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18/07/23

Andreas Fogarasi al Quartz Studio di Torino

 


Il Quartz Studio ospita alcune opere dell'artista austriaco Andreas Fogarasi (Vienna, Austria, 1977), una serie di interventi che partendo da un'azione di ricerca e raccolta produce una serie di quadri/sculture, che agiscono come "riciclo" sia fisico che narrativo/storico.  






17/07/23

Prossimamente fiere

Artissima 2022

Eccovi l'elenco delle principali fiere autunnali dedicate al mondo dell'arte contemporanea


Affordable Art Fair - Melbourne 2023
31 Aug 2023 – 03 Sep 2023
Carlton, VIC

Vienna Contemporary 2023
07 Sep 2023 – 10 Sep 2023
Vienna

PhotoFairs New York 2023
08 Sep 2023 – 10 Sep 2023
New York City, NY

The Armory Show 2023
08 Sep 2023 – 10 Sep 2023
New York City, NY

Frieze
11 Oct 2023 – 15 Oct 2023
London

Art International Zürich 2023
13 Oct 2023 – 15 Oct 2023
Zurich

Paris+, par Art Basel 2023
19 Oct 2023 – 22 Oct 2023
Paris

Oxford International Art Fair 2022
27 Oct 2023 – 29 Oct 2023
Oxford

Art Collaboration Kyoto 2023
28 Oct 2023 – 30 Oct 2023
Kyoto

Artissima
03 Nov 2023 – 05 Nov 2023
Torino

Art Cologne 2023
22 Nov 2023 – 26 Nov 2023
Cologne

Art Basel Miami Beach 2023
07 Dec 2023 – 09 Dec 2023
Miami Beach, FL



16/07/23

George Condo al NMNM




Nel principato di Monaco Villa Paloma, parte de NMNM ospita una ampi mostra su George Condo. Nelle stesse parole di George Condo, “l'umanoide non è un mostro di fantascienza, è una forma di rappresentazione che utilizza mezzi tradizionali per far emergere le emozioni interiori sulla superficie di una persona”. L'ideale mimetico che ha predominato nella storia dell'arte ha portato alla creazione di un numero incalcolabile di rappresentazioni “simili” o “paragonabili” all'uomo. Tuttavia, solo poche rare effigi hanno raggiunto il livello di "umanoidi" o "golem" apparentemente sul punto di prendere vita. I ritratti di Rembrandt sono tra questi.




Ma che dire di una forma di pittura moderna per la quale la “verità” del mezzo (l'astrazione) ha sostituito un progetto realista che l'invenzione della fotografia aveva reso obsoleto? Raccogliendo questa sfida, George Condo ha spostato la pittura moderna verso il “quasi umano”. Affrontò il problema alla radice: si impadronì del cubismo, ne capovolse le intenzioni e lo umanizzò . Divenne il paladino del “cubismo psicologico”, volendo vedere nelle deformazioni dipinte da Picasso o Braque, non la nascita della “pittura pura”, ma un'esplorazione realista della psiche umana. Così facendo, Condo ha seguito le orme di Fénéon che, quando visitò lo studio di Picasso ai tempi di Les Demoiselles d'Avignon, consigliò al giovane artista di dedicarsi alla caricatura. Condo ha perseguito questa strada, ponendo sullo stesso piano la deformazione cubista e quella dei caricaturisti: un modo unico per reinventare la Figurazione .



La mostra traccia, nel corso di sei sezioni, la continuità di un'opera copiosa che spazia dagli “esseri dello spazio” a Who's Who , da Guido Reni a Bugs Bunny. Con dipinti realizzati appositamente, la mostra offre uno scorcio del processo di invenzione dell'artista - tanto folle quanto erudito - di umanoidi.



15/07/23

Gego al Guggenheim

 


Il profilo di Vernissage su Youtube è uno dei miei preferiti per l'opportunità di vedere mostre che raramente riuscirei a vedere, oggi condivido questo video sulla stupenda mostra al Solomon R. Guggenheim Museum di New York su Gego, Gertrud Goldschmidt.




Installation view, Gego: Measuring Infinity, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, March 31–September 10, 2023.
 Photo: David Heald © Solomon R. Guggenheim Foundation, New Yor


14/07/23

I bizantini a Palazzo Madama

 


Nel suo ciclo di mostre archeologiche Palazzo Madama presenta un nuovo progetto dedicato a Bisanzio. 

In una serie di aree tematiche viene indagata la complessa e affasciante storia di questa città in confine fra Europa ed Asia, che fu anche per oltre 1000 anni la capitale dell'Impero Romano d'Oriente. 

Centro nodale di un impero che continuò la sua evoluzone anche dopo la conquista degli Ottomani nel 1453 quando divenne la sede del sultano.




Le sette sezioni tematiche ci immergono in diversi aspetti di questo territorio, dalla vita quotidiana all'attimo religioso con una varietà di manufatti molto pregevole è molto ben esposti, ottimo l'accompagnamento informativo, molto utile le audio-guide.

Fra i tanti meravigliosi manufatti ci sono i bellissimo gioiello di abbigliamento con collana con pendente, un bellissimo bracciale a fascia del nono secolo o l'interessante video-ricostruzione sulla città.

La mostra dedica anche un stimolante spazio all'evoluzione mistica del territorio con una sezione dedicata al culto religioso e prosegue con una speciale appendice curata dallo staff di Palazzo Madama dedicata alle antiche monete bizantine, provenienti dalla vasta raccolta di Pietro Antonio Gariazzo donata al museo.




Per un'ottima fruizione della mostra vi consiglio di visitare il sito Youtube di Palazzo Madama dove sono presenti interessanti presentazioni e approfondimenti sulla mostra.






Concludo segnalandovi che fino a Ottobre sarà possibile, previo prenotazione, fare delle visite guidate gratuite al cantiere di restauro e consolidamento della facciata juvarriana di Palazzo Madama e alle monumentali statue di Giovanni Baratta riportate al loro antico splendore con il contributo straordinario della Fondazione CRT, che ha stanziato 2,4 milioni di euro per l’intera operazione.

Tramite l’ascensore di cantiere accessibile anche alle persone con disabilità, i visitatori saranno guidati dai restauratori lungo uno spettacolare percorso sui ponteggi sino a quota 28 metri dal suolo, in corrispondenza del terrazzo soprastante la facciata.





13/07/23

Wael Shawky da Lia Rumma a Milano.


I Am Hymns of the New Temples è il titolo della mostra di Wael Shawky alla Galleria Lia Rumma  di Milano. 

Esso è tratto dalla sua nuova opera filmica presentata in anteprima internazionale il 12 maggio 2023 al Teatro Piccolo “Odeion” del Parco Archelogico di Pompei.nel contesto del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, co-ideato da Massimo Osanna e Andrea Viliani, che ha curato la produzione dell’opera filmica. L’installazione di Wael Shawky, che si sviluppa sui tre piani della galleria, ruota attorno alla proiezione del film I Am Hymns of the New Temples, girato nell’estate del 2022 tra le rovine di Pompei. L’antica città sepolta dalla cenere dell’eruzione del Vesuvio e poi riportata alla luce molti secoli dopo, è per Shawky un luogo simbolo di morte e rinascita di miti e riti, custode millenaria di una stratificazione di diverse culture che si richiamano le une con le altre e rivelatrice di come i molteplici resoconti della storia siano stati diversamente concepiti, registrati e diffusi nel corso del tempo al di qua e al di là delle sponde del Mediterraneo.

Nel film l’area archeologica di Pompei è come un teatro della memoria a cielo aperto, dove i suoi templi dedicati alla religione greco-romana convivono con quelli delle divinità egizie. Attraverso la ripetizione e la ri-narrazione poetica di racconti e storie mitiche sull’origine dell’universo e la nascita delle divinità della Terra, Shawky intreccia favola, realtà e finzione. Più tradizioni teogoniche si sono avvicendate nel mondo antico e l’artista affida ad un gruppo di performer che indossano maschere in ceramica e cartapesta, che si rifanno a quelle della commedia greca ma anche a quella popolare delle fabulae atellanae, il compito di riproporle, dando un volto a miti che una volta divennero credenze, per poi ridurli ancora una volta a finzione fantastica. Come la maschera trasforma chi la indossa in qualcun altro, così il culto e i riti misterici si trasformano a seconda di chi se ne appropria. In una sorta di danza misterica le figure di dei e dee, uomini e donne, insieme con animali, ripetono il lento e conflittuale processo attraverso cui il mondo ha cercato di trovare un suo equilibrio, tra guerre, conflitti e catastrofi naturali, in uno schema che si ripropone all’infinito, ieri come oggi, in un ciclo continuo di morte e rinascita dell’umanità.



Un racconto per immagini che dallo schermo prende corpo e forma nelle altre sale della galleria, altro teatro ideale di nuovi resti e reperti realizzati dall’artista e custoditi in grandi teche di vetro coperte di sabbia. Sono maschere-sculture in vetro e ceramica, anfore antropomorfe, alle quali si aggiungono bassorilievi, dipinti e disegni che ri-creano un’ambientazione mistica e profetica, che gioca ancora una volta a rimescolare i riferimenti storici, mitologici e letterari con cui l’artista ha immaginato la sua nuova storia del mondo. Shawky considera la tela come “uno spazio dove le finzioni diventano realtà” e su cui amplificare favolisticamente i regni del divino e terreno, invitando lo spettatore di oggi a navigare in una sorta di immaginaria epopea costellata da verità, miti e stereotipi, al di là di uno spazio e tempo definiti.



L’opera filmica è stata commissionata dal Parco Archeologico di Pompei, nel contesto di Pompeii Commitment. Archeological Matters.

Vincitrice dell’avviso pubblico PAC 2020 - Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea e Ministero della Cultura.

Opere in vetro realizzate da Berengo Studio, Venezia.

Opere in ceramica realizzate da Istituto Caselli Real Fabbrica di Capodimonte.

Tessuti forniti da Dedar.


12/07/23

Veronica Bisesti da Alfonso Artiaco a Napoli

 


Riflettendo sulla scrittrice Christine de Pizan, con attenzione sul libro "La città delle dame", edito nel 1405 l'artista, presso la galleria Alfonso Artiaco, ha elaborato un'esposizione emozionale che affronta lo spirito di libertà.




CS
La mostra nasce da un attento studio compiuto da diversi anni sulla figura della scrittrice Christine de Pizan e in particolar modo sul testo La città delle dame, edito nel 1405. L'autrice mentre era assorta nel suo studio, racconta di aver avuto una visione, le apparvero tre dame, Ragione, Rettitudine e Giustizia, per incoraggiarla a costruire una città di libertà, aperta ad ospitare donne virtuose e nobili d’animo. Partendo dalla fascinazione del testo, la mostra delinea il principio di un luogo altro, una città energetica in cui scoprire un desiderio primordiale per la vita. Un’attrazione dinamica che, traendo forza dalle antenate, diventa motore di azione per un possibile futuro. Uno spazio in cui risuona la forza dell’espressione dell’animo umano ed emerge la brama di entrare in contatto con il mondo naturale, per ritrovare l’istinto elementale.

Ad aprire la mostra un wall painting di una grande nebulosa che pervade lo spazio. Tra le evanescenze, emerge l’opera Conversazione cosmica, una miniatura che rappresenta la scrittrice Christine de Pizan intenta nei suoi studi, nella quale l'artista inserisce una nebulosa mediante un intervento pittorico. Elemento primordiale della nascita di una stella, diventa metafora generativa della creazione, prova della connessione con il tutto. In relazione, la scultura di un corallo in ottone, si trasforma simbolicamente in un cannocchiale a più punti di vista. Considerato storicamente amuleto protettore, diventa un invito ad avere uno sguardo molteplice sul mondo.




Nella seconda stanza, in Pioggia primordiale, l’artista immagina lo scenario fantastico di una tempesta di stelle, che fertilizza e dona carica positiva a questo luogo immaginifico. Un evento epifanico, in cui la terra si carica di energia cosmica da coltivare, mangiare e procreare l'inizio di una nuova vita. Questo processo viene rappresentato dai tre disegni posizionati nella stanza centrale. In relazione a questa osmosi energetica, sono installate nello spazio delle pietre rilucenti, ognuna delle quali, oltre ad essere la base fondante di costruzione della città, incarna lo spirito e la storia di una donna del passato. A rappresentare l'epicentro della città, l'artista raffigura delle radici di fuoco, una carica viscerale terrena che si ramifica nello spazio e nel tempo. 

A seguire è rappresentato un faro, custode del sole e della sua luce radiante. La mostra continua con il lavoro Strumento di misurazione, una foglia di aloe realizzata in ottone, le cui spine, attraverso l’incisione di tacche millimetrali, diventano punti di misurazione. L’aloe, scelta per le sue connaturate proprietà benefiche, diventa la base di un nuovo sistema metrico per la costruzione di una comunità futura, incentrato sulla cura.

Ad avvolgere la scultura ci sono una serie di disegni del ciclo Siamo il passato oscuro del mondo, in cui si manifesta in chiave poetica, l’ibridazione tra essere umano ed elementi naturali. Nell’ultima sala, sospesa a parete, è installata l’opera Specchio. Una pietra di ossidiana utilizzata sin dai primordi per riflettersi, diventa elemento di esplorazione interna verso se stessi. Un atto di analisi che ci riconduce all’origine, nella profondità propulsatrice della creazione.

11/07/23

PAC trent'anni di presenza

 

Yael Bartana, Malka Germania, 2021.Still da video. Courtesy l’artista e Capitain Petzel Gallery, Berlin, Annet Gelink Gallery, Amsterdam,Sommer Contemporary Art, Tel Aviv, Galleria Raffaella Cortese, Milan e Petzel Gallery,New York


Per ricordare i trent’anni dalla strage di via Palestro il PAC propone con un’edizione speciale del format PERFORMING PAC dedicato al rapporto tra arte contemporanea e memoria. Dal 25 al 30 luglio ingresso gratuito con contenuti speciali.

 A trent’anni dall’attentato di matrice terroristico-mafiosa che distrusse il Padiglione milanese la notte del 27 luglio 1993, il PAC dedica l’edizione 2023 di PERFORMING PAC a una riflessione sulla memoria, sulle memorie che oggi sono plurali e non possono esser lette solo con la lente storica o nazionalistica, ma anche attraverso elaborazioni personali e individuali, di singole comunità o piccoli gruppi d’appartenenza.

La mostra, a cura del comitato scientifico del PAC, è promossa dal Comune di Milano Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale.

Douglas Gordon, k.364, 2011Still da video Courtesy l’artista e Gagosian © Douglas Gordon, by SIAE 2023

I lavori di nove artisti, per la maggior parte video, e una piccola mostra “flashback” – che analogamente alle edizioni precedenti prende avvio dai materiali dell’Archivio storico del PAC – esemplificano come la ricerca di nuovi spazi della memoria, o “lieux de mémoire” nella definizione dello storico francese Pierre Nora, abbia trasformato il concetto di commemorazione, mostrando in che modo la reminiscenza possa perpetuarsi in diverse modalità d’intervento e narrazione. Titolo della mostra Dance Me To The End Of Love, una citazione dalla canzone di Leonard Cohen del 1984 dove l’arte diventa veicolo di memoria, capace di sopravvivere a ogni crudeltà.

Partendo quindi dall’archivio con il racconto della mostra ULTIME NOTIZIE. Christian Boltanski - curata da Jean-Hubert Martin al PAC nel 2005 - i visitatori potranno confrontarsi con le opere di Maja Bajevic, Yael Bartana, Maurizio Cattelan, Clemencia Echeverri, Miguel Gomes, Douglas Gordon e Giulio Squillacciotti, mentre una performance di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini inaugurera la mostra la sera del 10 luglio. 

A completare il percorso, una timeline curata dai giornalisti d’inchiesta Simona Zecchi e Marco Bova ricostruisce gli avvenimenti della strage di via Palestro ripercorrendo le fasi dell’attentato. La ricerca dei due giornalisti si è focalizzata sulla raccolta di fatti noti e meno noti per ricostruire sotto forma di piccoli ritagli cronologici gli anni ‘92-’93 e per certi aspetti anche il ‘94. Emeroteche, archivi di quotidiani anche online e fondi archivistici sono stati rielaborati giornalisticamente, affiancati da eventi di respiro internazionale, nel tentativo di disegnare un quadro recente di grandi cambiamenti. In mostra anche alcuni filmati della Biblioteca Rai di Viale Mazzini che hanno segnato la narrazione del 1993.


Dal 25 al 30 luglio il PAC resterà aperto ad ingresso gratuito con una serie di iniziative speciali in occasione dei trent’anni dalla strage di via Palestro. In questa settimana la mostra si arricchisce infatti di una sezione realizzata in collaborazione con il Comando dei Vigili del Fuoco, che attraverso materiale fotografico d’archivio e un video documentario ricorda la perdita dei tre colleghi Stefano Picerno, Sergio Pasotto e Carlo La Catena. Nel cortile del PAC l’autopompa intervenuta la notte dell’attentato diventerà un’installazione attraverso un video e alcune tracce audio delle comunicazioni tra la squadra che intervenne sul posto e la sala operativa. 

Il 25 luglio un talk ricorderà la personale di Mario Nigro prevista proprio nel luglio 1993 e mai realizzata per via dell’esplosione, mentre il 27 luglio un talk approfondirà le indagini sulle stragi del ‘93.

La mostra è realizzata grazie a Tod’s, sponsor dell’attività annuale del PAC, e PwC Italia, sponsor della mostra, con il sostengo di LCA e il supporto di Vulcano.

Maja Bajevic, Green, Green Grass of Home, 2002

Still da video, Courtesy l’artista e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo, Parigi. © Maja Bajevic, by SIAE 2023


LE OPERE IN MOSTRA

Si parte dall’Archivio, a sua volta deposito di memoria, e dalla mostra ULTIME NOTIZIE. Christian Boltanski, curata da Jean-Hubert Martin al PAC nel 2005, incentrata sul concetto di “tempo” che inesorabilmente fluisce, mentre il ricordo diventa traccia del fragile e instabile passaggio dell’uomo. L’esposizione è ricostruita attraverso documenti, fotografie e con la riproposizione dell’opera Entre-Temps (Nel frattempo), video-installazione che presenta in sequenza le immagini fotografiche del volto dell’artista nelle diverse tappe della sua vita, tra desideri di eternità e inesorabile oblio. 

Il tema dell’archivio è centrale nell’installazione video del 2017 La Storia, in generale di Giulio Squillacciotti. Nell’opera in mostra, l’artista si concentra su tre archivi torinesi di Arte Irregolare – il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università degli Studi di Torino, quello di opere realizzate nell’ex Regio Manicomio di Collegno e l’Archivio “Mai Visti e Altre Storie” della Città di Torino – mappando le tracce di alterità e svelando il potenziale narrativo delle fonti primarie attraverso la loro reinvenzione in contesti diversi tra finzione e fatti storici.

Il titolo della mostra Dance Me To The End Of Love è invece una citazione da una canzone di Leonard Cohen del 1984 ispirata al dramma della Shoah. In un’intervista Cohen spiegava: «La canzone è nata sentendo i racconti dei sopravvissuti dai campi della morte. Accanto ai forni crematori, in alcuni Lager, un quartetto d’archi era costretto a suonare mentre si consumava questo orrore. Un orrore che sarebbe diventato il destino anche degli stessi musicisti. Suonavano quando i loro compagni morivano». Ma nei versi della canzone il dramma sembra scomparire nella missione salvifica e pacifica dell’arte come veicolo di memoria, capace di sopravvivere a ogni crudeltà.

L’irrappresentabilità del dramma della Shoah aveva del resto già suscitato negli anni Settanta un’accesa controversia a partire dal dibattito sul ruolo del monumento inteso come specchio di una problematica cognizione d’identità storica e di legittimazione nazionale, nonché di ripensamento delle colpe del passato. Sulle rimozioni dell’inconscio collettivo, le relazioni di potere e le politiche della memoria, lavora l’artista israeliana Yael Bartana. Con la grande installazione audio e video del 2021 Malka Germania (ebraico per “Regina Germania”), l’artista riporta alla luce, attraverso un “Messia” d’aspetto androgino, le paure, i sogni, i traumi repressi e i ricordi del passato della città di Berlino.

Il potere della musica è il cuore del film K364 dell’artista scozzese Douglas Gordon, del 2011, che ripercorre il viaggio compiuto da Avri Levitan e Roi Shiloach – due violinisti di origine ebrea polacca – per ritornare alle terre da cui i loro genitori dovettero scappare nel 1939 in fuga dal nazismo: un “viaggio a ritroso” verso la Polonia, per eseguire nella sala da concerti di Varsavia la Sinfonia Concertante in Mi bemolle maggiore (conosciuta anche come K364) di Mozart con l’Orchestra da Camera Amadeus della Radio Polacca.

Nell’opera del 2013 Redemption il portoghese Miguel Gomes intreccia memoria personale e collettiva, recuperando immagini di repertorio, molte delle quali in super 8, e creando una collisione con i ricordi personali di quattro personaggi di altrettanti paesi europei: la lettera d’un bambino portoghese all’epoca della caduta dell’impero coloniale, il primo amore di un vecchio milanese, la confessione d’un francese della propria incapacità di essere padre, lo sforzo di una sposa tedesca di togliersi dalla testa il motivo dominante del Parsifal di Wagner.

Tra memoria personale e collettiva lavora anche la performance Così lontano così vicino di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini che si terrà in occasione dell’opening lunedì 10 luglio: un progetto che prende spunto da uno scambio epistolare avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale tra la nonna e il nonno di Ottonella Mocellin. Lui deportato in Germania, lei a casa con i figli. Durante la performance i due artisti leggono le lettere senza potersi vedere l’un l’altro, mentre in sottofondo reperti sonori dell’epoca - discorsi di Mussolini, Turati, PioX, Hitler, canti dei campi di concentramento, canzoni fasciste e altri suoni - creano uno scenario evocativo e coinvolgente.

Nell’installazione Green, Green Grass of Home del 2002, la bosniaca Maja Bajevic cammina su un prato ricostruendo virtualmente il perimetro della casa dei nonni, dove lei stessa aveva vissuto: un esercizio mnemonico tra autobiografia, ritorno alle origini e riattivazione della memoria, una sorta di mappatura mentale dettata da un esilio imposto dai conflitti che continuavano ad attanagliare l’ex-Jugoslavia.

Nella video installazione Treno del 2007, la colombiana Clemencia Echeverri riprende il tumultuoso fiume Cauca come un lamento funebre. Si tratta di una metafora per confrontarsi con la situazione politica nella campagna colombiana, dove spesso le vittime del conflitto armato sono scomparse, gettate nel fiume, impedendo alle loro famiglie di sapere dove sono finite le loro vite. 

In mostra anche due opere di Maurizio Cattelan - realizzate nel 1994 a distanza di un anno dall’attentato di via Palestro - che utilizzano oggetti quotidiani, parte dell’immaginario collettivo, come veicoli per la costruzione della memoria. La prima, Untitled, è un bouquet di fazzoletti annodati con una calza di nylon femminile, che metaforicamente intendono raccogliere e asciugare le lacrime non solo dei familiari delle vittime, ma della città stessa di Milano. La seconda, Souvenir di Milano, è a tutti gli effetti un ready made: la macchinetta fotografica, tipico souvenir degli anni Ottanta e Novanta, da cui i bambini potevano ammirare le cartoline delle città più famose viene decontestualizzata e il suo contenuto modificato con le immagini del PAC distrutto.

10/07/23

Anselm Kiefer al White Cube Bermondsey



 In concomitanza con la grande mostra personale di Anselm Kiefer al White Cube Bermondsey, l'artista ha partecipato ad una conversazione  con l'autore, editore e professore Rod Mengham. Dalla galleria, hanno esplorato il fascino di lunga data dell'artista per il romanzo Finnegans Wake di James Joyce del 1939, da cui prende il nome la mostra.



Kiefer descrive in dettaglio il modo in cui la sua relazione e comprensione di Finnegans Wake è cambiata e sviluppata nel corso degli anni, e come le fonti letterarie, poetiche e filosofiche hanno influenzato a lungo la sua pratica nel corso della sua carriera, che dura da oltre 50 anni.




09/07/23

Felix Kultau e Jagoda Bednarsky all''Oldenburger Kunstverein

 


All'Oldenburger Kunstverein è in corso la mostra in coppia HEAVY META/SHADOWLAND in cui si consolida la collaborazione di lunga data tra gli artisti. Due opere autonome si fondono. Nascono meta-livelli in cui l'ombra contenutistica dell'uno risiede nell'opera dell'altro.

La pittura di Bednarsky elabora un accumulo conscio e inconscio di immagini passate e possibili, impossibili, inventate e reali. Il dato viene smontato e ricomposto in modo nuovo e aperto. I suoi dipinti sono creati attraverso questa combinazione di un gran numero di scene che sono già diventate immagini e citazioni motiviche. Le sculture di Felix Kultau sono collage materici, emozionali e nostalgici. Usano non solo un pool di materiali e simboli, ma anche i valori dell'esperienza e della memoria ad essi associati. Mentre le immagini di Bednarsky rivelano il loro riferimento alla fonte nell'interazione di motivi, colori, gesti e possibilità di rappresentazione, le porte degli armadietti, le lampade e le installazioni di Kultau rimandano a una nostalgia che può essere letta nel contesto delle influenze della cultura pop. Ancora e ancora le sue opere giocano con la consapevolezza della propria oggettualità e del feticismo delle merci associato e indicano il lato negativo della nostra prosperità in un mondo confortevole, creato dai media. Al contrario, il motivo del seno appare come metafora dell'essenziale nell'opera di Bednarsky. Simboleggia anche la "terra d'ombra" della maternità, riferendosi a una parte del corpo che è ancora percepita come un oggetto sessualizzato piuttosto che come un oggetto naturale.

Jagoda Bednarsky (nata nel 1988) ha completato i suoi studi in belle arti alla Kunsthochschule di Kassel e alla HfBK Städelschule di Francoforte sul Meno. Felix Kultau (nato nel 1984) ha studiato alla Offenbach University of Art and Design, alla Düsseldorf Art Academy e alla Städelschule, che ha completato nel 2015 come master student di Monika Baer. Entrambi vivono e lavorano a Berlino. Ognuno di loro ha recentemente ricevuto una sovvenzione dalla Pollock Krasner Foundation.