Translate

Visualizzazione post con etichetta Collezione Maramotti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Collezione Maramotti. Mostra tutti i post

18/01/24

Prossimamente Maramotti

 
Image: Collezione Maramotti Ingresso lato Nord / North entrance Ph. Claudia Marini


I prossimi mesi alla Fondazione Maramotti si presentano ricchi di evententi espositivi, eccovi l'anticipazione della programmazione per il 2024.

Manuele Cerutti | QUEM GENUIT ADORAVIT Inaugurazione: 9 marzo 202410 marzo 2024 – 28 luglio 2024

Manuele Cerutti, pittore torinese, presenta negli spazi della Collezione Maramotti un nuovo corpus di dipinti e opere su carta, specificamente sviluppato in una dimensione progettuale nuova. Tema è la creazione di una entità destinata ad assumere, inaspettatamente, sembianze infantili: una creazione inconsapevole, quasi involontaria, che attinge largamente al vissuto vegetativo delle piante e (nella tradizione alchemica) dei minerali. Sullo sfondo, la memoria di nascite straordinarie, al limite mostruose, nella mitologia antica. Il tutto in una dimensione narrativa, quasi di un racconto-per-immagini. Un racconto percorso da meriti e colpe, partecipazione e distacco, tentativi di recupero e rinunce: verso l’emergere di un attaccamento inesprimibile – esso stesso un valore che non può essere rinunciato.

Silvia Rosi Inaugurazione: 27 aprile 202428 aprile – 28 luglio 2024

In occasione del festival di Fotografia Europea 2024, dal titolo “La natura ama nascondersi”, la giovane fotografa Silvia Rosi è stata invitata dalla Collezione a concepire un progetto espositivo originale. Nel dialogo tra fotografie vernacolari private – raccolte grazie alla collaborazione di diverse famiglie in Emilia-Romagna, e base di un nuovo archivio delle diaspore afrodiscendenti in Italia – e immagini create in studio, Rosi esplora la trasmissione della conoscenza visiva attraverso immagini ordinarie. Il progetto indaga lo spazio interno della famiglia, ma anche la presenza del corpo nero nel paesaggio, restituendo un immaginario non stereotipo della autorappresentazione.

Max Mara Art Prize for Women, in collaborazione con Whitechapel GalleryDominique White | DeadweightInaugurazione: 26 ottobre 202427 ottobre 2024 – 16 febbraio 2025

Dopo la prima tappa londinese alla Whitechapel Gallery di Londra giunge alla Collezione Maramotti il progetto di Dominique White, vincitrice della nona edizione del Max Mara Art Prize for Women (2023 – 2024), elaborato durante sei mesi di residenza in Italia trascorsi tra Agnone, Palermo, Genova, Milano e Todi. Punto di partenza per le nuove sculture di White è stato la misura del “tonnellaggio di portata lorda” (“deadweight tonnage”), espressione tecnica usata nell’industria marittima per calcolare quante unità di peso una nave può imbarcare prima di affondare. Nel corso della residenza, l’artista ha esplorato e interrogato il significato e l’utilizzo della “portata lorda”, il suo ruolo nel passato nel commercio degli schiavi e le sue forme contemporanee nel Mediterraneo.

Mostra collettivaInaugurazione: 26 ottobre 202427 ottobre 2024 – 9 marzo 2025

Prendendo spunto da una riflessione sul concetto di catastrofe e sulle sue variegate rappresentazioni, la Collezione Maramotti presenta una mostra collettiva costruita a partire da opere dell’archivio della Collezione stessa, dagli anni ’70 al presente – molte delle quali mai esposte prima in Italia – accompagnate da alcuni capolavori di arte del passato concessi in prestito da prestigiose istituzioni. Naufragi, inondazioni, esplosioni, uragani, alluvioni, incendi, guerre, epidemie, azioni predatorie dell’uomo sulla natura: può una catastrofe configurarsi come forma di conoscenza? Quali immaginari individuali e collettivi può attivare nella sua accezione di “rovesciamento” e “rivolgimento”, quali visioni per attraversare il mondo? La mostra si pone anche in dialogo con alcuni lavori presenti nell’esposizione permanente e sarà accompagnata da un catalogo.

IN CORSO

Giulia Andreani | L’improduttiva29 ottobre 2023 – 10 marzo 2024

Per la sua prima mostra personale istituzionale in Italia, Giulia Andreani presenta un progetto composto da un corpus organico di nuovi dipinti e acquerelli. Facendo propria la tecnica del fotomontaggio, Andreani giustappone elementi estratti da immagini reali, spesso provenienti dagli archivi, e dettagli di fantasia, i soggetti affiorano sulla tela grazie a un unico colore, il grigio di Payne. Punto di partenza concettuale per L’improduttiva sono stati i materiali iconografici contenuti in alcuni archivi di Reggio Emilia, attraverso i quali Andreani ha indagato il contesto storico e socio-politico della città, focalizzandosi sulle nozioni di confino e di prigionia, strettamente connesse alla storia delle donne. 

PROJECT WALLBeatrice Pediconi | “Diario di un tempo sospeso”, 2020 

03/02/20

Two Thoughts alla Collezione Maramotti

Svenja Deininger, Untitled, 2019. Olio su tela, 50 x 50 cm © the artist


Collezione Maramotti ospita Two Thoughts, mostra personale di Svenja Deininger che raccoglie un ciclo di nuove opere pittoriche concepite specificamente per questo progetto e in dialogo con quattro dipinti degli anni Venti dell’avanguardista polacco Władysław Strzemiński, in prestito dal Muzeum Sztuki di Łódź.

Partendo da un quadro del 2018 acquisito dalla Collezione Maramotti e prendendo spunto dalla ricerca di Strzemiński e dalle sue Architectural Compositions realizzate quasi un secolo fa, Deininger ha lavorato su numerose opere contemporaneamente per giungere alla selezione finale dei dipinti, alla “frase” che essi compongono sulle pareti della sala.


Deininger concepisce infatti le sue opere all’interno di un processo ininterrotto: ogni dipinto, sul quale lavora anche per lungo tempo, non è un’entità conclusa, ma un tassello del discorso creativo che conduce l’artista a visualizzarne la collocazione in un contesto spaziale definito. Affine alla generazione di unità lessicali e alla contemporanea elaborazione di una loro sintassi, il processo creativo di Deininger prende forma attraverso passaggi successivi e pazienti sulla superficie di ogni singola opera e si sviluppa nei rapporti tra i diversi dipinti. Le texture, le consistenze e gli spessori che si svelano a una distanza ravvicinata dalle opere sono ottenuti dall’artista mescolando gesso, polvere di marmo o colla ai colori ad olio – materiali che assorbono e restituiscono la luce in modo differente – così come procedendo per stratificazioni di colore e lavorando sia sul fronte che sul retro delle tele. 

Le composizioni di linee e colori rimandano a una dimensione astratta, ma l’immaginario di Deininger attinge alla realtà di forme e oggetti concreti, che sono poi trasposti e ibridati sulla tela, ricombinati per aprirsi a nuove interpretazioni possibili. Anche l’apparenza piatta della superficie delle opere è spesso scardinata da un’osservazione attenta, che rivela livelli diversi di profondità e rapporti talvolta prospettici tra gli elementi.
 Deininger, che lavora esclusivamente con la luce naturale, dipinge reagendo passo dopo passo alle fasi successive della generazione stessa delle opere, nel tempo del loro farsi, della loro “messa al mondo”. La sua pittura è sperimentale nel processo – di cui gli errori e i cambi di direzione sono parte connaturata – ed esatta e calibrata nel risultato formale. 

In questo progetto connesso e ispirato a Strzemiński emerge la riflessione di Deininger sulla ricerca di un artista della generazione dell’Avanguardia, lontano dal punto di vista storico e teorico, ma in cui riecheggiano affinità formali inaspettate e una comune profonda ricerca sull’essenza della visione e della pittura.


La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione con testi di Luigi Fassi, Paulina Kurc-Maj e Władysław Strzemiński.


Collezione Maramotti presenta Two Thoughts, mostra di Svenja Deininger in dialogo con i dipinti di Władysław Strzemiński
8 marzo – 26 luglio 2020
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia, Italy
Two Thoughts
Inaugurazione: sabato 7 marzo 2020

05/01/20

Prossimamente Collezione Maramotti


Fra le tante segnalazione per gli eventi del nuovo anno, non può mancare quella della dinamica Collezione Maramotti che proporrà diversi eventi sempre molto contemporanei, eccovi alcune anticipazioni.

 -  Svenja Deininger | Two Thoughts  8 marzo – 26 luglio 2020
La Collezione Maramotti presenterà il nuovo progetto di Deininger in dialogo con alcune opere di Władysław Strzemiński, in prestito dal Muzeum Sztuki di Łódź. Pittore d'avanguardia polacco, negli anni Venti Strzemiński realizzò una serie di opere, le Architectural Compositions, in cui riecheggiano affinità formali con la ricerca di Deininger.

Svenja Deininger interpreta le sue opere all'interno di un processo continuo: ogni suo singolo dipinto, sul quale lavora anche per lungo tempo, non è un'entità "finita", ma un tassello del suo flusso creativo. Il processo di creazione che accompagna ogni lavoro agisce da stimolo e riflessione per un'immagine futura: riuscirne a visualizzare la collocazione in un contesto spaziale è un elemento essenziale del suo processo artistico. Come se lavorasse su un testo, l’artista elabora e lima la sintassi della sua arte, creando una tensione che nasce dall’alternanza di immagini di grande e piccolo formato, combinandole e posizionandole nello spazio.

 -  Enoc Perez, Brigitte Schindler, Carlo Mollino  19 aprile – 26 luglio 2020
Prendendo spunto dal tema di Fotografia Europea 2020, “Fantasie. Narrazioni, regole, invenzioni”, la Collezione Maramotti, in collaborazione con Casa Museo Mollino, propone un percorso di mostra con opere pittoriche di Enoc Perez e fotografie di Brigitte Schindler e di Carlo Mollino. Attraverso alcuni scorci dell’ultima enigmatica dimora di Mollino in via Napione a Torino – quella che è ora la Casa Museo Mollino – trasformata dall’interpretazione pittorica di Perez e dall’occhio fotografico di Schindler, si accede alle fotografie delle modelle di Mollino, sfumate nell’essenza misteriosa dell’immaginario che abitano.

 -  Ruby Onyinyechi Amanze  11 ottobre 2020 – febbraio 2021
Ruby Amanze è un'artista visiva la cui pratica è principalmente incentrata sul disegno e sull’opera su carta. Tramite una narrazione non lineare e aperta, i suoi disegni esplorano lo spazio come una costruzione duttile, si concentrano sulla libertà di giocare come una rivoluzione, sull'ibridazione culturale o il "non nazionalismo post-coloniale" come norma comune. Design, architettura, pattinaggio e Gaga (tecnica sviluppata dal ballerino e coreografo Ohad Naharin) sono alcuni aspetti della sua attuale ricerca e pratica artistica.
Amanze è nata in Nigeria nel 1982. Si è trasferita immediatamente nel Regno Unito dove ha trascorso i tredici anni successivi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Attualmente vive e lavora tra New York e Philadelphia. Amanze presenterà un nuovo lavoro per la Pattern Room della Collezione Maramotti.

04/09/19

Helen Cammock alla Collezione Maramotti



Arriva in Italia Helen Cammock, vincitrice della settima edizione del Max Mara Art Prize for Women e nominata al Turner Prize 2019, che dopo la prima tappa londinese alla Whitechapel Gallery di Londra (25 giugno – 1 settembre 2019) presenterà la nuova mostra Che si può fare alla Collezione Maramotti, che ne acquisirà le opere. L’allestimento, rielaborato dall’artista nello spazio differente della Collezione, sarà anche arricchito da un libro d’artista realizzato in luglio all’Istituto Centrale della Grafica di Roma. 




Nell’opera di Helen Cammock si intrecciano la narrativa femminile incentrata sulla perdita e sulla resilienza con la musica barocca composta da musiciste del Seicento, ispirazioni e racconti attraverso cui l’artista ha esplorato il concetto del lamento nella vita delle donne attraverso storie e geografie. Oltre al libro d’artista recentemente realizzato, la mostra include un film, una serie di incisioni su vinile, un fregio serigrafato e una stanza di ricerca in cui sono esposti libri e oggetti raccolti da Cammock e a lei donati durante il suo periodo in Italia.

La mostra è infatti il risultato di una residenza italiana di sei mesi nel 2018, organizzata da Max Mara, Whitechapel Gallery e Collezione Maramotti, e ideata a misura dell’artista. Nel suo percorso, che l’ha portata a fare tappa a Bologna, Firenze, Venezia, Roma, Palermo e Reggio Emilia, Cammock ha deciso di esplorare l’espressione del lamento e riscoprire voci femminili nascoste. Nel corso della residenza musiciste, storiche, artiste e cantanti hanno aperto i loro archivi e condiviso narrazioni e ricerche.

Il video in tre parti che è al cuore della mostra consiste in interviste con alcune delle donne che Cammock ha incontrato nel suo viaggio, tra cui attiviste nel sociale, migranti, rifugiate, una suora e donne che hanno combattuto la dittatura. L’opera rievoca il potere delle voci femminili dall’epoca del Barocco all’Italia di oggi. Le loro testimonianze sono intercalate con brani musicali e filmati girati in Italia in un complesso collage visivo e orale. Cinque stampe dai colori saturi rappresentano musica e voce mediante disegni al tratto e un lungo fregio a parete contiene immagini e parole legate alle donne che Cammock ha incontrato in Italia.

Che si può fare riprende il titolo di un lamento preoperistico del 1664 della compositrice italiana Barbara Strozzi (1619-1677). Cammock ha preso lezioni di canto lirico per imparare quest’aria, sulla quale si è esercitata nel corso di tutta la sua residenza. La musica è un elemento ricorrente nella nuova opera video e nella performance dal vivo che avrà luogo durante l’inaugurazione della mostra: Cammock eseguirà la musica di Strozzi accompagnata da una trombettista jazz, facendo così rivivere l’eredità della compositrice attraverso la sua voce. La musica della coeva musicista italiana Francesca Caccini (1587-1641) viene incorporata nella performance come colonna sonora ad accompagnare la parte di movimento. Strozzi e Caccini erano famose presso i loro contemporanei, ma ben presto i loro nomi sono caduti nell’oblio e soltanto ora le loro composizioni vengono riprese ed eseguite ancora una volta.

Poetessa visiva i cui disegni, stampe, fotografie e filmati si affiancano a parole e immagini, Cammock porta avanti una pratica artistica multimediale in cui abbraccia testo, fotografia, video, canzone, performance e incisione, ed è determinata dal suo impegno a mettere in discussione le narrative storiche tradizionali sull’identità dei neri, delle donne, sulla ricchezza, sul potere, la povertà e la vulnerabilità. L’artista attinge dalla sua esperienza personale, insieme a riferimenti a storie di oppressione e resistenza, incorporando influenze provenienti da jazz, blues, poesia e danza, oltre alle parole di scrittori come James Baldwin, Maya Angelou e Audre Lorde. Cammock scava e riporta in superficie voci perdute, inascoltate o sepolte. Per l’artista, la musica – da Nina Simone e Alice Coltrane alla seicentesca musica preoperistica italiana – consente di perseguire questa ricerca che esplora la complessità del concetto di storia. 

Che si può fare 
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia, Italia
13 ottobre 2019 – 16 febbraio 2020
Inaugurazione su invito: 12 ottobre 2019, ore 18.00
#MaxMaraArtPrize #HelenCammock

29/01/19

Collezione Maramotti si rinnova


Il prossimo 3 Marzo per la prima volta dall’apertura al pubblico della Collezione Maramotti nell’ottobre del 2007 dieci sale del secondo piano dell’esposizione permanente saranno riallestite per accogliere alcuni dei progetti presentati nei primi dieci anni di apertura: Enoc Perez (2008), Gert & Uwe Tobias (2009), Jacob Kassay (2010), Krištof Kintera (2017), Jules de Balincourt (2012), Alessandro Pessoli (2011), Evgeny Antufiev (2013), Thomas Scheibitz (2011), Chantal Joffe (2014), Alessandra Ariatti (2014).


Questa serie di esposizioni personali offre una panoramica, seppur parziale, sul work in progress portato avanti dalla Collezione attraverso l’invito ad artisti italiani e internazionali – in un momento particolare nello sviluppo della loro ricerca – a realizzare un nuovo corpus di opere da presentare al pubblico e che, successivamente, sono entrate a far parte del patrimonio.



Il percorso si snoda attraverso progetti diversi, in cui il costante interesse per l’evoluzione del linguaggio pittorico si accompagna a un’attenzione per nuove forme espressive e a un’interrogazione sullo statuto dell’opera d’arte, sempre con una forte tensione verso il futuro, una pre-visione attraverso cui coglierne le tracce.



Questo riallestimento – che rappresenta un momento di riflessione sulla Collezione e sul suo avanzamento – è accompagnato da una piccola mostra temporanea, a piano terra, di documenti, libri e opere dai nostri archivi e dalla nostra biblioteca, luoghi vivi di conoscenza e approfondimento. Questi materiali valorizzano, attraverso alcuni significativi esempi, la vitalità del processo di creazione delle opere d’arte e le connessioni permeabili tra i diversi nuclei di raccolte della Collezione.


30/09/18

Phoebe Unwin con Field alla Collezione Maramotti


 Phoebe Unwin Headway, 2018 olio su tela  oil on canvas 51 x 41 cm 
© the artist Courtesy Amanda Wilkinson Gallery, London

Collezione Maramotti presenta Field , prima mostra personale in  Italia dell’artista inglese Phoebe Unwin, costituita da una serie di nuovi disegni e dipinti realizzati appositamente per la Pattern Room della Collezione.

Il titolo dell’esposizione evoca molteplici connotazioni. Il ‘campo’ rimanda al paesaggio, ma anche alle campiture di colore e al taglio della visione. È un luogo di mezzo, un soggetto pittorico tradizionale che permette all’artista di oscillare fra il figurativo e l’astratto, di investigare le qualità formali della pittura.

Sviluppando una ricerca sul paesaggio e sull’interazione fra la figura umana e l’ambiente circostante Unwin costruisce con la pittura una delicata alternanza di orizzonti, distanze variate che generano in’osservazione a diverse velocità. Anche la superficie stratificata e porosa delle opere e la messa a fuoco appannata dei soggetti generano un dinamismo della visione all’interno di ogni quadro e un’intima relazione tra un’opera e l’altra.

Il lavoro da cui prende avvio il progetto è un quadro del 2017, Approach, in cui Unwin dipinge due persone sospese in un incontro; i loro contorni si fondono, in parte, con il paesaggio, che viene così modellato dalla percezione.

L’esplorazione delle percezioni attraverso i colori, le forme e le lorocombinazioni, lo studio dei percorsi visivi e delle reazioni emozionali, si uniscono a un interesse per i diversi tempi e i ritmi interni all’opera. Attraverso un processo che muove dall’astrazione verso la figurazione, in cui la materia si fa segno e le figure affiorano nel colore, Unwin crea immagini sospese in un tempo e ​
in uno spazio indeterminati. L’artista stessa ha definito il guardare un’opera come un’esperienza che è “sentita fisicamente e si svolge, in un certo senso, sempre nel presente”. 

Phoebe Unwin Untitled, 2018 carboncino su carta  charcoal on paper 29,5 x 21 cm 
© the artist Courtesy Amanda Wilkinson Gallery, London

Le influenze artistiche, letterarie, cinematografiche e personali di Unwin sono liberamente elaborate, agiscono come suggestioni aperte che l’artista incorpora nell’esplorazione del processo e del gesto della pittura. I suoi quadri sono luoghi visivi con infinite possibilità; la narrazione intrinseca delle opere non è definita né definitiva, si rivela in modi nuovi e diversi, emerge attraverso lo sguardo attivo di chi osserva.

Indagando i modi in cui astrazione e figurazione si confondono e sovrappongono Unwin ci invita a riflettere sulla complessità di piccoli momenti apparentemente senza importanza, e nello stesso tempo esplora e forza i limiti della pittura come mezzo di espressione.

L’artista non prende spunto da fotografie, né dall’immensa quantità di immagini che circolano in rete, ma da memorie personali o da blocchi da disegno sui quali traccia schizzi delle sue esperienze quotidiane. 

Phoebe Unwin Approach, 2017 olio su tela / oil on canvas 183 x 153 cm 
© the artist  Courtesy Amanda Wilkinson Gallery, London

La Collezione Maramotti include già una sua opera del 2015, anno in cui Unwin era stata nominata tra le finaliste della sesta edizione del Max Mara Art Prize for Women, in collaborazione con Whitechapel Gallery.


Nel 2019 sarà pubblicato un libro ad accompagnamento della mostra. 



14 ottobre 2018 – 10 marzo 2019

Visita con ingresso libero negli orari di apertura della collezione permanente.
Giovedì e venerdì 14.30 –  18.30
Sabato e domenica 10.30 –  18.30
Chiuso: 1 novembre, 25 – 26 dicembre, 1 e 6 gennaio

Info
Collezione Maramotti 
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia 
tel. +39 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
collezionemaramotti.org



Note biografiche

Phoebe Unwin è nata a Cambridge, UK, nel 1979. Vive e lavora a Londra. Ha ottenuto un BA (Hons) Fine Art all’Università di Newcastle e un MFA  in Pittura presso la Slade School of Fine Art di Londra. Tra le mostre personali più recenti: Amanda Wilkinson Gallery, Londra (2018, 2015, 2013); The Corridor, Reykjavík (2012); Honor Fraser Gallery, Los Angeles(2009). Ha preso parte a numerose esposizioni collettive in varie sedi, tra cui: K Space, Gwacheon (2018); Tenderpixel, Londra; Breese Little, Londra (2017); Towner Art Gallery, Eastbourne; Saatchi Gallery, Londra; Tate Britain, Londra; Stiftung Museum Schloss Moyland, Bedburg-Hau (2016); Leeds Art Gallery, Leeds (2015); Contemporary Art Society, Londra (2014); CSW Ujazdowski Castle, Varsavia (2013); Royal Academy, Londra (2012).

26/02/18

Painting Piece-By-Piece





Il prossimo 4 Marzo apre presso la Collezione Maramotti la prima mostra europea della pittrice americana Sally Ross  "Painting Piece-By-Piece" con cinque grandi opere dal 2013 al 2015, recentemente acquisite dalla Collezione Maramotti. 

Le opere in mostra rivelano i loro componenti e le loro combinazioni, il pensiero e il lavoro manuale sottesi alla loro realizzazione, pur conservando una qualità enigmatica, al contempo elusiva e diretta. 

La base su cui poggia il lavoro di Ross è il luogo reale in cui dà vita alla creazione artistica: lo studio, e in particolare il pavimento dello studio, su cui le opere sono inizialmente assemblate, come mappe che si disperdono in diverse direzioni, con frammenti di tela cuciti tra loro come in una sorta di trapunta cubista. 

È un paesaggio che l’artista osserva dall’alto e compone pezzo dopo pezzo.

 I lavori spesso presentano una tridimensionalità, non solo nel caso delle protrusioni sculturali di alcuni dipinti, ma anche dei blocchi che ne delineano le superfici. Il materiale vero, ad esempio un pezzo di flanella a scacchi verde e nera della sua stessa giacca, entra nella tela, la completa come la tessera di un puzzle; il materiale, reale anziché dipinto, suggerisce un trompe-l’oeil al contrario. Alcune parti sono composte da pattern creati e stampati dall’artista stessa, come squame di pesce o venature del legno, o appropriate da materiali esistenti, le righe delle lenzuola o gli intrecci di una sedia da giardino, per esempio. 

 È presente anche una sorta di “action-writing”, delle marcature che introducono l’atto del disegnare. L’artista combina oggi liberamente pittura, stampa, collage, scultura, disegno. Nonostante la natura giocosa e performativa del suo lavoro, non c’è alcuna celebrazione del colore. 

La palette di Ross tende a tonalità sobrie e riflessive, dal bianco e grigio sfumati al marrone e nero terrosi, i colori fuoriescono dalle assi del pavimento di legno e dai mattoni della vecchia rimessa che è il suo studio ormai da molti anni. L’opera di Ross è al contempo radicata nel presente e atemporale. 

Davanti ai suoi quadri, vengono subito alla mente artisti in una sorta di passaggio dagli anni ’50, ’60 e ’70, fino a noi: Anni Albers, Lee Bontecou, Alberto Burri, Franz Kline, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Cy Twombly, Alan Shields; ma la qualità organica delle sue opere, soprattutto esposte in Italia, può evocare la tradizione dell’Arte Povera. I “combines” di Ross rianimano un periodo di esplorazione in cui l’arte in generale e la pittura in particolare immaginavano di poter essere qualcosa di diverso, qualunque cosa. 

Nonostante i ripetuti annunci sulla morte della pittura già alla fine degli anni ’60, il suo lavoro propone che è ancora possibile, che ancora esiste. L’autentica pratica dell’arte come esperimento non appartiene al passato, è anzi uno dei segni più visibili che per gli artisti, e per noi, questo ha un futuro oltre una perpetua fase finale, che la pittura resta connessa alla sua storia e va avanti. 

Accompagna la mostra un catalogo con un testo di Mario Diacono e una conversazione fra Sally Ross e Bob Nickas.

 Private view su invito: 3 marzo 2018, alle ore 18.00, alla presenza dell’artista. 
4 marzo – 29 luglio 2018 
Visita con ingresso libero negli orari di apertura della collezione permanente. 
Giovedì e venerdì 14.30 – 18.30 Sabato e domenica 10.30 – 18.30 Chiuso: 25 aprile, 1° maggio 
Info Collezione Maramotti Via Fratelli Cervi 66 42124 Reggio Emilia 
tel. +39 0522 382484 info@collezionemaramotti.org www.collezionemaramotti.org

26/04/17

Postnaturalia



La Collezione Maramotti continua la sua proposta di interessanti progetti artistici, ora è la volta di Postnaturalia una complessa installazione scultorea realizzata da Krištof Kintera, con la collaborazione di Richard Wiesner e Rastislav Juhás. 


Il titolo appare ampiamente esplicativo: lo scenario in cui si inscrive la nostra esperienza quotidiana come singoli e come collettività non è più quello del mondo naturale.



Nella cosiddetta “età del rame”, basata sulla trasmissione di energia e informazioni, la natura è paragonata da Kintera a un enorme sistema nervoso; anche per questa ragione il suo progetto si innesta in diversi spazi della Collezione come in un organismo vivente.

In primis la Natura viene ricreata e rigenerata nello spazio denominato Laboratorio dell’artista. Immagini, fotografie, appunti e disegni alle pareti, materiali di scarto, elettrici ed elettronici, alambicchi, lampade, sostanze chimiche sono tutti strumenti e oggetti del mestiere che divengono per l’artista elementi generativi di una nuova bellezza naturale. Nello spazio sono presenti anche alcuni video che riportano suoni e processi di lavoro reali di Kintera nel suo studio a Praga.






Prendendo a modello l’attitudine antica dello scienziato e i suoi prototipi (modellini ed erbari conservati in teche nel laboratorio) nuovi tipi di piante vengono coltivate, classificate e seminate in un ampio sistema nervoso para-vegetale che trova spazio in una seconda sala della Collezione. Il Systemus Postnaturalis presenta un tappeto sintetico di piante che cresce tra un’intricata rete radicolare di rame: tre isole che sono raccordate tra loro da percorsi esperibili dal visitatore. Anche la luce, che ne favorisce la crescita, viene pilotata artificialmente nello spazio.


Nell’ingresso principale, fra l’atelier e il bosco sintetico, si innalza un’imponente scultura di oltre tre metri, Electrons Seeking Spirit; l’opera, realizzata con cablature di fili che ne costituiscono lo scheletro portante, termina con una testa animale. Intorno a questa gravitano altre piccole sculture, creature che provocano un senso di panico collettivo per un “sistema senza spirito”.

Uscendo in giardino, sotto piante vere, le opere Praying Woods sono ritualmente protese verso il cielo o prostrate verso la terra. La loro struttura fa parte della “natura naturale”: raccolte dall’artista nei boschi del suo Paese, sono state immerse e congelate in un bagno d’argento.

A questa proliferazione di suggestioni nella Collezione si sommano opere disseminate in altri luoghi della città di Reggio Emilia.

Public Jukebox è un’installazione sonora, che sarà attiva per un mese in Piazza della Vittoria, da poco oggetto di riqualificazione. È una scultura itinerante che ha toccato vari luoghi d’Europa; ogni volta il repertorio sonoro viene aggiornato con la musica del luogo che la ospita. Grazie all’aspetto fortemente evocativo e socializzante della musica, si generano interessanti e inaspettate associazioni di persone e nuovi tipi di relazione.

In un antico cabinet della sezione naturalistica dei Musei Civici, antica istituzione culturale della città che ospita anche la prestigiosa wunderkammer di Lazzaro Spallanzani, prendono posto alcune sculture di Kintera in sostituzione dei modellini vegetali presenti nel Laboratorio dell’artista: scambio fruttuoso, dialogo aperto sull’attitudine scientifica della raccolta e della classificazione.
Accompagna inoltre la mostra un libro d’artista, strettamente connesso al progetto, composto da due sezioni: Herbarium e Cuprum Factum. La prima pone in dialogo, attraverso l’analogia, le nuove creazioni di sintetica bellezza con disegni o incisioni storiche o pagine di erbari di soggetti botanici, molti dei quali tratti dalle Collezioni naturalistiche dei Musei Civici; la seconda accoglie testi e immagini sul processo di creazione delle opere in laboratorio e quelle presenti in mostra.

Kintera si insinua nel tema del “post-naturale” con vivide suggestioni visive che conduce con spirito ironico, giocoso ma anche amaro, nel quadro di una complessa interrogazione sociale e politica sul nostro tempo, mosso dalla speranza di sollecitare consapevolezza su una questione di grande attualità.

Il rapporto con la “Natura naturale”, il tentativo di conoscere, anche immaginando, e di dare un ordine alle diverse forme di vita biologica – ancoraggio alla nostra tradizione culturale – sono per Kintera un punto di partenza che viene provocatoriamente sovvertito costruendo scenari totalmente artificiali, lavorando e generando nuovi materiali sintetici e prodotti di scarto che costituiscono il nostro habitat quotidiano para-naturale. Una provocazione malinconica che induce il desiderio di creare scenari alternativi in cui scienza e tecnologia – protagoniste nella costruzione del nostro paesaggio fisico e del nostro sistema di relazioni – possano procedere alla costante ricerca di un “nuovo umanesimo” in cui l’uomo – e non la sommatoria delle sue funzioni – rimanga solidamente al centro e avanzi senza dimenticare la sua identità, la memoria culturale collettiva in cui si inscrive la sua esistenza e la permanenza di relazioni reali.

L’artista allora può forse suggerire una nuova tessitura poetica alla tecnologia in cui non “smemoriamo” chi siamo?





19 marzo – 30 luglio 2017
Visita con ingresso libero negli orari di apertura della collezione permanente.
Giovedì e venerdì 14.30 – 18.30
Sabato e domenica 10.30 – 18.30
Chiuso: 25 aprile, 1° maggio

17/09/11

Alessandro Pessoli alla Collezione Maramotti



Tre grandi tele si richiamano e si rispecchiano evocativamente l’una con l’altra e assumono come matrice, come “fiamma pilota” il complesso soggetto della Crocifissione. La pittura di Pessoli è eclettica, ricca di memorie e sedimentazioni storiche (dalla metafis ica, al surrealismo, alla cultura visiva popolare) con le quali intrattiene un’adesione empatica, riuscendo perfettamente a interiorizzare il senso di una continuità nella storia dell’arte.

In questa mostra, come in altre opere della sua recente produzione, le immagini appartenenti a una tradizione iconografica religiosa si attualizzano e divengono portatrici di potenziali reinvenzioni figurali. Mantenendo questo registro di fondo, Pessoli reinventa, ricalibra le forme e l'intensità emotiva di queste figure mettendole in stretto dialogo col paesaggio che le accoglie, attribuendo loro una diversa leggerezza, creando un equilibrio fra dramma e giocosità pittorica. Processualmente il suo lavoro è costruito con una fluida eterogeneità di tecniche e di stili: la manualità artigianale del collage e della v ernice spray applicata mediante l’uso di mascherine, si compenetra col più tradizionale gesto pittorico, diventandone parte integrante.

La pittura di Pessoli si forma pertanto attraverso un processo di costruzione e decostruzione linguistica, simbolica, fisica, in cui spesso le parti cancellate, coperte, sopravvissute costituiscono la struttura portante del dipinto, alla ricerca di una verità interiore, che si manifesta nella vitalità dell’immagine e della pennellata, obiettivo a cui l’artista continuamente tende nel suo lavoro. La pittura è sempre stata per Pessoli un linguaggio di elezione, dal suo inizio, fine degli anni Ottanta, ad oggi.

La Collezione Maramotti prosegue con questa mostra l’attività progettuale esponendo o pere realizzate ad hoc dagli artisti invitati che divengono parte della Collezione permanente con l’obiettivo di fondere pratiche di acquisizione e di accrescimento del patrimonio iconografico con quelle della sua fruizione pubblica.