Un augurio di un lieto giorno di Pasqua
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20/04/25
19/04/25
Auras
Tra le opere incluse ci sono immagini di amici e amanti, modelle e muse, individui potenti ed enigmi anonimi, articolati in modi che spaziano dal realismo vigoroso al simbolico e all'allegorico.
18/04/25
Echoes per EXPOSED 2025
Con una serie di progetti speciali, happenings e laboratori: tra arte e sperimentazione debutta Echoes, il programma collaterale di EXPOSED Torino Foto Festival. Musei, archivi e spazi indipendenti scendono in campo per la seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival: a far da corollario alle 12 mostre del programma principale, un programma diffuso che copre tutta la città.
La seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival (16 aprile – 2 giugno 2025) si arricchisce di un programma collaterale, dal titolo Echoes, che coinvolge archivi, musei e spazi indipendenti. Un palinsesto di mostre, proiezioni, incontri e progetti speciali intreccia il mondo della fotografia, con quello dell’arte contemporanea, e della cultura in generale. Talk, laboratori, video proiezioni condurranno i visitatori in un viaggio nel mondo dell’arte contemporanea, all’insegna della sperimentazione artistica e della riflessione sulle nuove frontiere della fotografia, intesa nella sua accezione più ampia.
L’idea di Echoes è stimolare il dialogo tra pubblico, artisti e curatori, creando una rete tra diverse istituzioni culturali, anche molto differenti tra loro, per dare vita a un evento diffuso in città, capace di superare i confini tradizionali del festival, per condurre la fotografia in contesti anche inediti e apparentemente lontani e riflettere sulle sue molteplici evoluzioni.
I progetti speciali creati per EXPOSED: Musei e arte contemporanea
La Reggia di Venaria inaugura il 17 aprile alle 18.00 Giorgio Ciam. Essere un altro (17 aprile – 2 giugno), curata da Elena Re, direttrice dell’Archivio Giorgio Ciam.
Ruota attorno al concetto di trasformazione, l’opera di Giorgio Ciam (1941-1996). La mostra celebra l’opera dell’artista Sulla pelle (1974), dalla serie Essere un altro. È una sequenza di dodici grandi tele fotografiche, realizzate con fotomontaggio e intervento pittorico: dal ritratto di Giorgio Ciam, via via emerge l’artista suo amico George Segal. L’identità è al centro di una ricerca artistica che stimola riflessioni sulla materialità e sulla mutabilità del reale. In programma, il 22 maggio alle 18.00 sempre alla Reggia di Venaria un incontro dal titolo Materialità e mutabilità ovvero Giorgio Ciam, tenuto dalla curatrice Elena Re.
Tra i musei che hanno raccolto l’appello di EXPOSED Torino Foto Festival offrendo al pubblico una propria offerta culturale originale, c’è il Museo Egizio. In occasione del suo bicentenario l’Egizio ha inserito nella sua collezione le opere di due artisti contemporanei, Ali Cherri e Sara Sallam, che dopo una residenza, hanno reinterpretato alcuni reperti della collezione in chiave postcoloniale. Nicola Dell’Aquila, fotografo del Museo, ha documentato la genesi torinese delle opere artistiche di Cherri. Dal 15 aprile i suoi scatti sono in mostra nelle arcate auliche a piano terra del Museo con il progetto La materia dell’arte (15 aprile – 2 giugno), che dialoga idealmente con le installazioni scultoree dell’artista. Visite speciali guidate con il fotografo Dell’Aquila e il curatore del Museo Egizio, Paolo Del Vesco sono previste il 18 aprile e il 7, il 14 e il 21 maggio. My Ancestors and I In Diaspora: Empathic Storytelling as Decolonial Healing è invece il titolo del talk dell’artista Sara Sallam in dialogo con il curatore dell’Egizio, Paolo Del Vesco, che il 19 maggio affronta i temi della dispersione del patrimonio culturale e la costruzione di una relazione empatica con gli oggetti quale mezzo per riparare le ferite di un passato coloniale.
Puntare lo sguardo dove l’occhio del pubblico non può arrivare, oltre il sipario, le quinte, oltre qualsiasi divisione che in un teatro separa lo spazio scenico da quello abitato dalla comunità degli spettatori: è quanto si propone di fare la mostra fotografica Behind the Scenes (16 aprile – 29 giugno 2025), al Teatro Regio Torino – Galleria Tamagno, con scatti di Mattia Gaido, Andrea Macchia, Ramella & Giannese e Daniele Ratti. Nella vita di tutti gli artisti d’opera e di teatro c’è un momento sospeso, una condizione in cui non sono più semplici persone e non ancora personaggi. È un momento inafferrabile ai più, che coinvolge il cantante solista così come l’artista del coro, il piccolo cantore e il figurante: vestiti e truccati come i personaggi cui stanno per dar la vita sul palcoscenico, non lo sono ancora, e al contempo non hanno più i connotati e l’identità di chi sono normalmente nella vita reale. Le immagini di Behind the Scenes, selezionate tra migliaia realizzate al Teatro Regio negli ultimi tre decenni, restituiscono attraverso espressioni dei volti e gestualità decontestualizzate dallo spettacolo il disorientamento tutto speciale di questa “terra di mezzo” tra realtà e finzione, e svelano al contempo la verità di un lavoro tanto suggestivo quanto complesso.
Anche il Museo Nazionale della Montagna ha ideato un progetto speciale sul piazzale del Monte dei Cappuccini dal titolo Disparition (16 aprile – 2 giugno), a cura di Andrea Lerda, nato dalla collaborazione tra l’artista Sibylle Duboc, il Museo e Mucho Mas!. Nell’ambito di una ricerca incentrata sui temi dell’emergenza climatica e delle modificazioni dell’ambiente alpino, a causa dell’effetto delle attività, Duboc presenta un’installazione fotografica concepita appositamente per la Terrazza panoramica.
17/04/25
Array of Thorns
16/04/25
Fondazione Prada
“TYPOLOGIEN: PHOTOGRAPHY IN 20TH-CENTURY GERMANY” fino al 14.7.2025
“Typologien” è un’estesa indagine dedicata alla fotografia tedesca del Novecento. Il progetto, in corso fino al 14 luglio 2025, è curato da Susanne Pfeffer, storica dell’arte e direttrice del MUSEUM MMK FÜR MODERNE KUNST di Francoforte.
La mostra, ospitata nel Podium, lo spazio centrale della sede milanese, si propone di applicare il principio della “tipologia”, nato nel XVII e XVIII secolo in botanica per classificare e studiare le piante. Questo concetto si è successivamente sviluppato nella fotografia a partire dall’inizio del Novecento, affermandosi in Germania nel corso del XX secolo. Paradossalmente il principio formale proposto permette di stabilire analogie inaspettate tra artisti tedeschi di diverse generazioni e al contempo rivelare i singoli approcci alla fotografia.
Il percorso espositivo segue un ordine tipologico e non cronologico, riunendo oltre 600 opere fotografiche di 25 artiste e artisti: Bernd e Hilla Becher, Sibylle Bergemann, Karl Blossfeldt, Ursula Böhmer, Christian Borchert, Margit Emmrich, Hans-Peter Feldmann, Isa Genzken, Andreas Gursky, Candida Höfer, Lotte Jacobi, Jochen Lempert, Simone Nieweg, Sigmar Polke, Gerhard Richter, Heinrich Riebesehl, Thomas Ruff, August Sander, Ursula Schulz-Dornburg, Thomas Struth, Wolfgang Tillmans, Rosemarie Trockel, Umbo (Otto Umbehr) e Marianne Wex. Il progetto crea connessioni inattese tra pratiche artistiche diverse tra loro, ma accomunate da un principio o da una volontà condivisa di classificare la realtà.
Come afferma Susanne Pfeffer: “Solo l’accostamento permette di scoprire, nel confronto diretto, che cos’è individuale e che cos’è universale, normativo o reale. Le differenze attestano la ricchezza della natura e dell’immaginazione umana: la felce, la mucca, l’essere umano, l’orecchio, la fermata dell’autobus, il serbatoio dell’acqua, l’impianto stereo, il museo. Il confronto tipologico lascia emergere differenze e somiglianze, e coglie le specificità. Aspetti finora sconosciuti o ignorati della natura, dell’animale o dell’oggetto, di un luogo o di un tempo, si rendono visibili e riconoscibili”.
“NADA” è la mostra monografica concepita dall’artista belga Thierry De Cordier appositamente per i tre ambienti della Cisterna nella sede di Milano. In programma fino al 29 settembre 2025, il progetto espositivo riunisce dieci dipinti di grandi dimensioni della serie NADA, realizzati tra il 1999 e il 2025. Le prime opere di questa serie nascono dall’esplicita volontà dell’artista di cancellare l’immagine della crocifissione. Le opere che ne derivano non sono più una forma di pittura negativa, ma un tentativo ultimo di sperimentare, per usare le parole dell’artista, la “grandezza del nulla”.
Esporre i lavori della serie NADA nello spazio della Cisterna è una scelta intenzionale. L’architettura post-industriale, che comprende tre sale sviluppate in altezza e illuminate dalla luce che filtra dall’alto, evoca uno spazio sacro o ecclesiastico in termini di dimensioni e conformazione.
Come ricorda De Cordier, “Il mio primo dipinto nero (oggi distrutto) era il risultato di una sola intenzione: abolire l’immagine del Cristo in croce sebbene solo in maniera esemplificativa. Non ho mai pensato di realizzare un bel quadro. Il mio unico obiettivo era annientare, dal punto di vista simbolico, un’iconografia cristiana dalle radici profonde. In quel momento volevo solo questo. Un giorno, mentre ero immerso nella lettura della biografia del mistico spagnolo San Giovanni della Croce, mi sono imbattuto in questo passaggio: ‘Nessuna enfasi, solo rigore assoluto. La ricerca del NADA (il ‘nulla’) della Croce; il pensiero dell’unica cosa necessaria…’. All’improvviso è apparsa in me una visione e ho compreso a fondo il significato dei dipinti slegandoli dal vincolo restrittivo in cui erano imprigionati. Come liberate dalla negazione originale (che mi aveva spinto a dipingerle), le tele iniziavano gradualmente a evolversi fino alla realizzazione ultima della pittura: il sublime”.
15/04/25
Dieter Roth
14/04/25
Loboda
Una costellazione di opere e installazioni scultoree nuove ed esistenti, Lore di Maria Loboda è un racconto contorto: uno che richiede tempo, o potrebbe non essere possibile, per essere completamente svelato. I passaggi che incontriamo sono a tratti intimi e invitanti, a tratti inquietanti ed enigmatici: un interno accogliente e buio con fronzoli medievali, pareti ornate da finte travi a vista in stile Tudor (Pearly, Ashy, Thorny like Bliss or Worry, 2025). Come la casa di una strega delle fiabe, vi entriamo, forse con cautela, per scoprire cosa si è accumulato nelle sue ombre; notiamo, gradualmente, i segni del decadimento e cifre criptiche, la scrittura sul muro.
Una presenza indistinguibile può essere percepita in motivi misteriosi e fili vaganti e sciolti. Collezioni di bollette non pagate lasciate ad accumularsi sui mobili sembrano parlare di negligenza, assenza o fastidi quotidiani. Finiscono per dirci qualcosa di più, anche se altrettanto oscuro. Qualcosa di contesti scartati, di temi, materiali ed elementi che vengono ripresi più e più volte, ogni volta tirati e contorti in strane nuove forme. Potremmo chiederci perché tali minuzie siano necessarie per raccontare questa storia, poiché sembrano condurci fuori strada, prendendo brusche svolte o precipitando ulteriormente in labirinti intricati. Questa è la natura del narratore della storia: imprevedibile, sfuggente, un esperto tessitore di storie che scivolano tra le dita e si avvolgono strettamente attorno a loro. Le loro parole, cineree e fragili, si trasformano in polvere, disperdendosi nell'aria e attaccandosi a ogni superficie con un residuo troppo ostinato da rimuovere. I frammenti si induriscono in fili narrativi che si annodano insieme: come ragnatele ammassate negli angoli oscuri delle scomode verità e degli inganni della vita, diventando momentaneamente illuminate, ma rimanendo intrappolate nella foschia dell'inconoscibile.
In tutte le varie stanze, casse di legno di vasi di vetro sono accatastate in un'esposizione apparentemente transitoria in Vase-mania/Urn Burial (2025). Riflette la cosiddetta mania di collezionare vasi classici greci e romani nell'Inghilterra del XVIII secolo, alimentata dalle scoperte archeologiche durante questo periodo turbolento. Come risultato del desiderio e dell'insaziabilità per lo status e l'apparenza di conoscenza, gusto e raffinatezza offerti dall'esposizione di tali oggetti in casa, le imitazioni sono state prodotte in serie per una più ampia disponibilità. Gli oggetti traslucidi esposti qui, tuttavia, sono design modernisti basati su vasi scandinavi e polacchi degli anni '50-'60. Sembrano particolarmente fragili, mentre le lacrime bulbose scorrono in lunghi rivoli lungo i loro corpi: un'effusione fugace e ambigua, potenzialmente volatile, di emozioni congelate nel vetro. Piangendo come in lutto, i vasi sono antropomorfizzati e conferiti con un carattere quasi funerario, come le urne. La preoccupazione del misterioso collezionista potrebbe essere qualcosa di indefinibile, ciò che non può essere afferrato: un fascino per le questioni dell'esistenza. Questo atto di collezionare è di natura rituale.
Gli insetti sciamano fuori e sopra lampade da parete frammentate e geometriche realizzate in alabastro spettrale, dopo quelle del designer francese Art Déco Pierre Chareau, in The Chosen (2019). L'aspetto degli insetti tassidermizzati potrebbe sembrare indicare l'abbandono e l'erosione di un interno domestico un tempo elegante, sebbene creature così rare e belle si rivelino un'intrusione piuttosto improbabile. Il titolo dell'opera conferisce un sottotono spirituale o mistico, mentre illustra l'istinto di base degli insetti che sono attratti dalla luce, a volte a loro rischio e pericolo, una sorta di sacrificio. I pannelli bianchi illuminati delle lampade diventano altari per questi esemplari scelti con cura, o tombe di un certo tipo.
13/04/25
Roteation
12/04/25
Satellites di Nicolas Winding Refn e Hideo Kojim
Il quinto piano dell’edificio progettato da Herzog & de Meuron ospita “Satellites”, una nuova collaborazione tra Refn e Kojima che mette in luce le loro affinità elettive, consentendo ai due autori di trascendere la dimensione individuale e superare le barriere linguistiche. Queste si dissolvono in una connessione profonda generata da processi di pensiero condivisi, sviluppati insieme per oltre un decennio. Il progetto apre la strada a un futuro territorio comune reso possibile da tecnologie che sfumano i confini tra i media.
I visitatori sono accolti da una scenografica ispirata ai set cinematografici, dove appaiono immagini sospese di Refn e Kojima impegnati in una conversazione contemplativa in cui esplorano il concetto universale di relazione umana. La connessione tra due entità distanti, evocata dalle orbite metaforiche dei satelliti che danno il nome alla mostra, è alla base dell’intero progetto. Questo tema si riflette nelle dinamiche di gioco concepite da Kojima, in cui la connessione tra territori e persone ridefinisce il concetto di multiplayer, e nella poetica cinematografica di Refn, dove concatenazioni mentali e affettive trascendono le leggi della realtà.
Entrambi gli artisti lavorano nella convinzione che oggi le industrie e i processi del cinema e dei videogiochi tendono ad avvicinarsi e sovrapporsi, e che in futuro possano fondersi in una dimensione digitale condivisa che utilizza le stesse tecnologie. Questo paesaggio digitale unificato apre a nuove possibilità di esperienze individuali e collettive, ridisegnando i confini tra le due dimensioni.
Il quinto piano di Prada Aoyama Tokyo è trasformato in un appartamento anni Cinquanta formato da una camera da letto e riscostruito in ogni dettaglio. Oggetti quotidiani come un divano, un letto, una lampada e un telefono sembrano appartenere a un’altra epoca, dando vita a uno spazio domestico tangibile che trasporta i visitatori in una realtà alternativa.
L’installazione include sei televisori progettati come astronavi retro-futuristiche, i cui pannelli aperti rivelano un intricato intreccio di componenti elettrici, cavi e circuiti. All’interno degli schermi, le immagini sospese di Nicolas Winding Refn e Hideo Kojima sono impegnate in una conversazione introspettiva e meditativa. Il suono delle loro voci, una in inglese, l’altra in giapponese, invita i visitatori a partecipare a un’esperienza intima di scoperta e interpretazione. Il dialogo esplora temi come l’amicizia, la collaborazione creativa, nuove tecnologie e creatività, identità e comunicazione, la morte e ciò che viene dopo.
La seconda parte dell’installazione si sviluppa nel camerino adiacente. Al suo interno, un lettore di musicassette si trova tra pile di nastri contenenti brani audio e colonne sonore cinematografiche che si intrecciano a versioni alternative della conversazione di Refn e Kojima, tradotte in diverse lingue tramite sistemi di intelligenza artificiale. Navigando tra le varie lingue di ogni nastro i visitatori possono creare la propria versione unica e personalizzata del dialogo.
In “Satellites”, la presenza e l’assenza, il fisico e l’immateriale, l’analogico e il digitale sono i poli di un movimento di esplorazione continua, in cui i visitatori sono invitati a partecipare per fare un’esperienza attiva della mostra.
11/04/25
Punto improprio
Le grandi finestre della galleria Stein sono bellissime” mi scrive Elisabetta, in effetti sono un elemento forte dello spazio, la soglia che separa il dentro e il fuori, sospesa tra due realtà. È sulla dimensione e sugli affacci di queste finestre che l’artista ha lavorato per la sua nuova mostra personale, mettendosi in relazione con lo spazio interno ma anche con quello esterno. Un grande arazzo di mosaico di vetro è germinato sulla parete di fronte al giardino, fatto di rottami di vetro che brillano come un acquarello di luce, un arazzo fatto di tante piccole tessere che, come pixel, formano il disegno di una forte ramificazione che ricorda una grande radice ma anche le connessioni che avvengono nel cervello attraverso le sinapsi o gli intrecci dei grandi alberi nel giardino.
“I fili delicati del mondo vegetale e i circuiti del corpo umano evocano relazioni, ricordando le intricate reti della comunicazione umana, quando si parla di circuiti o di reticoli, pensiamo ad esempio alla struttura complessa dei vasi linfatici delle foglie, al reticolato disegnato sull’epidermide umana, oppure ai tracciati delle metropolitane, o ancora alla complicatissima sagoma di una cellula nervosa: se osservati da vicino, questi elementi apparentemente lontani rivelano numerose assonanze.” Le parole di Elisabetta Di Maggio racchiudono con chiarezza il nucleo concettuale che da anni guida e spinge avanti la sua ricerca. Il suo lavoro è una riflessione metaforica sull’esistenza, un’indagine sulla nostra condizione di frammenti all’interno di un sistema più vasto, un tutto organico in continuo divenire. Nella dimensione del micro e del macrocosmo, la natura si rinnova incessantemente, seguendo leggi di straordinaria fecondità, e l’arte di Elisabetta si muove dentro questo flusso, esplorando la sottile trama che lega ordine e trasformazione, struttura e metamorfosi...




















