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09/11/10

doattime

Artissima - Ho sbagliato ma sono contento …




“Ho sbagliato tutto", così iniziava un testo della raccolta di “poesie in forma di rosa“ di P.P. Pasolini, e forse ha proprio ragione.

La modernità ha saputo inglobare anche il suo rammarico senza curarsi del suo dolore.

Possiamo quindi dire che questa edizione di Artissima rinnovata da Francesco Manacorda ha raggiunto il suo successo di pubblico e di consenso, realizzando un consumo culturale ampio e variegato.

Pare che le vendite siano andate molto bene e che il pubblico è stato notevole anche in questo momento di particolare crisi. Tante persone e un consenso generale che è stato piacevolmente affascinato dal rinnovamento proposto dal nuovo curatore.

L’arte come sempre vive questo strano paradosso in equilibrio fra intenti culturali e necessità quotidiane. Ma sicuramente l’aspetto comunitario alla fine pare quello più forte, la necessità umana di avere un rapporto interpersonale legato da un tema comune, l’arte, può essere quindi un notevole collante sociale.

Se Pasolini è consapevolmente affranto (era il 1964…) la fiera ha tentato di superare questo impasse conscio dei suoi limiti ma sicura di aver tentato comunque di vivere un breve tempo umano arricchendolo di quell’impalpabile meraviglioso profumo che le rose producono.



Pienamente soddisfatti quindi degli oltre 50,000 visitatori l’edizione di Artissima diventa con la prossima edizione maggiorenne, raggiungendo i 18 anni di attività.

China Power Station




Si è aperta Domenica 7 Novembre la mostra “China Power Station” presso la Pinacoteca Agnelli al Lingotto di Torino.

L’evento ha preso avvio con una maratona da mezzogiorno fino alla sera alle sei sul tema “Il Futuro della Cina” coordinata da Hans Ulrich Obrist che ha dialogato con filosofi, artisti e architetti sul presente e sul prossimo futuro di questa grande nazione che pare sempre di più diventare la potenza del nuovo millennio.

Le opere esposte provengono dalla collezione Astrup Fearnley, una delle più importanti al mondo per la vastità e qualità dei pezzi raccolti.

La mostra si apre subito con un grande lavoro di Huang Yong Ping un enorme Colosseo in cotto che accoglie centinaia di piante, posto accanto all’opera “Who has stolen our bodies” Chun Yun, una serie di minute saponette usate. Questa vicinanza pone quasi un perfetto dialogo fra un’aspirazione di grandezza che questa nazione potrà avere con la reale quotidianità di un paese di oltre un miliardo di persone.

La mostra sviluppata su due livelli nel suo complesso è interessante e offre l’opportunità di vedere diverse opere di pregiato valore e di particolare bellezza, come la nota opera “Loveit, Bite it” di Liu Wei o le suggestioni sonore di un multi dinamismo come “N kilometers towards the west” di Zhang Ding che nella sua forma e nel suo progresso acustico pone continui interrogativi sullo sviluppo.

Come sempre si aprono tante domande sulla forma espressiva di questi artisti che spesso più che cinesi paino perfettamente integrati nel contesto europeo dimostrando come la globalizzazione rende troppo omogenea la cultura contemporanea.

Torino l'attimo sfuggente...




Eccoci a Lunedì, la grande kermesse artistica torinese si è percorsa intensamente in molteplici eventi e proposte.

Spolverando le ultime tracce dorate di Pocket si ripensa a queste belle giornate di cui rimango tanti ricordi.

Come la serata performativa di Giovanni Morbin al blank e le caldarroste amichevoli del Bivacco Diogene.

Un’edizione di Artissima che si è migliorata e che nella stupenda location dell’Oval pare proprio internazionale.

La piccola ma interessante rassegna di arte cinese alla Pinacoteca Agnelli, il rinnovamento stilistico di Laura Pugno visto da Peola e di Galliano da Inarco.

Le fotografie di Miroslav Tichy da Costa e l’installazione museale di Henrik Håkansson da Noero.


Il solito caos giovanilistico di Paratissima e le sperimentazioni intense di Club to Club.

Rimangono le nuove luci d’artista fino a fine dicembre a memoria di questa contemporaneità così breve e dinamica.

30/10/10

Arte povera: appunti per una guerriglia

testo di Germano Celant pubblicato sul numero 5 di "Flash Art", novembre-dicembre 1967

Prima viene l'uomo poi il sistema, anticamente era così. Oggi è la società a produrre e l'uomo a consumare. Ognuno può criticare, violentare, demistificare e proporre riforme, deve rimanere però nel sistema, non gli è permesso di essere libero. Creato un oggetto vi si accompagna. Il sistema ordina così. L'aspettativa non può
essere frustrata, acquisita una parte, l'uomo, sino alla morte, deve continuare a recitare. Ogni suo gesto deve essere assolutamente coerente col suo atteggiamento passato e deve anticipare il futuro. Uscire dal sistema vuol dire rivoluzione. Così l'artista, novello giullare, soddisfa i consumi raffinati, produce oggetti per i palati colti. Avuta un'idea vive per e su essa. La produzione in serie lo costringe a produrre un unico oggetto che soddisfi, sino all'assuefazione, il mercato. Non gli è permesso creare ed abbandonare l'oggetto al suo cammino, deve seguirlo, giustificarlo, immetterlo nei canali. L'artista si sostituisce così alla catena di montaggio. Da stimolo propulsore, da tecnico e specialista della scoperta diventa ingranaggio del meccanismo. Il suo atteggiamento è condizionato ad offrire solo una "correptio" del mondo, a perfezionare la struttura sociale, mai a modificarla e a rivoluzionarla. Pur rifiutando il mondo dei consumi, si trova ad essere un produttore. La libertà è una vuota parola. L'artista si lega alla storia, o meglio al programma, ed esce dal presente. Non si progetta mai, ma si integra. Per "inventare" è costretto ad agire da cleptomane e ad attingere agli altri sistemi linguistici. Ma cosa faceva Duchamp? Certamente non era teso a soddisfare il sistema. Per lui esserci e vivere significava e significa giocare a scacchi (la mossa del cavallo non è mai rettilinea) e scegliere. Più volte cercato dal sistema, non si è mai fatto trovare dove si pensava di reperirlo.

Così, in un contesto dominato dalle invenzioni e dalle imitazioni tecnologiche, due sono le scelte: o l'assunzione (la cleptomania) del sistema, dei linguaggi codificati ed artificiali, nel comodo dialogo con le strutture esistenti, siano esse sociali o private, l'accettazione e la pseudoanalisi ideologica, l'osmosi con ogni "rivoluzione", apparente e subito integrata, la sistemazione della propria produzione o nel microcosmo astratto (op) o nel macrocosmo socioculturale (pop) e formale (strutture primarie), oppure, all'opposto, il libero progettarsi dell'uomo.
Là un'arte complessa, qui un'arte povera, impegnata con la contingenza, con l' evento, con l'astorico, col presente ("non siamo mai completamente contemporaneinel nostro presente"- Derbay), con la concezione antropologica, con l'uomo "reale" ( Marx), la speranza, diventata sicurezza, di gettare alle ortiche ogni discorso visualmente univoco e coerente (la coerenza èun dogma che bisogna infrangere!), l'uni-vocità appartiene all'individuo e non alla 'sua" immagine e ai suoi prodotti. Un nuovo atteggiamento per possedere un "reale" dominio del nostro essere, che conduce l'artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal cliché che la società gli ha stampato sul polso. L'artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire, non l'opposto.

Da un lato, quindi, un atteggiamento ricco, perché legato osmoticamente alle altissime possibilità strumentali e informazionali che il sistema offre, un atteggiamento che imita e media il reale, che crea la dicotomia tra arte e vita, comportamento pubblico e vita privata, dall'altro una ricerca "povera", tesa all'identificazione azione-uomo, comportamento-uomo, che elimina così i due piani di esistenza. Un esserci, quest'ultimo, che predilige l'essenzialità informazionale, che non dialoga né col sistema sociale, né con quello culturale, che aspira a presentarsi improvviso, inatteso rispetto alle aspettative convenzionali, un vivere asistematico, in un mondo in cui il sistema è tutto. Un atteggiamento (che evidentemente non vuol contrapporsi ad alcuna ricerca particolare, risultando non una corrente, ma un modo di comportarsi, che evita persino la concorrenza, proprio per non cadere nuovamente nell'integrazione alle leggi del sistema e nel dialogo con lo stesso) teso al reperimento del significato fattuale del senso emergente dal vivere dell'uomo. Un'identificazione uomo-natura, che non ha più il fine teologico del narrator-narratum medioevale, ma un intento pragmatico, di liberazione e non di aggiunzione di oggetti e idee al mondo, quale oggi si presenta. Di qui l'abolizione di ogni posizione categoriale (o pop od op o struttura primaria) per una focalizzazione di gesti che non aggiungono nulla alla nostra colta percezione, che non si contrappongono come arte rispetto alla vita, che non portano alla frattura e alla creazione del doppio piano io e mondo, ma che vivono come gesti sociali a sé stanti, quali liberazioni formative e compositive antisistematiche, tese all'identificazione uomo-mondo.

L'avvicendamento da compiersi è dunque quello del ritorno alla progettazione limitata ed ancillare, in cui l'uomo è il fulcro e il fuoco della ricerca, non più il mezzo e lo strumento. L'uomo è il messaggio, per parafrasare Mac Luhan. Nelle arti visive la libertà è un germe che contamina ogni produzione. L'artista rifiuta ogni etichetta e si identifica solo con sè stcsso.
Così Pistoletto (come Warhol, Mari e Grotowsky) si è posto, sin dal 1964, il problema della libertà del linguaggio non più legato al sistema, alla coerenza visiva, ma alla coerenza "interiore", ed ha realizzato nel 1966 opere estremamente "povere", un presepe, un pozzo di cartone con tele spaccate al centro, una bacheca per vestiti, una struttura per parlare in piedi e una struttura per parlare seduti, un tavolo fatto di cornici e di quadri, una foto gigante di Jasper Johns, una lampada a luce di mercurio. Un lavoro teso alla registrazione "dell'irripetibilità di ogni istante" (Pistoletto), che presuppone il rifiuto di ogni sistema e di ogni aspettativa codificata. Un libero agire svincolato ed imprevedibile (nel 1967 un sarcofago, una casa dipinta con estrema libertà cromatica, una sfera di carta di giornali pressata, un corpo ricoperto di mica), un frustrare l'aspettativa, che permette a Pistoletto di rimanere sempre al confine tra arte e vita.

Un esistere rivoluzionario che si fa Terrore con Boetti, Zorio, Fabro, Anselmo, Piacentino, Gilardi, Prini, Merz, Kounellis, Paolini e Pascali, artisti che già nel loro agire si sono posti questo recupero del libero progettarsi.
Così Paolini esalta il carattere empirico e non speculativo del suo lavoro, sottolinea il dato di fatto. La presenza fisica dell'oggetto e il comportamento del soggetto in rapporto al sistema "pittura". La sua sovrapposizione fra idea e immagine lo porta alla "prise de pouvoir" degli elementi strumentali, non ancora direzionati e sistematicizzati, quali la tela, il colore, lo spazio (diventato ora lo spazio del mondo). Le componenti linguistiche ritornano così in campo quali paradigmi, primigeni, aniconici, liberi da ogni sistema di collocazione iconologica. Elementi di un farsi, che non si vincolano all'immagine da realizzare, ma si presentano per "fingere" se stessi.

Il sensismo comportamentistico sale ull'altare con Pascali e Kounellis. La realizzazione immediata di una sensaeione conduce in pochi anni Pascali a passare dai busti di donna, ai muri, ai cannoni, agli animali mitici, alla barca, al mare, alle pozzanghere, ai cubi di terra, al campo arato. Il suo libero atteggiamento si evidenzia: perché vincolarsi ad un solo prodotto? Ogni elemento è infatti sineddoche naturale del suo vivere e del suo esistere percettivo e plastico: perché diventare paradigma? Così Kounellis, colpito dalla ricchezza del suo esserci, recupera il suo gesto artistico col dare il becchime agli uccelli, con lo staccare le rose dal quadro, ama circondarsi di elementi banali ma naturali, quali il carbone, il cotone, un pappagallo. Tutto si riduce ad un conoscere concreto che lotta con ogni riduzione concettuale: l'importanza è focalizzare, per Kounellis, che Kounellis vive, il mondo vada in malora.

Un'urgenza all'esserci che ha condotto Gilardi, soffocato dai suoi tappeti-natura e dal poliuretano, a realizzare nel 1966 (mostra Arte Abitabile, Sperone) degli oggetti che sono la concretizzazione, non più mediata e mimetica, del suo agire strumentale e funzionale, ed ecco il bastone, la carriola, la sega, la scala. Per chi conosce "l'operoso" Gilardi, questi sono i suoi "simboli".

La tautologia è il primo strumento di possesso sul reale, eliminando le sovrastrutture, si riinizia a conoscere il presente e il mondo. Così Fabro concretizza, in un anno, due o tre atti di possesso sul reale. La difficoltà di conoscere, come possesso, è enorme, i condizionamenti non permettono di vedere un pavimento, un angolo, uno spazio quotidiano e Fabro ripropone la scoperta del pavimento, dell'angolo, dell'asse che unisce soffitto e pavimento di una stanza, non si preoccupa di soddisfare il sistema, vuole sviscerarlo.

Parimenti Boetti reinventa le invenzioni dell'uomo. I suoi gesti non sono più un accumulo, un incastro di segni, ma i segni dell'accumulo e dell'incastro. Si pongono come apprendimento di ogni archetipo gestico, di ogni invenzione primitiva. Sono gesti univoci che portano con sé "tutti i possibili processi formativi ed organizzati-vi", liberati da ogni contingenza storica e mondana. Dalle annotazioni gestiche di Boetti alle annotazioni perimetrali e spaziali di Prini, il passo è breve. Una stanza è e risuona di quattro angoli, un uomo si blocca in un passo da un metro, il pavimento diventa scalino, La sedia è un'immagine piatta sorretta da una sedia, ogni gesto di Prini si conclude nel presentarsi. Il dominio passa all'uomo dagli n sensi.

L'autonomia domina incontrastata in Piacentino. Le sue monumentali composizioni si impongono, sono un'aperta sfida alle convenzioni di spazio. di ambiente: impossibile organizzarle, collocarle, piegarle al codice spaziale abituale; seppur cromaticamente possedibili, al punto da lusingare la percezione colta dello spettatore, esse sfuggono. Come la luce fugge, cosi il mondo. Per possederli bisogna bloccarli nell'attimo in cui si incontrano. Così Merz violenta gli oggetti e il reale con il neon. Il suo è un inchiodare drammatico, che atterrisce. E un continuo sacrificio dell'oggetto banale e quotidiano quasi novello cristo (il culto dell'oggetto è una nuova "religio"). Trovato il chiodo, Merz, da buon filisteo del sistema, crocifigge il mondo.

Più sottilmente "povera" l'azione di Anselmo. Qui la precarietà si esalta. Gli oggetti vivono nel momento di essere composti e montati, non esistono come oggetti immutabili, si ricompongono di volta in volta, la loro esistenza dipende dal nostro intervento. Non sono prodotti autonomi, ma instabili, vivi, in rapporto al nostro vivere.

Infine le "entità espressive" di Zorio, enfatizzazioni visuali di un avvenimento instabile. Così la violenza dei tubi dalmine, dei colori, dei cementi, dialoga con la precarietà del tempo, con la sottile instabilità del maglio, che sta per cadere sulla "sedia", con il graduale cristallizzarsi dell'acqua salata, con la incredibile resistenza dell'elemento elastico rispetto alla struttura d'acciaio. Un'imprevedibile coesistenza tra forza e precarietà esistenziale che sconcerta, pone in crisi ogni affermazione, per ricordarci che ogni "cosa" è precaria, basta infrangere il punto di rottura ed essa salterà. Perché non proviamo col mondo?

Incontro, il 23 novembre, Icaro e Ceroli che mi confermano che questo atteggiamento è ormai di molti artisti. Alviani, Scheggi, Bonalumi, Colombo, Simonetti, Castellani, Bignardi, Marotta, De Vecchi, Tacchi, Boriani, Mondino, Nespolo. Questo testo nel suo farsi è già lacunoso. Siamo infatti già alla guerriglia.

25/10/10

Tout le monde a Paris




Dopo l’immersione londinese queste giornate parigine sono un proseguimento gioioso e variegato. Anche qui un clima nordico ci accompagna nelle diverse esposizioni e come il tempo anche l’esposizioni sono molto diverse.

Se la sezione giovanile della Fiac nella Cour Carré del Louvre non è proprio al massimo, molto viene compensata dalla sezione del Gran Palais dove la qualità delle grandi gallerie si vede. Colpisce tutti la grande opera di Anish Kapoor proposta da Kamel Mennour e lo stupendo intervento cromatico di Michael Craig-Martin nello stand di Claudine Papillon.

Particolarmente bella la sezione delle sculture nei giardini delle Tuileries.

Per quello che riguardano le altre fiere posso dire che la piccola ma elegante Silk proprio davanti alla Tour Eiffel si conferma come un interessante evento più avvolgente e sereno.

Come sempre da Art Élysées l’esposizione a corridoio pare confusa, troppa roba e molto ammasso, meglio sicuramente da Show Off con una selezione più minimale e curata.

Slick gioca la carta dell’oriente che però non mi affascina molto. Cutlog ha una stupenda posizione che però penalizza molto la fruizione delle opere.

La sorpresa maggiore viene da Chic ben curata e in una location adatta a questo mix di elementi. Colpisce notare che comunque è costante ovunque un folto pubblico

Le proposte museali sono molto ampie e diversificate. Le mostre di Arman e di Nancy Spero al Pompidou non mi piacciono molto, meglio Carol Bove premio Lafayette 2010 al Palais de Tokyo.

Nittis al Petit Palais e Monet al Gran Palais sono proprio meravigliose, assolutamente da non perdere.

Ora guardiamo alla prossima fiera, che si svolgerà in Italia, e cioè Artissima a Torino.

Modernikon - ikoni




In anticipo sul 2011, che sarà all’insegna dello scambio fra l’Italia e la Russia, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, in collaborazione con la Fondazione Victoria - The Art of being Contemporary di Mosca, ha in corso una grande esposizione dedicata all'arte contemporanea russa.

Dopo gli anni della Pereistroika che crearono una forte polarizzazione sull’arte russa, ritorna ora con più pacatezza una mostra che perlustra la variegata realtà di un paese sempre così contemporaneamente apparentemente prossimo ma realmente lontano.
Il titolo Modernikon, pare così volutamente datato fra un romantico spirito rivoluzionario e una presa di coscienza di una modernità che forse non è mai arrivata in questo mondo così feudale, costruito ancora su concetti di libertà e democrazia molto labili.

A tal motivo si nota una particolare attenzione alle singole identità che solo in qualche accenno tentano posizioni più sociali, forse segno di un ripensamento globale del sistema culturale sociale di questa nazione molto complessa.

Fra i lavori che più mi hanno interessato l’archivio di Arseny Zhilyaev che racconta di un mondo molto sommerso e che comunque tenta una sua esistenza.

L’opera Rot Front Remains che Osmolovsky crea ingigantendo il vuoto di un pugno chiuso.

L’elegante serie di video di Olga Chernsheva dal titolo Clippings in cui un dialogo fra testi ed immagini ci immerge in attimi di poetica vita.

Divertente anche se un poco banali il gruppo di pannelli di recinzioni degli orti illegali che Dmitri Gutov, posizionandoli abilmente li trasforma in disegni di Rembrandt.

In generale una piacevole mostra, che però evidenzia sempre di più come l’omologazione culturale si stia appiattendo in una forma espressiva che non distingue più le singole culture o tradizioni, portandoci in una modernità sempre più monotona.