per la frutta in cui riesce a cogliere una cadenza ritmica tra “pieni” e vuoti, che da quel momento caratterizzeranno la sua produzione, per l’appunto intitolata “Mu” che in giapponese rimanda al concetto di “vuoto”.

Da quel momento Azuma inizia a creare veri propri assemblaggi con l’accostamento di listelli di legno delle stesse cassette da cui, a volte, trae delle sculture in gesso su cui poi interviene con piccoli segni o fori.

La scultura Mu è affiancata da un olio, Mu 0.6 e da un’altra serie di opere, sempre del 1961, alcune delle quali di proprietà dell’artista, altre di proprietà delle civiche raccolte del Comune di Milano.

Le opere di Azuma sono entrate nelle collezioni civiche grazie alle donazioni Boschi-Di Stefano del 1974 e 1980. Gli acquisti delle opere, risalenti al 1963, dimostrano come Antonio e Marieda Boschi Di Stefano fossero molto attenti alla produzione artistica dei giovani artisti attivi a Milano.

Il focus è curato da Danka Giacon. Grazie alla preziosa collaborazione dell’artista, è stata realizzata da Giulio Cattaneo e Viola Mazza una video intervista che verrà riprodotta durante l’esposizione. L’allestimento dello spazio focus è a cura di Fabio Fornasari.

Kengiro Azuma, nato a Yamagata in Giappone da una famiglia di fonditori e scultori, dopo aver prestato servizio nell’aviazione durante la seconda guerra mondiale, lavora come scultore e docente presso l’Università d’Arte di Tokyo. Giunge in Italia nel 1955, grazie a una borsa di studio che gli permette di frequentare l’Accademia di Brera e, nonostante le molte difficoltà, soprattutto linguistiche, decide di restare a Milano. Si avvicina a Marino Marini, suo maestro in accademia, fino a diventare, anche dopo il diploma in scultura, suo assistente privato. Negli anni sessanta Azuma inizia a esporre in modo autonomo nelle gallerie private milanesi continuando comunque l’attività di assistente presso lo studio di Marino Marini.

Conversations. Photography from the Bank of America



Come racconta Marina Pugliese, direttore del Museo del Novecento “la mostra, pensata per Milano in virtù della collaborazione tra Bank of America Merrill Lynch e il Museo, porta in città una straordinaria collezione di fotografia che annovera le opere di grandi autori integrando idealmente e a livello internazionale il percorso espositivo del museo”.

Per la prima volta saranno a Milano 80 fotografie provenienti da una delle più prestigiose collezioni bancarie al mondo, la Bank of America Merryll Lynch Collection, nell’ambito del programma Art in our Communities®, un progetto di mostre itineranti lanciato nel 2009 attraverso cui le opere d’arte della collezione sono state prestate ai musei di tutto il mondo ed esposte in oltre 50 esposizioni internazionali.
Conversations, che è stata inaugurata al pubblico per la prima volta al Museum of Fine Arts di Boston e sarà all’Irish Museum of Modern Art di Dublino a febbraio 2012, viene presentata al Museo del Novecento nell’edizione italiana a cura di Silvia Paoli, conservatore del Civico Archivio Fotografico ai Musei del Castello Sforzesco di Milano.

Il percorso espositivo, a partire dalle linee indicate nella edizione americana, valorizza alcuni dei capolavori della collezione ponendoli in “conversazione” tra loro, attraverso accostamenti tematici (nelle sezioni: Ritratto, Paesaggio, Uno sguardo sull’arte, Astrazione/Sperimentazione, Viaggi/Monumenti, Società/Testimonianze, Astrazione/Paesaggio industriale, Surrealismo, Astrazione/Natura morta), ma anche storici e formali, ripercorrendo in modo diacronico la storia del medium fotografico.
Nello stesso spazio espositivo, immagini del XIX secolo dialogano con scatti del XX secolo, primi piani con foto panoramiche, ritratti con foto documentarie, still life con opere astratte, in un gioco dialettico che coinvolge lo spettatore.

Le immagini urbane ad esempio (di Robert Frank, Harry Callahan, Helen Levitt o William Klein) che costituiscono un cospicuo nucleo della collezione, sono specchio della formazione della complessa società americana. Un tema che, in mostra, viene amplificato e ulteriormente articolato proprio nelle ricercate giustapposizioni delle fotografie, realizzate spesso con soluzioni formali molto diverse o in momenti storici distanti.
Similmente il ritratto (Edward Weston, Man Ray, Jeanne Dunning) e la natura morta (Irving Penn, William Eggleston, Lee Friedlander) che con la sperimentazione del mezzo si caricano di connotazioni psicologiche e di valori simbolici - fino alle provocazioni ironiche di Cindy Sherman - vengono presentati in mostra in eloquenti contrappunti visivi: a volte affiancati a scatti di paesaggio, in un dialogo di intensità emotiva, a volte tra di loro in un confronto metalinguistico (uso della prospettiva, dei colori, astrazione…) che ne enfatizza il messaggio.

Tra i molti artisti rappresentati compaiono i nomi di alcuni dei maestri indiscussi della fotografia internazionale: Gustave Le Gray, Julia Margaret Cameron, Eugène Atget, Alfred Stieglitz, Paul Strand, László Moholy-Nagy, Man Ray, Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander, Cindy Sherman, Bernd e Hilla Becher, Thomas Struth, solo per citarne alcuni.

Commentando la nuova mostra, Rena De Sisto, Global Arts and Culture Executive di Bank of America Merrill Lynch, ha affermato: “Siamo orgogliosi di sponsorizzare il Museo del Novecento. Questo museo rappresenta una destinazione d’elezione per gli amanti dell’arte italiani e stranieri. Nata per celebrare l’arte contemporanea, questa istituzione è il luogo ideale per ospitare delle fotografie, quintessenza dell’arte del XX secolo. Operiamo a Milano da oltre 50 anni e siamo consapevoli che, nel clima economico attuale, il nostro ruolo di sostenitori all’industria dell’arte è più importante che mai. Siamo onorati di aver potuto dimostrare, attraverso questa mostra molto speciale, il nostro impegno e la nostra vicinanza all’Italia.”


La Bank of America Merrill Lynch Photography Collection. All’origine della Collezione di fotografie di Bank of America Merrill Lynch sta l’operato di Beaumont Newhall, all’epoca tra i più affermati studiosi di fotografia, e di sua moglie Nancy che, incaricati nel 1967, crearono in tre anni il primo fondamentale nucleo della collezione con circa 350 esemplari. Newhall fu fondatore e direttore del Dipartimento di fotografia del MOMA a New York. Qui, nel 1937, con la mostra Photography 1839 - 1937, Newhall costituì la collezione che fu poi il nucleo centrale alla base del Dipartimento del MOMA. Il catalogo dell’esposizione scritto da Newhall, inoltre, fu la base del più importante testo storico sulla fotografia, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, stampato in numerose edizioni e traduzioni.