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13/10/09

La Biennale di Venezia 2009




Questa nuova edizione della Biennale di Venezia prende avvio al mattino presto del 3 Giugno con un emozionante rito propiziatorio di un gruppo di danzatori Maori che inaugurano lo spazio della Nuova Zelanda. Questo segnale ci pare quello più indicativo di questa grande rassegna. Il canto stesso intonato, molto melanconico, è la cifra che centra in pieno una Biennale molto assopita e che più che guardare al domani ricorda un passato sicuro che ben non sa dove andare nel presente.

Le mostre più interessanti sicuramente quelle antologiche dedicate a Mona Hatoun alla Querini Stampalia, Rebecca Horn alla Bevilacqua la Masa in Piazza San Marco, Yoko Ono alla Bevilacqua la Masa di Palazzo Tito, Robert Rauschenberg al Peggy Guggenheim e Bruce Nauman diviso in ben tre spazi. Mentre quasi tutto il resto sembra molto pacato e privo di slancio. Perciò possiamo affermare di aver visto molti prodotti artistici, intesi come conferme stilistiche di una moltitudine di artisti che già si conoscevano, ma rarissime opere artistiche o almeno tentativi di opere. Soddisfa quindi il lavoro di un’artista come la Faveretto che coraggiosamente propone un difficile e nuovo lavoro, mentre quasi tutto l’arsenale mantiene toni molto rilassati. Un pochino meglio presso i giardini nel padiglione della Serbia con Katarina Zdjelar che presenta un’installazione variegata e stimolante, il padiglione delle Repubbliche Ceca e Slovacca che esibiscono l’intervento più forte dal titolo “Loop” di Roman Ondák, il Venezuela che pare uno dei pochi tentativi di essere parte dei propositi proposti da Daniel Birnbaum. Il Padiglione della Polonia con il lavoro “ Ospiti / Visitors / Goxcie” di Krzysztof Wodiczko, mi è parso tra i più eleganti ed efficaci.

Deludono tantissimo la Francia con un bruttissimo lavoro di Claude Lévêque, la Gran Bretagna con Steve McQueen, che mostra un magniloquente e noiosissimo video, la Germania con un mediocre lavoro installativo di Liam Gillick.

Fra gli eventi; molto interessante il simposio proposto dalla Fondazione T-BA21 e il video di Mark Lewis presentato in Campo Santa Margherita.

Lasciano alquanto perplessi i voti della giuria che premiano la realizzazione di un brutto e scomodo bar e l’ovvietà di un padiglione come quello dei paesi nordici dove forse la cosa più piacevole erano gli ironici attori che proponevano un mercato immobiliare banale e ripetitivo come le opere stesse presenti troppo simile nel gusto alla Punta della Dogana che, inaugurata in pompa magna, è parso un supermercato, molto bello, ma che conferma una sensazione di saldi dell’arte. Sicuramente più emozionante la collezione di Axel Vervoordt presentata a Palazzo Fortuny che, ripetendo la fortuna di Artempo, almeno non presenta troppe opere viste così spesso in circolazione e sui media, in quest’ultimo anno.

Il Padiglione Italia in un allestimento troppo ricco di lavori, penalizza ogni singolo artista, che confusamente si mescolano fra loro. Anche qui ogni artista conferma la propria cifra espressiva in una noia pari a quella di Cà Pesaro dove l’opposta rarefazione delle opere risulta troppo simile al vuoto.

Girando per Venezia si può dedicare una visita alle tantissime mostre tra cui mi hanno colpito quella del padiglione del Portogallo, con una serie di delicati video. “Unconditional Love” all’ Arsenale e “The Fear Society” Novissimo rare mostre costruite in modo lineare, l’apertura degli spazi della Fondazione Vedova, il padiglione dell’Islanda col progetto molto naif “The End” di Ragnar Kjartansson e nel medesimo edificio il Singapore con un lavoro documentativo di Ming Wong. Glass Stress all’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, in campo Santo Stefano. “Steppes of Dreamers” a Palazzo Papadopoli vicino a Campo San Polo. Il Lussemburgo con “Collision Zone” vicino al ponte dell’Accademia. La piccola e delicata mostra di “Travelling Light: Londra/Venezia09” in Fondamenta Bragadin.

Sicuramente la magia di Venezia gioca le sue carte a dare incredibile cornice anche a molte cose che forse da sole non potrebbero nemmeno stare in piedi.

La sensazione finale è che gli artisti abbiano realizzato tanti compitini, giusto per arrivare a un sei striminzito, ma rarissimi tentativi coraggiosi e significativi di fare opere d’arte. Questo conferma che stiamo attraversando un periodo culturale generale di attesa e d’immobilismo.

Forse si fosse data più attenzione all’organizzazione delle mostre e un poco meno alla preparazione della moltitudine di party e gadget, proposti dai diversi paesi/gallerie/fondazioni, sicuramente si potevano presentare lavori più validi, se lo scopo era fare arte e non mercato, visto che questo lo fanno così bene a Basilea, da domani. (testo del 09/06/2009)

12/10/09

Biennale di Lione

Dopo una fase di turbolenza che ha portato a soli sei mesi prima un nuovo curatore a strutturare il progetto della Biennale di Lione, la settimana scorsa ha preso avvio questa edizione, la decima. Durerà fino al 3 Gennaio 2010.

Se Catherine David, iniziale curatrice dell’evento, aveva scelto il tema “présent perpétuel” il nuovo curatore Hou Hanru, forse anche per il breve tempo, ha optato come tema per la quotidianità, raccogliendo tutto il progetto sotto il titolo “The Spectacle of the Everyday”. Confermando, forse di più, che “l’arte non è più Arte” ma sempre più un quotidiano spettacolo.

L’evento è stato suddiviso in 5 parti: la Magie des choses, l'Eloge de la dérive, un Autre monde est possible, Vivons ensemble e Veduta. Titoli molto vaghi e selezione un poco limitata, tanto per non andare troppo lontano dalla quotidianità dell’arte. Quindi compaiono alcuni nomi molto noti in questo momento; Adel Abdesemed, Jimmie Durham, Shilpa Gupta, Barry McGee, Sarah Sze, Agnès Varda, Pedro Cabrita Reis, Adrian Paci e un gran corollario di contorno di sconosciuti, il che potrebbe essere un aspetto positivo se fossero anche artisti stimolanti e freschi.

Purtroppo gli artisti chiamati in/su questo tema sono stati molto giovanilisti come gesto creativo, a volte anche lievemente ludici. Se il curatore intendeva proporre una mostra che riscopra il quotidiano nella sua meraviglia poetica a me è parso sempre di più un’idea di arte marginale, opera con significati troppo minimi, intimisti e poco lirici. Spesso traccia/documento di un “fatto” passato, quasi sempre secondario e poco estetico.

Peccato perché siamo sempre in ambito di arti “visive” per cui da guardare e a volte si fa fatica.

Poche le opere che attraggono, alla Sucrière il lavoro marionettistico di Eko Nugroho, quello inquietante di Yang Jiechang, la suggestione elettronica di Tsang Kinwah e una certa ironia nel lavoro di Eulàlia Valldosera. Al Mac il lavoro documentativo di Bik Van der Pol Collective l’opera di Jompet Kuswidananto che mi ricordava un vecchio film della Walt Disney. Lo spazio più interessante forse la Bullukian Foundation con una serie di proposte ben allestite e di un certo interesse. Il resto risulta troppo ovvio, soprattutto cose già viste e riviste, per cui noioso. Allora risulta più interessante passeggiare per le vie di Lione e lasciarsi conquistare dalla vera quotidianità della vita, che sorprende molto di più che che frequentare spazi tediosi e banali.

Artisti selezionati : Adel Abdessemed, Bani Abidi Maria, Thereza Alves, Fikret Atay, Bik Van der Pol, Sylvie Blocher, George Brecht, Alan Bulfin, Pedro Cabrita Reis, Sophie Dejode & Bertrand Lacombe, Jimmie Durham, Latifa Echakhch, Mounir Fatmi, Thierry Fontaine, Dora García, Laura Genz and the CSP75, Shilpa Gupta, Ha Za Vu Zu, HeHe Collective, Oliver Herring, Huang Yongping, Takahiro Iwasaki, Jompet Kuswidananto, Leopold Kessler, Ian Kiaer, Lee Mingwei, Mark Lewis, Michael Lin, Lin Yilin, Liu Qingyuan & Yah, Barry McGee, Robert Milin, Carlos Motta, Wangechi Mutu, Eko Nugroho, Ceren Oykut, Adrian Paci, Dan Perjovschi, Oliver Ressler, Pedro Reyes, Rigo 23, Sarkis, Katerina Seda, Société Réaliste, Sarah Sze, T.A.M.A. Collective, Torolab Collective, Tsang Kinwah, Eulàlia Valldosera, Agnès Varda, Wong Hoy Cheong, Xijing Men Collective, Yang Jiechang, Yangjiang Group, L’École du Magasin.

08/10/09

Olafur Eliasson

Altro grande artista che in questi anni ha suscitato attenzione e genialità Olafur Eliasson nato a Copenhagen in 1967 dove studia alla Royal Danish Academy of Fine Arts.
Nel 1996, inizia a lavorare con l’architetto Einar Thorsteinn, con cui prende forma la sua attività artistica in ambito naturalistico-scientifico, e realizza con lui la prima opera che è 8900054, una struttura reticolare in metallo.

Da qui prende avvio un percorso creativo attento alla percezione visiva e alle forme naturalistiche più semplici come la luce e l’acqua riproposte però in modo artificiale e completamente visibili nei suoi meccanismi scientifici.

Il successo internazionale è arrivato con l’intervento “The weather project” realizzato alla Tate Modern di Londra nel 2003 che ha richiamato più di un milione di visitatori.

Spesso accusato di essere più un bravo insegnate di fisica trovo invece in lui l’abile capacità di trattare temi classici della storia dell’arte in un modo nuovo e contemporaneo, ricco di stimoli ma anche di un grande impatto visivo.




05/10/09

l'arte della sovversione




Presso le edizioni Manifestolibri-UniNomade è recentemente uscito “L’arte della sovversione” a cura di Marco Baravalle. Si tratta di una raccolta di interventi dall’evento “Multiversity, ovvero l’arte della sovversione”, svoltosi nel maggio 2008, presso lo spazio S.a.L.E. a Venezia in collaborazione con UniNomade, una rete collaborativa di attivisti e ricercatori in ambito artistico e culturale. Al seminario hanno partecipato: Chiara Bersi Serlini, Antonella Corsani, Anna Daneri, Brian Holmes, Claire Fontaine, Andrea Fumagalli, Giuseppe Caccia, Tommaso Cacciari, Maurizio Lazzarato, José Pérez de Lama, Vincent Meesen, Antonio Negri, Alberto de Nicola, Hans Ulrich Obrist, Matteo Pasquinelli, Judith Revel, Gigi Roggero, Marco Scotini. Marko Stamenkovic, Angela Vettese e Giovanni Zapperi, Molto variegato e ricco di spunti, soprattutto in modo teorico, analizza e propone diversi scenari di azione artistica e considerazioni sociali che si declinano in posizioni dinamiche sia culturali che politiche. Particolarmente ampio l’apparato di riferimento e di possibili strategie, ma rimane più debole sul fronte della loro realizzazione. I diversi testi scorrono in modo fluido, eccetto alcuni piccoli ostacoli che rallentano e languidano in attimi di astrazioni. Molti gli interrogativi a cui sono proposte diverse ipotesi di soluzione o di azione teorica. Si abbracciano temi che vanno dall’arte alle complesse relazioni economiche e finanziarie, forse ampliando troppo il raggio di temi e rendendo complessa la possibile definizione di uno scenario reale. Forse proprio il capitolo scritto da Angela Vettese, attenta osservatrice e grande operatrice italiana, mette in risalto questo difficile ruolo dell’arte e di molte strategie collettivistiche di passare dall’azione speculativa a quella pratica. Creando cambiamenti e sviluppi, tanto più quando si muove in ambito sociale e culturale. Ma rimane pur sempre importante avviare con le utopie i processi di cambiamento e di trasformazione, a cui tutti tendiamo per dare avvio alla costruzione di un mondo comune in cui relazionarsi in questo e nel prossimo futuro.

03/10/09

d documenta


Venerdì 19 Settembre presso la sala conferenze del Castello di Rivoli, si è svolta la prima parte di una interessante e articolata rassegna di conferenze ed incontri su Documenta e la sua storia, con un accenno al suo futuro.

Invitati da Carolyn Christov-Bakargiev, direttore artistico della futura documenta 13, che si svolgerà nel 2012 a Kassel, sono venuti molti dei precedenti curatori o personaggi che hanno vissuto la nota rassegna internazionale.

Ha aperto il convegno con un discorsivo ricco di memoria Heiner Georgsdorf, che ebbe l’opportunità di frequentare e cooperare con Arnold Bode, ideatore di Documenta. Dopo una testimonianza sentimentale e umana è intervenuto, con dati più statistici ma portatore di informazioni più trasversali, Walter Grasskamp. Nel pomerggio è stata più articolata e curatoriale la relazione di Jean-Christophe Ammann, uno dei tre curatori di documenta 5, nel 1972, coordinati da Harald Szeemann, scomparso nel 2005. Manfred Schneckenburger, che è stato il direttore artistico di documenta 6, nel 1977, e documenta 8, nel1987 ha portato la sua esperienza di un difficile e complesso periodo storico/culturale mentre un poetico Rudi Fuchs, direttore artistico di documenta 7, nel 1982 è stato ricco di stimoli e riflessioni, fra le forme passate e recenti del gesto curatoriale. Per la prima giornata la conferenze si è conclusa con un breve dibattito riprendendo poi il giorno dopo con un vivace e pungente Jan Hoet, direttore artistico di documenta IX, nel 1992 e ideatore della famosa Chambres d’amis di Gent. Nel seguito la delicata e determinata Catherine David, direttore artistico di documenta X, nel 1997 che ha parlato della sua trasformazione e rinnovamento, processo sviluppato e portato avanti in modo più aperto e cosmopolita da Okwui Enwezor, direttore artistico di documenta 11, nel 2002. Sul passato di Documenta ha concluso Roger M. Buergel, direttore artistico di documenta 12, nel 2007 che ha spiegato la sua scelta di mostra con più letture e riferimenti fra presente/passato, vicino/lontano. E’ stata poi la volta di Carolyn Christov-Bakargiev che ha proposto alcuni frammenti di riflessione per la futura edizione, scaturiti da una fotografia del 1959 di due visitatori dell’evento. Senza sbilanciarsi ha manifestato le sue grandi perplessità e complessità che l’attuale momento storico attraversa e su cui sta elaborando la futura edizione.

Gli incontri sono terminati con una conferenza generale in un dibattito fra il pubblico e i relatori raccolti.

Questa serie d’incontri sono stati una profonda e valida occasione di confronto e approfondimento su uno dei più importanti eventi che l’arte contemporanea ogni cinque anni propone. Momenti salienti e storici che lasciano traccia del cambiamento umano.

TAG a Torino 26 Settembre 2009

Sabato intenso con TAG apertura speciale di tutte le gallerie torinesi. Inizio la mia attraversata con Allegretti Contemporanea che propone i disegni di Costanza Costamagna, passo poi da Weber & Weber dove Francesco Nonino presenta il progetto Habitat, realizzato da video e fotografie e curato da Luca Panaro, molto gradevole la prima stanza. Nel portone in fronte c’è la Galleria Paolo Tonin con Dino Pedriali & i suoi amici, attraverso il medium della fotografia .

Mentre, un poco più verso il cuore storico della città, la Galleria Dieffe propone le fotografie di Paola Mongelli con “Mio padre è (un cuoco)” a cura di Rolando Bellini. Molto delicati e cromatiche le opere di Robert Sagerman offerte da Ermanno Tedeschi.

La Galleria Franco Soffiantino presenta due diversi progetti uno di Sam Lewitt dal titolo “From A to Z and Back” e l’altro, molto interessante, costituito da tre video ideati da Melanie Gilligan raccolti sotto il titolo “Capital & Therapeutic Basement”.

Nella Galleria Sonia Rosso i cromatici lavori di Peter Land raccolti sotto il titolo “Dark Rococco” mentre accanto la Galleria Franco Noero propone nel suo storico edificio Mike Nelson con “The caves of misplaced geometry (From the outside, silently, watching)” esperienza dalle grandi suggestioni poetiche e narrative. Mentre nei suoi spazi di Piazza Santa Giulia c’è al numero 5 ancora fruibile la stanza rossa di Mike Nelson titolo “Untitled No.22 (High Plains Drifter)” e al numero 0/F il residuo dell’evento architettato da Rob Pruitt la sera precedente e che prossimamente sarà nella Fetta di Polenta.

Da Norma Mangione Gallery una mostra collettiva-storica dal titolo “Coreografia del sintomo” . Mentre Noire Contemporary Art propone Shirin Neshat, che alle 18 era in Piazza Carignano per Torino/Spiritualità, e Shoja Azari. Alla In Arco Mimmo Paladino che sotto il titolo “quaranta cacciatori terrestri” raccoglie diversi disegni.

Giorgio Persano in Piazza Vittorio Veneto propone la pittura di Herbert Brandl mentre negli spazi di via Via Principessa Clotilde 45 ci sono alcuni grandi lavori di Nunzio, di cui uno molto serranesco.

In via della Rocca Alberto Peola propone i piacevoli olii di Yuko Murata con “Under the sky” e la 41Artecontemporanea presenta leggere opere di Ada Mascolo e Marina Sagona con “Coincidenze III” a cura di Olga Gambari e Lea Mattarella. Nel 41 artecontemporanea Concept Room, sulla collina torinese, c’è un delicato e ampio lavoro/progetto di Maria Bruni con “desìderi|desidèri”, che mi è piaciuto molto. Da Photo & Contemporary ci sono i lavori di Patrizia Guerresi Maïmouna con “AHWAL / Stati dell'anima” e da Marena Rooms Gallery una presentazione molto articolata e gradevole del lavoro di Luis Serzo. Salendo Guido Costa Projects propone dalla trilogia “Love – Trilogia dell’amore” i video di Gianluca e Massimiliano De Serio, molto intensi e metafisici. La passeggiata si conclude in uno spazio dove ci sono due stupendi cani/guardiani di Diego Stroppo, prossimamente presenterà un suo lavoro da Guido Costa.

Parole


Una grande sfumatura azzurro/violacea, trasferiva lentamente la sua intensità a vantaggio d’un giallo solare, penetrato da un forte segno verde simile ad un led acceso, dentro al box di un cellulare, dimenticato fra la sabbia di una spiaggia.

Lontano, una barca si lasciava dondolare, navigando nelle esperienze come le nostre attività ci portano verso un infinito, in cui la rete d’interconnessioni concede lentamente l’evanescenza.

Le favole dimenticate della storia (che nulla insegna), rendevano giustificazione all’inutile vuoto formale con un altro elegante nulla sostanziale.


Foto

Venezia Scuola Grande di San Rocco
Venezia pavimento in un palazzo
Venezia Canal Grande

texiture



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