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Visualizzazione post con etichetta Palazzo Grassi. Mostra tutti i post
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10/01/26

Prossimamente presso gli spazi della Collezione Pinault a Venezia


 

Ecco le prime news sulla mostre di alcuni dei più importante centri espositivi internazionale, si tratta della storica Punta della Dogana e di Palazzo Grassi a Venezia parti della costellazione Pinault .


Michael Armitage. The Promise of Change

Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027

Palazzo Grassi

A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection, in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, art director, Serpentine Galleries, per il catalogo, e Caroline Bourgeois, advisor, Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell’arte

A Palazzo Grassi Pinault Collection dedica un’importante mostra a Michael Armitage, una delle voci più singolari e riconosciute della pittura contemporanea. Oscillando tra figurazione e astrazione, racconto documentario e visioni oniriche, le opere di Armitage intrecciano ricordi personali, riferimenti culturali e immaginari simbolici, dando vita a dipinti lirici che interrogano le nozioni di identità, memoria, spiritualità e le tensioni sociopolitiche del mondo attuale.

 L’artista keniota-britannico Michael Armitage (nato nel 1984, Kenya) presenta a Palazzo Grassi un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici. La scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono in lui la stessa forza espressiva. Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui o ancora gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.

Dividendo la propria vita tra Kenya e Indonesia, Armitage trae ispirazione da una molteplicità di fonti: fatti storici e attualità contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell’arte. Al centro della sua iconografia si trova l’Africa orientale, e il Kenya in particolare, che esplora con una sensibilità al tempo stesso critica e satirica, così come con una profondità visionaria. Se alcune scene sono precisamente collocate nello spazio e nel tempo — ad esempio quando l’artista ha seguito una squadra di giornalisti che documentava i movimenti d’opposizione e la loro violenta repressione durante le elezioni del 2017 in Kenya, o quando rappresenta fatti legati al confinamento del 2020–2021 — altre restano più elusive e universali. Questa ambiguità conduce Armitage verso territori fluttuanti.

La mostra a Palazzo Grassi esplora progressivamente questi paesaggi abitati, propizi all’apparizione di visioni. Le scene di Armitage si addensano o addirittura si offuscano, lasciando spazio alla nostra personale interpretazione. Di fronte a un dipinto di Michael Armitage l’occhio esita, viene messo in scacco. Coesistono più racconti, più linee d’orizzonte; gli spazi reali e quelli immaginari s’intrecciano, le versioni e i punti di vista si sovrappongono. Trattate tra violenza e dolcezza, le composizioni dell’artista, sfolgoranti nonostante l’asprezza dei temi, gli permettono di dare libero corso alle sue visioni, paesaggi abitati, se non addirittura allucinati.

Tra questi motivi, si incontrano personaggi reali e immaginari, provenienti tanto dalla letteratura africana contemporanea quanto dalla mitologia greca, che incarnano un certo stato interiore pur testimoniando una condizione esterna. Altre volte, sono individui anonimi a essere rappresentati, come nella serie dedicata alla migrazione, che tenta di raccontare, in grandi composizioni pittoriche, il viaggio pericoloso dei migranti attraverso l’Africa, la traversata marittima spesso mortale verso l’Europa e la disillusione di coloro che riescono a raggiungerla. Ispirandosi talvolta direttamente a scene dei film del regista senegalese Sembène Ousmane (1923–2007), ai personaggi dei romanzi dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o (1938–2025), o ancora a composizioni pittoriche di Francisco de Goya (1746–1828), Diego Velázquez (1599–1660), o di artisti modernisti africani come Jak Katarikawe (1940-2018) e Peter Mulindwa (1943-2022), tra gli altri, Armitage condensa con grande maestria tali influenze in una forma di sintesi, creando un nuovo vocabolario contemporaneo.

Le opere dell’artista sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiane, liberandosi così dalla tela convenzionale occidentale. Le irregolarità naturali di questo materiale — fori, pieghe e una texture ruvida — influenzano direttamente le composizioni visive, spesso molto elaborate, dell’artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, le pitture di Armitage sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata, raschiata, poi nuovamente applicata, dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. La pratica del disegno, cui è dedicata una vasta sala all’interno della mostra, rivela inoltre l’attenzione che l’artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.

Amar Kanwar, The Peacock’s Graveyard, 2023 (still). Pinault Collection. Digital video installation, 7 screens, dimensions variable, 28 mins, 16 sec (sync, loop), edition of 6. ©Amar Kanwar, Courtesy Marian Goodman Gallery


Amar Kanwar. Co-travellers

Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027

Palazzo Grassi

A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection

Pinault Collection presenta una mostra di Amar Kanwar che riunisce due importanti installazioni multimediali al secondo piano di Palazzo Grassi. Caratterizzato da un approccio poetico e filosofico alle questioni individuali, sociali e politiche, Amar Kanwar crea uno spazio di intersezione tra arte, documentazione e attivismo. Le sue installazioni invitano a vivere un’esperienza meditativa con la natura umana, che unisce intensità visiva, impegno e profondità narrativa.

 Amar Kanwar (nato nel 1964, India) si è distinto a partire dagli anni Novanta per i suoi film e le opere multimediali che esplorano la politica del potere, della violenza e della resistenza. Lo sguardo di Kanwar è quello di un osservatore alla ricerca di immagini e rappresentazioni che documentino la storia contemporanea del Asia meridionale. Facendo emergere narrazioni parallele, il regista si affida a documenti d’archivio e testimonianze reali, così come a immagini poetiche, per creare una narrazione stratificata. Andando oltre il giudizio sociale o politico, Kanwar trascende le narrazioni personali e collettive.

La sua installazione The Torn First Pages (2004-2008), presentata nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi, documenta la complessità della lotta per la democrazia in Birmania. L’opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d’archivio. Il titolo dell’installazione rende omaggio a un gesto di protesta del libraio Ko Than Htay, che strappava la prima pagina di ogni libro che vendeva — la pagina che, per obbligo di legge, conteneva le dichiarazioni degli obiettivi politici della dittatura militare. Attraverso materiali stampati e video proiettati su fogli di carta, l’artista attira l’attenzione sulle atrocità del regime, così come sulla forza della protesta politica in Birmania e nel mondo.

Immersa nell’oscurità viene presentata l’opera più recente dell’artista The Peacock’s Graveyard (2023). Una riflessione contemporanea sulla morte, l'impermanenza e il ciclo della vita, quest'opera è l'ultima realizzata dall'artista e fa parte della Collezione Pinault. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Un raga (musica classica indiana melodica basata sull’improvvisazione) potente e vibrante eseguito dal pianista Utsav Lal impone un ritmo lento che evolve in una trance. Sfruttando appieno il potenziale di questa narrazione multifocale, Amar Kanwar non filma figure né usa voci, ma il testo è accompagnato da immagini metaforiche e astratte. In questi cinque racconti scritti dall’artista (per un’esperienza totale di 28 minuti), si incontrano un sacerdote furioso, un boia a cui un albero impartisce una lezione, un proprietario terriero che tradisce una promessa, un presidente reincarnato e due amici salvati dalle loro liti. Kanwar descrive queste favole semplici e metafisiche come strumenti che ci aiutano a regolare il rapporto con il mondo, la sua violenza e le sue relazioni di potere — piccole storie per adulti da portare via con sé.

Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra crea questo dialogo tra due opere create a vent’anni di distanza e invita i visitatori a immergersi nell’insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l’ingiustizia, “sulle conseguenze dell’arroganza della nostra specie”, come cita l’artista. Pur assumendo una narrazione senza tempo e di finzione, The Peacock’s Graveyard affronta questioni contemporanee: temi legati alla terra, all’acqua e ai diritti umani, alla storia, alla memoria, al karma e alla moralità. The Torn First Pages osserva la resistenza individuale e collettiva delle persone comuni alla violenza. Formalmente, le opere condividono somiglianze, come se la prima fosse una premonizione della seconda, che “distilla” la stessa idea: le immagini diventano all’improvviso cristalline e le storie universali. La mostra offre così una riflessione profonda sul nostro tempo presente, “un momento della storia in cui ogni verità sembra avere un’opposta verità brutale”, spiega Kanwar.



Lorna Simpson. Third Person

Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026

Punta della Dogana

A cura di Emma Lavigne, direttrice generale e curatrice generale, Pinault Collection

Mostra realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York

La mostra personale di Lorna Simpson offre, per la prima volta in Europa, un’ampia rassegna dedicata a oltre un decennio della sua pratica pittorica. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nella primavera del 2025 è stata presentata una versione dal titolo “Source Notes” a cura di Loren Rosati, la mostra a Venezia rinnova il percorso espositivo riunendo circa cinquanta opere – dipinti, collage, sculture, installazioni e un film – provenienti da collezioni private, istituzioni internazionali e dallo studio dell’artista e opere inedite create specificatamente per la mostra a Punta della Dogana.

 

L’esposizione è concepita da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection e curatrice generale, in stretto dialogo con l’artista. Il percorso veneziano propone una selezione pensata specificamente per gli spazi di Punta della Dogana, attraverso la quale l’artista costruisce la trama dei fili narrativi che danno forma agli universi di finzione e ai racconti suggeriti dalla sua opera.

Rivelatasi già a metà degli anni Ottanta per il suo approccio innovativo alla fotografia concettuale, Lorna Simpson (nata nel 1960, Stati Uniti) non ha mai smesso di esplorare in modo critico i meccanismi di costruzione delle immagini. Dalla metà degli anni 2010, la pittura si è imposta come un campo di esplorazione particolarmente fecondo del suo lavoro, attraverso il quale prolunga e approfondisce le grandi questioni che attraversano la sua opera: l’erosione e la ricomparsa della memoria, le falle della rappresentazione, l’instabilità dei racconti.

L’esposizione riunisce nuclei significativi di opere appartenenti alle serie più emblematiche di questo periodo, tra cui Ice, Special Characters ed Earth and Sky. Essa abbraccia oltre vent’anni di attività, includendo alcune delle tele realizzate per la partecipazione dell’artista alla Biennale di Venezia del 2015, sotto la curatela di Okwui Enwezor, fino alla presentazione di diverse opere inedite create appositamente per la mostra. Resistenti a ogni lettura univoca, le sue opere ci conducono in zone incerte poste ai margini del visibile. L’esposizione si articola attorno a tre nuclei che scandiscono il percorso. Si apre con un primo gruppo di composizioni attraversate da figure enigmatiche, echi storici e tensioni politiche che evocano i sollevamenti e la loro repressione. Queste opere diventano il teatro di ambienti inospitali e instabili, attraversati da forze diffuse. Prosegue con una serie di panorami artici, ricreati sulla base di archivi di spedizioni, che si sviluppano in gamme di blu notturni e grigi ghiacciati, conferendo a questi paesaggi cupi una dimensione sospesa e irreale. Sulla soglia della laguna veneziana, queste opere sembrano fluttuare tra due stati, porosi agli elementi e abitati da presenze spettrali pronte a dissolversi. Infine, una galleria di ritratti e di enigmatiche e maestose figure femminili, presentate in particolare nel Cube di Tadao Ando, confronta lo sguardo con la complessità delle identità e l’ambiguità della loro rappresentazione.

Da circa quindici anni, il collage occupa un posto centrale nel processo creativo di Simpson, e la mostra ne dà testimonianza con un’installazione che riunisce quaranta collage. Attingendo da un vasto archivio visivo, l’artista fa di questa pratica un terreno di sperimentazione in cui giustapposizioni, slittamenti di senso e associazioni libere trasformano queste immagini in “source notes” destinate a ispirare, in seguito, molte delle sue composizioni. L’esposizione mette in luce tutta la ricchezza di un linguaggio concettuale e plastico multiforme, che attribuisce un grande spazio all’intuizione. L’artista vi esplora la memoria collettiva, il peso degli stereotipi e i meccanismi di cancellazione, proponendo altrettanti prismi critici con cui rileggere oltre mezzo secolo di storia. L'evocazione degli stati della materia e dei fenomeni naturali – acqua, fuoco, ghiaccio, polvere, meteoriti, nuvole – compone un universo instabile, favorevole alle metamorfosi e alle temporalità sospese.



Paulo Nazareth. Algebra

Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026

Punta della Dogana

A cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente

La Pinault Collection presenta Algebra, una grande mostra personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth al piano superiore di Punta della Dogana. Il progetto espositivo nasce a partire dell’ampia presenza delle opere di Nazareth nella Pinault Collection e include un nucleo di opere inedite, riunendo oltre vent’anni di pratica artistica e trasformando lo spazio espositivo dell’ex dogana.

 La mostra a cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente, trae il suo titolo, Algebra, dall’arabo al-jabr, il rimettere insieme le ossa rotte, evocando l’essenza dell’algebra come arte del risolvere gli incogniti e ricomporre ciò che è stato fratturato. Per Paulo Nazareth, questo diventa una metodologia per affrontare le fratture irrisolte della storia attraverso camminate epiche nelle Americhe, nei Caraibi e nel continente africano. La sua pratica del camminare svela la violenza strutturale — razziale e coloniale — che ha modellato i confini contemporanei, proponendo forme di conoscenza radicate nella relazione invece che nell’estrazione, nella saggezza ancestrale invece che nella mappatura coloniale.

Una spessa linea di sale attraversa ogni sala, segnando una soglia tra ciò che è visibile e ciò che resta sommerso. Per i visitatori più attenti, questa linea rivela lentamente la geometria di una nave fantasma — un tumbeiro, il termine portoghese per le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. La sua architettura della sofferenza riaffiora in frammenti all’interno delle stanze, una presenza spettrale che sottende l’intera mostra. Il sale funziona sia come metafora sia come agente materiale: guarisce, corrode, si accumula.

La mostra non presenta né un approccio cronologico né tematico, ma stazioni in un continuum, una distillazione lungo il percorso espositivo di una performance arte-vita in corso. Centrale tra queste è Notícias de América della Pinault Collection, che condensa i dieci mesi di cammino di Nazareth dal Brasile a New York. Fotografie, testi e Havaianas consumate tracciano momenti in cui identità e confini si scontrano, offrendo una testimonianza diretta della migrazione come esperienza vissuta e come finzione costruita.

Quando fu invitato alla Biennale di Venezia del 2013, Nazareth creò un evento parallelo a Veneza, nello stato di Minas Gerais: una piccola città brasiliana che condivide il nome con la capitale marittima italiana. Per questa mostra, attiva nuovamente entrambi i siti in simultanea, creando un dialogo tra emisferi: la città galleggiante costruita sul commercio incontra la sua omonima senza sbocco sul mare nell’interno brasiliano. Due geografie, una pratica.

Occupando un edificio dove le merci venivano contate, tassate e registrate in registri meticolosi — Algebra chiede cosa quei sistemi contabili si rifiutassero di registrare. Nel divario tra misurazione e cancellazione, la mostra di Nazareth risolve per l’innominato, occupandosi di ciò che persiste oltre la documentazione, delle equazioni che i documenti ufficiali non riuscivano a contenere.



24/05/21

Bruce Nauman alla Punta della Dogana di Venezia

Bruce Nauman, Contrapposto Studies, I through VII, 2015-2016, Jointly owned by Pinault Collection and the Philadelphia Museum of Art. Installation View, Bruce Nauman: Contrapposto Studies at Punta della Dogana, 2021. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi © Bruce Nauman by SIAE 2021


Ieri si è aperta con molto successo la grande mostra che la Punta della Dogana ha ideato su Bruce Nauman (1941, Indiana, USA) che sarà accessibile al pubblico fino al prossimo  9 gennaio 2022.

L'evento strutturato in forma di antologica si intitola “Bruce Nauman: Contrapposto Studies”, ed è curato da Carlos Basualdo con la The Keith L. and Katherine Sachs Senior Curator of Contemporary Art al Philadelphia Museum of Art, e Caroline Bourgeois, conservatrice presso la Pinault Collection. Un bel progetto che rende omaggio a una delle personalità più significative del panorama artistico contemporaneo internazionale, concentrandosi su tre direttrici fondamentali della sua produzione: lo studio d’artista come spazio di lavoro e creazione, l’uso performativo del corpo e la sperimentazione sonora.

Dagli anni Sessanta sino a oggi, Bruce Nauman ha esplorato linguaggi artistici diversi, dalla fotografia alla performance, dalla scultura al video, sperimentandone le potenzialità concettuali e indagando la definizione stessa di pratica artistica.

Vincitore del Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale alla Biennale di Venezia nel 2009, celebrato negli ultimi anni da numerose e importanti retrospettive, l’artista per la prima volta presenta a Punta della Dogana un percorso espositivo inedito, in grado di portare nuova luce sulla propria produzione, affiancando a lavori storici opere più recenti, alcune delle quali inedite o esposte per la prima volta in Europa.


Bruce Nauman, Walks with Contrapposto, 1968

La mostra è stata concepita come una composizione organica che riflette sui lavori dell’artista e facilita la comprensione intuitiva della sua pratica a partire dalla serie Contrapposto attraverso un percorso espositivo che ripercorre i temi fondativi del lavoro di Nauman: il suono, la performance, lo studio, la relazione tra il corpo e lo spazio o gli spazi che occupa, fisici, psicologici, culturali.

Al centro dell’indagine della mostra la serie di installazioni video realizzate dall’artista negli ultimi anni a partire dalla rivisitazione di uno dei primi lavori in cui Nauman sperimentava l’uso delle immagini in movimento, il celebre Walk with Contrapposto del 1968, che ritraeva l’artista avanzare lungo un corridoio di legno allestito nel suo studio mentre si sforzava di mantenere la posa chiastica.

Nella nuova serie dedicata al Contrapposto - che include Contrapposto Studies, I through VII, 2015/16, Walks In Walks Out, 2015, - recentemente acquisite dal Philadelphia Museum con Pinault Collection - Contrapposto Split, 2017, e Walking a Line, 2019 – Bruce Nauman per la prima volta riprende un’opera storica della sua produzione e sfrutta le possibilità offerte dall’attuale evoluzione tecnologica, potendo così superare i limiti imposti degli strumenti tecnici dell’epoca della produzione del primo Walk with Contrapposto e realizzando di fatto qualcosa che prima non era tecnicamente possibile.


Bruce Nauman, (from left to right), Stamping in the Studio, 1968, Bouncing in the Corner, No.2: Upside Down, 1969, Electronic Arts Intermix, Bouncing in the Corner, No. 1, 1968, Pinault Collection    Courtesy of the artist and Electronic Arts Intermix (EAI), New York Installation View, Bruce Nauman: Contrapposto Studies at Punta della Dogana, 2021. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi © Bruce Nauman by SIAE 2021



Bruce Nauman, Contrapposto Studies I through VII, 2015-2016

“Bruce Nauman: Contrapposto Studies“ presenta quattro opere recenti – una realizzata appositamente in occasione della mostra a Punta della Dogana e tre mai esposte in Europa – che illustrano lo sviluppo della sua ricerca e delle sue variazioni che spesso prendono la forma di intere serie. Questi lavori includono la reinterpretazione di una precedente installazione, Acoustic Wedge (Sound Wedge—Double Wedge) del 1969-1970, intitolata Acoustic Wedge (Mirrored), 2020; due lavori recenti della serie Contrapposto sviluppati con la tecnologia 3D (Contrapposto Split, 2017 e Walking a Line, 2019); e una mappatura interattiva dello studio dell’artista, Nature Morte, 2020. Dalla sperimentazione con i videoregistratori, fin dalla prima comparsa di questa tecnologia, all’impiego degli ultimi iPhone e della tecnologia 3D, Nauman si è sempre messo nella posizione di un “Beginner Beginning”, un principiante agli inizi. Ancora una volta si rifà all’origine delle possibilità legate all’uso del proprio corpo nello spazio dello studio, il suo luogo di lavoro per eccellenza, ma anche di totale intimità.

La mostra, caratterizzata dall’inclusione di pochissimi oggetti reali, indaga l’approccio concettuale e fenomenologico del lavoro di Nauman ricostruendo un’esperienza immersiva per il visitatore, invitato a mettersi in gioco con il proprio corpo, i sensi e l’intelletto, un processo essenziale per comprendere pienamente la ricerca dell’artista.

Oltre che nella serie dedicata al Contrapposto, l’indagine sull’uso del corpo è ulteriormente approfondita sia attraverso la presenza di video storici che vedono l’artista protagonista, come in Bouncing in the Corner No.1, 1968, e Lip Sync, 1969, che tramite l’eccezionale riproposizione dal vivo di tre performance (Untitled or Extended Time Piece, 1969, Untitled, 1969, Untitled, 1969) che saranno interpretate continuativamente per tutto il periodo di apertura della mostra grazie alla partecipazione di 14 performer selezionati.

Allo stesso modo il visitatore si immergerà nell’opera sonora For Children (2010) o nel “sussurro forte” dell’artista riprodotto dall’installazione audio Steel Channel Piece (1968) o ancora, tra le altre, in Soundtrack from First Violin Film (1969), un LP che raccoglie in un unico brano audio le tracce sonore estratte da diverse azioni corporee filmate.

Per meglio comprendere la visione e la tecnica di Nauman, il percorso espositivo presenta anche For Children/For Beginners, composto da disegni all’origine di due opere sonore esposte in mostra. In questo dittico del 2009, realizzato con grafite su carta, come in una poesia, le variazioni e le ripetizioni negli abbozzi scarabocchiati, emerge l’arguzia dei collegamenti e dei giochi di parole.

Il tema dello studio viene approfondito in particolare dall’opera Nature Morte realizzata nel 2020, esposta per la prima volta in Europa a Punta della Dogana. Come nella sua presentazione alla Galleria Sperone Westwater a New York, l’opera è allestita con tre proiezioni murali che riprendono lo studio dell’artista in New Mexico in 3D e che il visitatore può esplorare muovendosi nello spazio attraverso un iPad collegato in modalità wireless. Una vera e propria esperienza immersiva e virtuale, tanto fisica che digitale, che permetterà per la prima volta a chiunque di scoprire ogni oggetto, ogni angolo e ogni dettaglio dello studio di Nauman dalle sale di Punta della Dogana.


Bruce Nauman, Nature Morte, 2020

In occasione della mostra a Punta della Dogana l’opera sonora For Beginners (instructed piano) di Bruce Nauman sarà installata nel sotoportego de l’Abazia dal 19 al 30 maggio e dal 3 al 12 settembre 2021. L’opera è anche presente nelle sale di Punta della Dogana per tutta la durata della mostra.

26/06/20

Evento speciale con Palazzo Grassi



Arthur Jafa, Love is the Message, The Message is Death, 2016. Video, color and black-and-white, sound. Running time: 7 minutes, 30 seconds.
 Courtesy of Arthur Jafa and Gavin Brown’s enterprise, New York/ Rome 

Dalle ore 20 di venerdì 26 giugno, alle ore 20 di domenica 28 giugno, l'opera video di Arthur Jafa "Love is the Message, The Message is Death" sarà per la prima volta trasmessa online e resa accessibile a tutti in uno streaming di 48 ore.

Attraverso un montaggio di immagini scaricate da YouTube e sulle note del brano hip hop di Kanye West "Ultralight Beam", Arthur Jafa sviluppa una narrazione, immersiva e meditativa al contempo, della storia della comunità afroamericana. Nel contesto delle violenze della polizia verso quella comunità e dell’onnipresente razzismo, l’opera di Arthur Jafa lascia emergere la sofferenza, ma anche la forza e la bellezza di questa America Nera.

A partire da sabato 11 luglio, l'opera di Arthur Jafa sarà visibile anche a Punta della Dogana, in occasione della mostra "Untitled, 2020. Tre sguardi sull'arte di oggi".
 
L'iniziativa risponde all'invito dello Smithsonian American Art Museum e dell'Hirshhorn Museum and Sculpture Garden che, insieme all'artista, hanno coinvolto 13 musei e collezioni da tutto il mondo che possiedono una copia dell'opera, con l'intenzione di renderla accessibile al più vasto pubblico possibile.




Punta della Dogana presenta la mostra “Untitled, 2020. Tre sguardi sull'arte di oggi”, concepita e curata da Caroline Bourgeois, Muna El Fituri e dall’artista Thomas Houseago.

Cinque anni dopo “Slip of the Tongue”, a cura di Danh Vo e Caroline Bourgeois, e presentata nel 2015 a Punta della Dogana, per la seconda volta un artista della Pinault Collection è invitato a portare uno sguardo sulle opere della collezione per concepire un progetto espositivo inedito. Ideata appositamente per gli spazi di Punta della Dogana, “Untitled, 2020”, è suddivisa in sale tematiche che presentano le opere di oltre 60 artisti, provenienti dalla Pinault Collection e da musei internazionali e collezioni private, con citazioni, ispirazioni e riferimenti tra lavori che spaziano dal Novecento ad oggi, proposte secondo un dialogo basato su connessioni emozionali, sensoriali, visive e tattili.

Spaziando tra diversi media, dalla scultura al video, dalla pittura alla fotografia, le opere esposte si articolano attorno alla ricostruzione dello studio di Houseago, nel cuore di Punta della Dogana, all’interno della sala del cubo di Tadao Ando, con un’installazione site-specific. In questa sala l’artista mette inoltre a disposizione dei visitatori la sua biblioteca e le sue fonti d’ispirazione.

Gli artisti presenti in mostra sono Magdalena Abakanowicz, Nairy Baghramian, Garry Barker, Maria Bartuszová, Lee Bontecou, Marcel Broodthaers, stanley brouwn, Teresa Burga, James Lee Byars, Eduardo Chillida, Robert Colescott, Bruce Conner, Enrico David, Karon Davis, Hélène Delprat, Abigail DeVille, Jan Dibbets, Elliot Dubail, Marlene Dumas, Valie EXPORT, Saul Fletcher, Llyn Foulkes, Kasia Fudakowski, Ellen Gallagher, Dominique Gonzalez-Foerster, Nancy Grossman, Philip Guston, Lauren Halsey, David Hammons, Duane Hanson, Georg Herold, David Hockney, Thomas Houseago, Arthur Jafa, Joan Jonas, Mike Kelley, Alice Kettle, Edward Kienholz & Nancy Reddin, Tetsumi Kudo, Deana Lawson, Bernd Lohaus, Lee Lozano, Markus Lüpertz, Paul McCarthy, Gustav Metzger, Peter Mitchell, Henry Moore, Otto Mühl, Rei Naito, Senga Nengudi, Meret Oppenheim, Nam June Paik, Solange Pessoa, Charles Ray, Auguste Rodin, Cameron Rowland, Betye Saar, Lorna Simpson, Ser Serpas, Daniel Steegmann Mangrané, Alina Szapocznikow, Henry Taylor, James “Son Ford” Thomas, Luc Tuymans, Gilberto Zorio.

06/01/20

Prossimamente a Palazzo Grassi



Lo storico spazio espositivo per la prossima stagione espositiva, dal 22 Marzo al 10 Gennaio 2021, guarderà al mondo della fotografia con due progetti espositivi, uno dedicato a Henri Cartier-Bresson l'altro all'artista egiziano Youssef Nabil.


CS

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”, realizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson. Il progetto della mostra, ideato e coordinato da Matthieu Humery, mette a confronto lo sguardo di cinque curatori sull’opera di Cartier-Bresson (1908 – 2004), e in particolare sulla “Master Collection”, una selezione di 385 immagini che l’artista ha individuato agli inizi degli Settanta, su invito dei suoi amici collezionisti Jean e Dominique de Menil, come le più significative della sua opera. La fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas, la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas, il collezionista François Pinault, sono stati invitati a loro volta a scegliere ciascuno una cinquantina di immagini a partire dalla “Master Collection” originale, della quale esistono cinque esemplari.   Attraverso la loro selezione, ognuno di loro condivide la propria visione personale della fotografia, e dell’opera di questo grande artista. Rinnovare e arricchire il nostro sguardo sull’opera di Henri Cartier-Bresson attraverso quello di cinque personalità diverse è la sfida del progetto espositivo “Le Grand Jeu” a Palazzo Grassi.   La mostra “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu” sarà presentata alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi, nella primavera 2021.

Insieme alla mostra dedicata a Henri Cartier-Bresson, a cui sarà riservato il primo piano espositivo, Palazzo Grassi presenta una mostra monografica dedicata all’artista Youssef Nabil (Il Cairo, 1972), dal titolo “Once Upon a Dream” e curata da Matthieu Humery e Jean-Jacques Aillagon.     Realizzate con la tecnica tradizionale egiziana largamente utilizzata per i ritratti fotografici di famiglia e per i manifesti dei film che popolavano le strade de Il Cairo, le fotografie successivamente dipinte a mano da Youssef Nabil restituiscono la suggestione di un Egitto leggendario tra simbolismo e astrazione.    La ricerca dei reperti identitari, le preoccupazioni ideologiche, sociali e politiche del XXI secolo, la malinconia di un passato lontano sono i soggetti che Nabil predilige nella sua ricerca artistica. L’esposizione intende invitare a un’immersione libera nella carriera dell’artista attraverso sezioni tematiche che riproducono i suoi primi lavori fino alle opere più recenti. Ad arricchire il percorso la produzione video di Nabil con i suoi tre video Arabian Happy Ending, I Saved My Belly Dancer e You Never Left.  

14/03/18

Nuove mostre con la Collezione Pinault a Venezia



 Rudolf Stingel, 'Untitled (Alpino, 1976)', 2006

Pinault Collection
Courtesy of the artist


Arrivano le nuove proposte di Palazzo Grassi e Punta della Dogana per la stagione 2018.

L’8 Aprile riparte la ricca programmazione Collezione Pinault con l’apertura dei suoi spazi veneziani.

A Palazzo Grassi ci sarà una mostra personale dedicata a Albert Oelhen, dal titolo ‘Cows by the water" e a Punta della Dogana "Dancing with myself", una collettiva con opere dalla Collezione Pinault in collaborazione con il Museo Folkwang di Essen, Germania.

Palazzo Grassi presenta "Cows by the water’’,la mostra personale di Albert Oehlen (1954, Krefeld,  Germania) nell’ambito del programma delle monografiche di artisti contemporanei inaugurato a Palazzo Grassi nell’aprile 2012 con Urs Fischer e proseguito con Rudolf Stingel, Irving Penn, Martial Raysse, Sigmar Polke --- alternate a esposizioni tematiche della Collezione Pinault.

La mostra, curata da Caroline Bourgeois, traccia un percorso lungo la produzione di Albert Oelhen  attraverso una selezione di circa 85 opere, dalle più note a quelle meno conosciute, realizzate dagli anni  '80 ad oggi e provenienti dalla Pinault Collection e da importanti collezioni private e musei internazionali.

La mostra presenta un allestimento inedito, non cronologico bensì scandito da un ritmo sincopato tra i diversi generi e periodi, sottolineando così il ruolo centrale della musica nella produzione dell’artista, metafora del suo metodo di lavoro dove contaminazione e ritmo, improvvisazione e ripetizione, densità e armoniadei suoni diventano gesti pittorici.

Albert Oehlen si afferma come uno dei protagonisti della pittura contemporanea grazie a una ricerca in continua evoluzione dedicata al superamento dei limiti formali e alle sperimentazioni, più che al soggetto dell’opera.

La mostra a Palazzo Grassi è la più grande monografica dedicata ad Albert Oehlen, già protagonista di importanti esposizioni in tutto il mondo tra le altre al Museo Nacional de Bellas Artes in L’Avana nel 2017, al Cleveland Museum of Art nel 2016, al New Museum di New York nel 2015, al Kunstmuseum di Bonn nel 2012 e al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris nel 2009.

A Punta della Dogana la mostra collettiva ‘‘Dancing with myself’’ , nata dalla collaborazione tra la Pinault Collection e il Museum Folkwang di Essen, è curata da Martin Bethenod e Florian Ebner e ed è stata presentata in una prima versione a Essen nel 2016.

‘‘Dancing with myself’’ indaga l’importanza primordiale della rappresentazione di sé nella produzione artistica dagli anni ’70 a oggi e del ruolo dell’artista come protagonista e come oggetto stesso dell’opera. Attraverso un’ampia varietà di pratiche artistiche e linguaggi (fotografia, video, pittura, scultura, installazioni…), di culture e provenienza, di generazioni ed esperienze, la mostra mette in luce il contrasto tra attitudini differenti: la malinconia e la vanità, il gioco ironico dell’identità e l’autobiografia politica, la riflessione esistenziale e il corpo come scultura, effigie o frammento, e la sua rappresentazione simbolica.

La mostra riunisce circa 100 opere dalla Pinault Collection da Claude Cahun a LaToya Ruby Frazier, da Gilbert & George a Cindy Sherman, da Alighiero Boetti a Maurizio Cattelan, in dialogo con una selezione di opere provenienti dal Museum Folkwang, ed è presentata in una versione inedita per gli spazi espositivi di Punta della Dogana con oltre 45 lavori non esposti in occasione della mostra a Essen.



12/07/17

Hirstland, effetti speciali a Venezia - Tutti sul set della fanta-mitologia ideata dall’artista inglese.




Non ho parole, per questo grande progetto, l’umore è alterno da parte un senso di ammirazione per tutti questi manufatti eseguiti con grande maestria e capacità, dall’altra una marea di dubbi su quello che vedo. Più che un’opera d’arte opere di alto artigianato. Pare di essere su un set di un film dove fra poco si svolgeranno azioni incredibili, eventi mitologici e chissà che altro.




Si sono già scritti fiumi di parole per questo evento. Di arte se ne percepisce un sentore, ma nulla più, sicuramente piacerà a chi vuol farsi notare anche se poi il tutto non ha un capo ne una coda. Tutte queste sculture non trasmettono molto, non dicono nulla di interessante, sicuramente sono bellissimi oggetti, divertenti miscele fra mitologie fumetti e personaggi da film d’avventura. Una marea di bei manufatti fatti per divertire, un gioco narrativo che ha poco di culturale poiché oggi domina un unico credo consumismo, e questo evento ne è il perfetto modello.




PS. una lettura più cattiva potrebbe però vederci una bella presa in giro che l’artista inglese fa alla parallela Biennale, che qui ogni due anni raccoglie tutto il mondo dell’arte, soprattutto quello così detto intellettuale, critico, curatoriale; che nel confronto risulta un piccolo criceto che gira su se stesso, mentre l’intervento di Hirst è un mastodontico gioco per tutti.





 



































30/06/15

Arts, Heritage and Millenials: a digital conversation,



Il Teatrino di Palazzo Grassi ospita, mercoledì 1 luglio alle ore 18, l’incontro Arts, Heritage and Millenials: a digital conversation, dedicata al ruolo delle tecnologie digitali nel mondo dell’arte e dei musei.

Sree Sreenivasan, Chief Digital Officer del Metropolitan Museum of Art, in conversazione con Cristiano Seganfreddo, Direttore Generale del Premio Gaetano Marzotto, presenterà l’esperienza del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York, uno dei più importanti musei al mondo, dove guida una squadra di 70 persone di varie nazionalità che si occupano delle attività digitali, dei social media e di tutta la comunicazione “mobile” dell’istituzione.

Palazzo Grassi partecipa all’edizione 2015 dell’Italia Innovation Program, in veste di rappresentante del settore Arts and Culture. Il programma internazionale, prodotto da legalPAD, volto a far interessare giovani menti imprenditoriali e innovative al futuro del Made in Italy, si articola in un percorso di un mese in cui 10 grandi realtà italiane rappresentative dei settori del Food and Wine, Fashion, Arts and Culture, High-End Manufacturing e Design sfidano i partecipanti provenienti dalle migliori università del mondo nella risoluzione di un progetto innovativo, accompagnati da lezioni e sessioni di mentorship tenute da docenti ed esperti di business internazionali. Sree Sreenivasan è il mentore del settore Arts and Culture che affianca i ragazzi nel progetto per Palazzo Grassi.
Al termine della conferenza Sree Sreenivasan insieme ai quaranta studenti di Italia Innovation Program 2015 svolgeranno una visita #empty della mostra monografica “Martial Raysse” a Palazzo Grassi, un’idea di visita digitale dei musei del fotografo di Brooklyn Dave Krugman, che in poco tempo è stata realizzata in diversi spazi culturali in tutto il mondo, dal Metropolitan Museum di New York alla Tate Modern di Londra.

È possibile seguire la loro visita sui social Twitter e Instagram di Palazzo Grassi e partecipare attivamente tramite l’hashtag #emptypalazzograssi!



L’incontro sarà in lingua inglese e sarà trasmesso in diretta streaming su
http://www.palazzograssi.it/it/eventi-arte/arts-heritage-and-millennials-digital-conversation

Al termine dell’incontro sarà offerto un aperitivo aperto al pubblico.

Tutti gli appuntamenti del Teatrino sono comunicati e costantemente aggiornati sul sito di Palazzo Grassi nella rubrica “attività”.
www.palazzograssi.it.

             



Sree Sreenivasan

Sree Sreenivasan è considerato una delle persone più influenti nel campo dei social media. È Chief Digital Officer al Metropolitan Museum of Art di New York, dove guida una squadra di 70 persone provenienti da tutto il mondo che si occupano di digitale, social, mobile, video, app, email, interactive e dati. Sreenivasan, infatti, fornisce a professionisti di tutto il mondo una formazione sull’utilizzo più efficace possibile dei social e dei media digitali.
Dopo più di 20 anni trascorsi alla Columbia University come professore di ruolo nella scuola di giornalismo della Columbia e un anno come il primo Chief Digital Officer dell’Università nel 2013, è entrato a far parte del MET. Nel 2009 è stato nominato tra le 25 persone AdAge da seguire su Twitter; nel 2010 è stato acclamato da Pointer una delle 35 persone più influenti nei social media, e nel 2014 come uno dei più influenti capi Digital Officers dal CDO Club.
Recentemente è stato inserito nella lista delle persone più creative negli affari del 2015 di Fastcompany.



Cristiano Seganfreddo

Cristiano Seganfreddo è un imprenditore creativo e una delle figure di maggiore rilievo nella scena d’innovazione italiana.
È attualmente Direttore Generale del Premio Gaetano Marzotto, il principale premio italiano dedicato all’innovazione e alle startup, e ha lavorato per anni nell’ambito della direzione artistica di fashion brand italiani e nel management dei processi d’innovazione avanzati.
Seganfreddo fa parte del Consiglio di Amministrazione di legalPAD, dove riveste anche il ruolo di Senior Creative Director.

17/04/15

Dormire attentamente


La Fondazione François Pinault ha in corso, nei suoi meravigliosi spazi veneziani, due importanti eventi d’arte coincidenti con la rassegna della Biennale di Venezia.  


Presso la suggestiva struttura della Punta della Dogana la particolare mostra di Danh Vo, in cui agisce sia come artista che come curatore, in collaborazione con Caroline Bourgeois, creando una preziosa sinergia con alcuni enti locali, come la prestigiosa Fondazone Giorgio Cini e le Gallerie dell’Accademia, per un'esposizione trasversale nel tempo e nelle forme espressive.


Nel nobile ed elegante Palazzo Grassi lo spazio è tutto per Martial Raysse, con un’ampia retrospettiva. Si tratta di uno degli artisti francesi più variopinto e allegro degli anni settanta.



Intanto il vicino Teatrino continua intanto la sua ricca proposte di incontro e progetti artistici che stanno riscuotendo una grande consenso di pubblico.