Translate

Visualizzazione post con etichetta Mao. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mao. Mostra tutti i post

02/08/26

MAO - Paesaggi da sogno

  Rakuchu Rakugai zu (Scene della Capitale e dintorni), Giappone, 1626 ca.; paravento a sei ante; Inchiostro, tempera e foglia d'oro su sette strati di carta. Bordo di seta damascata e montatura in legno laccato.

Il ricco ed affascinante patrimonio esposto al MAO Museo d’Arte Orientale di Torino viene arricchito fino al 29 Novembre della mostra "Paesaggi da sogno / Dreamscapes", dedicata alla celebre serie Le 53 stazioni della Tōkaidō di Utagawa Hiroshige, uno dei capolavori assoluti dell’arte giapponese dell’Ottocento, di proprietà di UniCredit.
 
Il percorso espositivo riunisce una selezione di 36 stampe con l’intento di restituire al pubblico la dimensione immersiva e “cinematografica” di quel mondo fluttuante, ampliando lo sguardo anche ad alcuni oggetti e alle forme della cultura materiale che hanno accompagnato e reso possibile l’esperienza del viaggio nel Giappone tra XVIII e XIX secolo.
 
Il progetto – seconda parte di un percorso già avviato al MAO nel 2025 – è curato da Laura Vigo, Conservatrice per l'arte e l'archeologia asiatica presso il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), con Claudia Ramasso, conservatore del MAO, e si avvale di un’importante collaborazione con i Musei Reali di Torino.
 
Nelle sale del MAO, le celebri vedute della Tōkaidō dialogano con una sella (kura) in legno laccato con decorazioni in oro e l’album fotografico Views of Japan di Felice Beato, due opere di grande valore provenienti dalle collezioni dei Musei Reali di Torino. Entrambe offrono una testimonianza tangibile della cultura del viaggio lungo le grandi arterie del Giappone in epoca Edo e dell’immaginario evocato dalle stampe.
 
Grazie alla collaborazione con il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), l’esposizione adotta un approccio ecologicamente sostenibile alla progettazione, in linea con l’orientamento sviluppato dal MAO negli ultimi anni, volto a valorizzare il pensiero curatoriale e il contributo scientifico per un uso consapevole delle risorse museali. La serie conservata al MAO è infatti identica a quella presente nelle collezioni del MMFA: questo consente di realizzare una mostra in cui non sono le opere a viaggiare, ma la prospettiva curatoriale e l’apparato di mediazione museale che la accompagnano. Il progetto si avvale dei contenuti didattici sviluppati dal museo canadese in occasione della presentazione della serie nel 2024, proposta con la medesima chiave interpretativa basata sulla vita sociale ed economica di questi oggetti culturali effimeri al tempo in cui furono prodotti. Attraverso le tecniche di comunicazione verbale ispirate alla Visual Thinking Strategy, la narrazione riesce a rendere più accessibili – e pertinenti – contenuti scritti complessi al più grande numero di lettori.

Realizzata per la prima volta nel 1833 e pubblicata dalla casa editrice Hōeidō di Takenouchi Magohachi, la serie riscosse un successo immediato, rivoluzionando il panorama degli ukiyo-e, le celebri xilografie a blocchi di legno. Stampata in oltre 15.000 copie, la Tōkaidō divenne un vero e proprio bestseller dell’epoca Edo, accessibile a tutti: le singole stampe costavano quanto una ciotola di ramen, venivano comprate e presto dimenticate.
 
Queste immagini furono rivoluzionarie. Non nacquero come opere da museo, ma piuttosto come prodotti editoriali di largo consumo, e fu solo successivamente, durante la seconda metà del XIX secolo, che in Occidente vennero riscoperte e consacrate come opere d’arte.
In questo contesto la direzione artistica di Takenouchi Magohachi fu cruciale: non solo nella stampa e distribuzione, ma anche nel concept narrativo e visivo dell’intera serie, costruita come una sorta di storyboard ante litteram, pensato per catturare l’attenzione di un pubblico ampio, assetato di immaginazione e novità.
 
Ma cosa rende questa serie così speciale rispetto a tutte le altre? Hiroshige, artista proveniente da una famiglia samurai, ebbe l’intuizione di trasformare un tema allora già molto conosciuto – il tragitto lungo la Tōkaidō, 490 km di strada che collegavano Edo (l’odierna Tokyo) a Kyoto – in un racconto visivo capace di mescolare realtà e immaginazione. Con un linguaggio visivo accessibile e modernissimo, ispirato all’arte tradizionale giapponese, ma con profonde suggestioni occidentali (come la prospettiva centrale, l’ombreggiatura, il formato orizzontale e l’uso del blu sintetico), Hiroshige e la sua squadra non si limitarono a rappresentare il paesaggio: lo reinventarono. Ogni stampa diventa così una scena onirica, atmosferica, capace di evocare sogni di viaggio e avventura.
 
La Tōkaidō era una delle cinque grandi arterie del Giappone Tokugawa, istituita nel 1601 e percorsa da daimyo, pellegrini e, col tempo, da mercanti e viaggiatori comuni. Ogni stazione di posta offriva alloggi, cibo, servizi di tutti i generi e prodotti tipici. Hiroshige ed il suo team seppe restituire tutto questo, trasmettendo il senso del movimento, la vivacità e la varietà degli incontri e il fascino di un paese in movimento e in trasformazione. Le sue stampe trasformarono l’ordinario in straordinario, aprendo al pubblico giapponese – e in seguito anche a quello occidentale – un mondo sospeso tra realtà e sogno.



 Contestualmente all’apertura della mostra, nella galleria Giappone 1 verranno esposti al pubblico anche due coppie di paraventi, una della serie Rakuchū rakugai zu (“Vedute della capitale e dei suoi dintorni”), di proprietà della Fondazione Compagnia di San Paolo, e un’altra che rievoca episodi cruciali della Guerra Genpei del XII secolo (“Le battaglie di Ichinotani e Yashima”), appartenente alla collezione del MAO.
 
I paraventi, recentemente restaurati, sono raffigurazioni enciclopediche: da un lato le vedute della capitale, in cui luoghi panoramici e monumenti legati alle festività stagionali di Kyoto sono magnificamente immortalati — tra nuvole dorate fluttuanti — dagli artisti della scuola Kanō; dall’altro le rappresentazioni della Guerra Genpei, in cui la pittura epica celebra episodi del XII secolo, rielaborati in età Tokugawa come rievocazione del passato guerriero e della continuità del potere dei samurai.
La prima coppia di paraventi commemora il corteo dell’imperatore Go-Mizunoo per il festival di Gion del 6 settembre 1626, mostrando la parte orientale della città e il festival estivo che domina la vita delle strade da un lato e il castello di Fushimi e la metà occidentale della capitale dall’altro. Come i paesaggi da sogno di Hiroshige, tra le nuvole si intravedono vedute aeree di altre attività urbane, sia commerciali che di svago. Tuttavia, a differenza delle democratiche stampe delle 53 stazioni del Tōkaidō, queste erano cartografie di lusso che, seppure leggibili da chiunque all'epoca, sarebbero state accessibili esclusivamente a una ristretta élite.
La seconda coppia rievoca invece alcuni momenti salienti della Guerra Genpei tra i clan Minamoto e Taira nel XII secolo. Bandiere araldiche, samurai a cavallo armati di archi, imbarcazioni all’arrembaggio e alabarde che emergono tra nubi dorate animano una scena intensa e drammatica, dove l’esito è già noto: un evento epico, espressione di continuità politica e di casta.
Pur essendo state prodotte in epoca coeva, i paraventi e la serie di stampe esposti rappresentano due punti di vista antitetici: da un lato l’esaltazione del potere, apprezzata dalla ristretta cerchia di nobili e samurai, dall’altro un inno discreto alla vita quotidiana e al movimento, amata e consumata da ampie fasce della popolazione.
Accesso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.

23/02/26

Intime trasformazioni installative


Gli spazi del museo MAO a Torino presentano la prima grande mostra personale dell'artista Chiharu Shiota in Italia, un progetto ideato in collaborazione col Mori Art Museum di Tokyo, che proprio in questi giorni festeggia il successo di oltre 100.000 visitatori, conquistati da questo intenso lavoro estetico ed emotivo. 

La mostra è un delicato viaggio nel complesso universo intimo di quest'artista che condivide con le sue opere la sua fragilità del vivere. 


 L'allestimento inizia subito nella Corte dove è presente l'opera "Dove stiamo andando" fatta di lane e fili metallici che ci vuol far riflettere sul flusso relazionale nel procedere quotidiano. 

Attraversato questa sollecitazione incontriamo l'intervento "inside/outside" realizzato con vecchie finestre di legno che l'artista, quasi in processo catartico, raccoglieva a Berlino. 


Nella grande sala prende spazio l'intervento "viaggio incerto" un imponente lavoro realizzato con barche in metallo e una vasta rete di fili rossi  che avvolgono lo spazio e lo attraversano nella parte superiore, quasi come un cielo burrascoso.

Segue una sala di contaminazioni, dove sono presenti tracce di corpi, in vetro, in ceramica in metallo sospesi, che entrano in relazioni con organi negative. Quando una presenza esterna abita il nostro corpo lo altera, lo trasforma, a volte rischia anche di distruggerlo.

L'attraversamento prosegue e dall'intenso colore rosso si sprofonda in un nero oscuro, con alcuni mobili consumati da un incedio, memoria di un inaspettato evento infantile.


 Incontriamo poi una sezione a carattere cronologico in cui sono raccontati alcuni attimi della sua formazione, come le sue esperienze performative a seguito anche di un percorso realizzato con Marina Abramovic, da cui emergono alcuni cambiamenti del suo fare creativo, come il passaggio da un'attività pittorica a una più performativa o installativa. 


Il percorso prosegue al piano superiore dove si intersecano altri installazioni in cui la memoria dell'accumulo e del viaggio rendono ancora più sensibile quell'idea di instabilità nel vivere, nello spostarsi e nell'incontrare, ma anche forme che popolano il secondo piano o la miniaturizzazione dell'ultimo piano. 

La mostra è un condiviso percorso di emozioni e instabilità, di leggerezza formale e di intensità espressiva. 



Segnalo che accompagna l'evento un ricco public programme musicale e performativo, che include anche proiezioni, incontri e conferenze, consultate il sito per tutte le informazioni. 

Nelle sale del museo è in corso anche la terza edizione di Declinazioni Contemporanee, il programma di residenze e commissioni site-specific che invita artisti contemporanei a dialogare con la collezione e il museo in continua trasformazione.


25/08/25

Chiharu Shiota al MAO di Torino

Uncertain Journey, 2016/2019, Metal frame, red wool, dimensions variable. Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019. Photo: Sunhi Mang. Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

 Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la mostra Chiharu Shiota: The Soul Trembles, a cura di Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum, che ne ha concepito il progetto originale, e Davide Quadrio, direttore del MAO, con l’assistenza curatoriale di Anna Musini e Francesca Filisetti.

La grande mostra monografica dedicata all’artista giapponese arriva al MAO in anteprima nazionale - e per la prima volta in assoluto in un museo di arte asiatica - dopo essere stata ospitata in prestigiose istituzioni internazionali, tra cui il Grand Palais di Parigi, il Busan Museum of Art, il Long Museum West Bund di Shanghai, la Queensland Art Gallery di Brisbane e lo Shenzhen Art Museum.

Si tratta di un progetto ampio e articolato, di grande potenza espressiva, che ripercorre l’intera produzione di Shiota attraverso disegni, fotografie, sculture, e alcune delle sue più celebri installazioni ambientali e monumentali.
  
Spesso ispirate da esperienze personali, le opere di Chiharu Shiota esplorano l’intangibile - ricordi, emozioni, immagini e visioni oniriche, offrendo spazi di silenzio e contemplazione – e pongono interrogativi su concetti universali ed esistenziali quali l’identità, la relazione con l’altro, la vita e la morte; valicando i confini temporali e spaziali, i suoi lavori coinvolgono la parte più intima e vulnerabile dell’essere umano.

Le sue installazioni più celebri, composte da fili rossi o neri intrecciati a creare strutture imponenti, avvolgono gli spazi in cui sono collocate, trasformandone i volumi e guidando lo spettatore in un’esperienza immersiva in cui la fascinazione si alterna all’inquietudine, il movimento alla stasi.
 
Il progetto espositivo è concepito come un’unica grande installazione che si espande negli spazi del MAO, dall’area delle mostre temporanee fino alle gallerie delle collezioni permanenti, ponendosi in un dialogo diretto con le opere del Museo. Oltre a una serie di disegni, sculture, fotografie e installazioni, l’esposizione prevede interventi site-specific e nuove opere realizzate appositamente dall’artista per l’occasione.
  
Tra le opere in mostra alcune delle più iconiche installazioni di Shiota: Where Are We Going? (2017-2019), in cui il motivo della barca, ricorrente in diverse opere, evoca visioni di vite e futuri incerti; Uncertain Journey (2016), costituita da scheletri di imbarcazioni disposti in uno spazio avvolto da fili rosso vivo, a suggerire i molti incontri che potrebbero manifestarsi alla fine di ogni viaggio; In Silence (2008), in cui un pianoforte bruciato e diverse sedute per un fantomatico pubblico, immerse in un reticolo di fili neri, raccontano il silenzio che segue alla distruzione; Reflection of Space and Time (2018), che utilizza un abito e la sua immagine specchiata per riflettere sulla presenza nell’assenza; o ancora Inside – Outside (2009), opera incentrata sul concetto di separazione fra interno ed esterno, privato e pubblico, Est e Ovest;  infine la monumentale Accumulation - Searching for the Destination (2021), composta da centinaia di valigie oscillanti, simbolo di ricordo, spostamenti, migrazioni e archetipo del viaggio compiuto da ciascuno di noi.
 
Come sempre accade nei progetti espositivi del MAO, anche la mostra Chiharu Shiota: The Soul Trembles è concepita come un organismo vivo e, per tutta la sua durata, presenta al pubblico un ricco public programme musicale e performativo, che include anche proiezioni, incontri e conferenze.

Lungo il corso della mostra sarà inoltre attivato un programma di attività educative e laboratori per le scuole, le famiglie e per i visitatori di tutte le età, dai più piccoli fino al pubblico adulto.
 
La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue in italiano e inglese edito da Silvana Editoriale con testi a cura di Kataoka Mami e Davide Quadrio che include contributi di esperti internazionali di approfondimenti sul lavoro dell’artista e un ricco apparato iconografico.
  
EARLY BOOKING – Da luglio a settembre sono disponibili a questo sito i biglietti in prevendita a tariffa ridotta. I visitatori possono approfittare dell’offerta per assicurarsi la partecipazione a questa esperienza speciale.
  
Biografie
Chiharu Shiota - Nata a Osaka nel 1972. Residente a Berlino.
Nel 2008 è stata insignita del premio “Art Encouragement Prize for New Artists” del Ministero dell'Istruzione, della Cultura, dello Sport, della Scienza e della Tecnologia del Giappone. Le sue opere sono state esposte in istituzioni internazionali in tutto il mondo, tra cui il Nakanoshima Museum of Art di Osaka (2024), l'Hammer Museum di Los Angeles (2023), la Queensland Art Gallery of Modern Art (QAGoMA) di Brisbane (2022) e lo ZKM | Zentrum für Kunst und Medien di Karlsruhe (2021); Museum of New Zealand Te Papa Tongarewa, Wellington (2020); Mori Art Museum, Tokyo (2019); Gropius Bau, Berlino (2019); Art Gallery of South Australia (2018); Yorkshire Sculpture Park, Regno Unito (2018); Power Station of Art, Shanghai (2017); K21 Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf (2015); Smithsonian Institution Arthur M.Sackler Gallery, Washington DC (2014); Museum of Art, Kochi (2013); National Museum of Art, Osaka (2008). Ha inoltre partecipato a numerose mostre internazionali come la Triennale di Aichi (2022); il Festival Internazionale d'Arte di Oku-Noto (2017); la Biennale di Sydney (2016); la Triennale d'Arte di Echigo-Tsumari (2009) e la Triennale di Yokohama (2001). Nel 2015, Shiota è stato selezionato per rappresentare il Giappone alla 56ª Biennale di Venezia.

 
Mami Kataoka - Direttrice del Mori Art Museum.
Mami Kataoka è entrata a far parte del Mori Art Museum nel 2003, assumendo il ruolo di direttore nel 2020. Ha inoltre assunto la carica di direttore del National Center for Art Research dall'aprile 2023 e di direttore dell'ICA Kyoto dall'aprile 2025.

Oltre a Tokyo, Kataoka ha ricoperto incarichi presso la Hayward Gallery di Londra dal 2007 al 2009 come curatore internazionale; è stata inoltre co-direttrice artistica della IX Biennale di Gwangju (2012), direttrice artistica della XXI Biennale di Sydney (2018) e direttrice artistica della Triennale di Aichi 2022.

Kataoka è stata membro del Consiglio di amministrazione (2014-2022) e presidente (2020-2022) del CIMAM [Comitato internazionale per i musei e le collezioni d'arte moderna].

13/05/25

Raffinatezze del vestire maschile

 


Entrare nel MAO di Torino è sempre un affascinante viaggio nelle tante culture del mondo asiatico. La stupenda raccolta permanente è una ricca e pregiata selezione di opere artistiche ed antropologiche dai tanti paesi che raccontano tantissime meravigliose storie di vita. 

In questo periodo sono in corso diverse mostre che arrichiscono ancora di più la piacevolezza della visita. Si è appena conclusa Hanauri, dedicata ai venditori di fiori e si è aperta "Haori. Gli abiti maschili del primo Novecento narrano il Giappone", che durerà fino al 7 Settembre 2025, e ci sono i lavori di  "Declinazioni contemporanee", che si concluderà il 31 Ottobre 2025, seconda edizione del programma di residenze d’artista e commissioni site-specific che utilizza l’arte contemporanea per interpretare, rileggere e valorizzare il patrimonio museale del MAO con opere di Charwei Tsai, Patrick Tuttofuoco e Qiu Zhijie.




ll progetto espositivo "Hanauri. Il Giappone dei venditori di fiori", di cui avevo già scritto    esplora antichi scatti, 26 albumine di metà Ottocento, rielaborate da Linda Fregni Nagler, che ha rifotografato le albumine originali, stampandole in camera oscura e colorandole a mano con una tecnica simile a quella dell’epoca (1860-1910). Questo intervento fa assumere nuovi significati alle immagini, illustrandoci la storia di un preciso modo di guardare all’esotismo e all’alterità.

La seconda rassegna appena avviata presente, in un raffinato allestimento, ben 50 haori e juban (le giacche sovrakimono e le vesti sotto kimono maschili), oltre ad alcuni abiti tradizionali da bambino, provenienti dalla collezione Manavello.




Per la prima volta in Italia ed in Europa sono presentati i vestiti con le raffigurazioni decorative di grande pregio artistico ed artigianale. Seguendo la proverbiale tendenza alla rarefazione e alla riservatezza questi abbigliamenti maschili si presentano sul lato esterno molto minimali mentre al loro interno rivelano eleganti ed elaborate lavorazioni tessili, arricchiti da pregiati lavori di cucitura a ricercate stampe. 

La mostra percorre un breve spazio temporale in cui si vedete la trasformazione del gusto e il cambiamento tematico delle composizioni che passano dalla tradizione storica giapponese agli influssi provenienti da altre nazioni. 

Il percorso si apre con un'ambientazione e una serie di spezzoni che ci danno la percezione del luogo abitativo per proseguire poi con una serie di sezioni che propongono questi pregiati manufatti tessili in un sobrio ed equilibrato gioco di dialogo con alcuni interventi di artisti contemporanei come Kimsooja, Royce Ng  e Tobias Rehberger.

Il percorso si conclude poi con una sezione dedicati all'abbigliamento infantile e all'immaginifico occidentale che diventa anche parte del vissuto giapponese inserendosi nel gusto tessile. 




Una mostra, da fruire con molta calma e attenzione per scoprire i tanti detaggli che caratterizzano questa produzione molto ricercata e unica, è una piacevole occasione per conoscere il rinnovamento culturale del Giappone nel periodo di apertura alle culture straniere dei primi decenni del secolo scorso. 

La mostra è arricchita da un variegato programma musicale e performativo, a cura di Chiara Lee e freddie Murphy, per i dettagli consultate il sito del MAO

Il catalogo della mostra, in lingua italiana e inglese, con saggi critici inediti e un ampio apparato iconografico, edito da Silvana Editoriale, sarà presentato a Giugno.






02/04/25

Arrivano i fiori degli Hanauri



 In questi giorni di fioritura vi segnalo la stupenda mostra del MAO di Torino dal titolo "Hanauri. Il Giappone dei venditori di fiori", che si sviluppa all’interno del programma di riallestimento della galleria giapponese delle collezioni permanenti, è dedicato alla pratica dell’artista Linda Fregni Nagler, presente al MAO lo scorso novembre con la performance Things that Death Cannot Destroy.  

La mostra esplora il suo meticoloso approccio di selezione e raccolta, rielaborazione e riattivazione di fotografie giapponesi della scuola di Yokohama (Yokohama Shashin). Le fotografie originali, raccolte nell’arco di vent’anni dall’artista e proposte in mostra al MAO per la prima volta, sono affiancate alle opere di Linda Fregni Nagler, che ha rifotografato le albumine originali, stampandole in camera oscura e colorandole a mano con una tecnica simile a quella dell’epoca (1860-1910). Questo intervento fa assumere nuovi significati alle immagini, illustrandoci la storia di un preciso modo di guardare all’esotismo e all’alterità.

Il soggetto indagato al MAO è quello dei venditori di fiori (hanauri), una categoria molto apprezzata di ambulanti (bōtefuri) nel Giappone dei periodi Edo e Meiji.

Considerata l’influenza esercitata dalle stampe ukiyo-e sulla Yokohama Shashin, il progetto espositivo si propone altresì di contestualizzare e approfondire il legame tra le fotografie di Fregni Nagler e le stampe xilografiche, di epoca precedente alla nascita della fotografia, del medesimo soggetto.

In mostra saranno esposte 26 albumine di metà Ottocento, appartenenti alla collezione Fregni Nagler, unitamente a sei grandi stampe ai sali d’argento colorate a mano dall’artista e a 4 positivi su vetro visibili attraverso due visori.




Accanto a queste opere sono collocate tre xilografie che declinano l’iconografia dei venditori di fiori: la rappresentazione dei mesi primaverili - l’illustrazione del mese di aprile di Utagawa Kunisada, proveniente dal Museo Orientale di Venezia; All'ingresso del tempio di Kanda di Koikawa Harumachi dal Museo Orientale E. Chiossone di Genova e Toyokuni III di Utagawa Kunisada, dalla serie “Sei venditori nelle sere d’estate”, da una collezione privata.

Il tema floreale e vegetale trova un’ulteriore declinazione anche nei preziosi tessuti kesa della collezione del MAO, risalenti al periodo Edo, e nei kimono che arricchiscono l’esposizione, uno proveniente da Palazzo Madama e due esemplari dal Museo d’Arte Orientale di Venezia, oltre a tre lacche pregiate e tre kakemono firmati Yanagisawa Kien, Kawamura Bunpō e Tomioka Tessai (dei periodi Edo e Meiji) in prestito da una collezione privata.

Il riallestimento della galleria giapponese è inserito nel programma espositivo del MAO che, attraverso prestiti provenienti da collezioni di arte asiatica - pubbliche e private, nazionali e internazionali - intende stimolare nuove riflessioni e narrazioni intorno al patrimonio del Museo; Hanauri è anche parte del progetto #MAOtempopresente, che utilizza l’arte contemporanea come mezzo di interpretazione e valorizzazione delle collezioni attraverso l’inserimento di opere contemporanee e produzioni site-specific realizzate all’interno del programma di residenze attivo dal 2022.




In parallelo al progetto espositivo nelle gallerie, le tre armature giapponesi della collezione, datate tra la fine del XVII e la prima metà del XIX secolo, sono state riallestite nella cornice di Salone Mazzonis, dove saranno oggetto di un restauro conservativo aperto al pubblico a partire da gennaio 2025.

18/10/24

Rabbit Inhabits the Moon al Mao di Torino

Oggi in occasione del 140° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Corea e Italia, il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la mostra Rabbit Inhabits the Moon, in partnership con il Nam June Paik Art Center (Yongin, Corea) e con la Fondazione Bonotto (Colceresa, Italia), e con il supporto della Korea Foundation.

Il progetto espositivo è curato da Davide Quadrio, direttore del Museo, e Joanne Kim, critica e curatrice coreana, con Anna Musini e Francesca Filisetti. L’esposizione si avvale della consulenza curatoriale e scientifica di Manuela Moscatiello (Chargée d’étude, Maison de Victor Hugo di Parigi), Kyoo Lee (curatore della sala dello sciamanesimo, professore di Filosofia alla City University di New York) e Patrizio Peterlini (Direttore della Fondazione Bonotto).

 Rabbit Inhabits the Moon intende stimolare un dialogo dinamico che riflette l’evoluzione del paesaggio culturale e artistico dei due Paesi, in particolare rileggendo l’eredità di Nam June Paik e la sua influenza sulle generazioni contemporanee. Nuove produzioni degli artisti coreani Kyuchul Ahn, Jesse Chun, Shiu Jin, Young-chul Kim, Dae-sup Kwon, Chan-Ho Park, Sunmin Park ed eobchae × Sungsil Ryu, e opere video e installazioni provenienti dalla collezione del Nam June Paik Art Center sono accostate a celebri opere di Paik – perlopiù in prestito dalla Fondazione Bonotto – e a preziosi manufatti tradizionali provenienti da prestigiose istituzioni, tra le quali il Musée Guimet - Musée national des Arts asiatiques, il Museo d’Arte Orientale “E. Chiossone” di Genova e il Museo delle Civiltà di Roma.

 

La mostra

La mostra Rabbit Inhabits the Moon è costruita attorno alla figura di Nam June Paik (Seul, 1932 – Miami, 2006), artista centrale nel panorama culturale del XX e del XXI secolo e considerato uno dei pionieri della video arte. Con una formazione da pianista e musicologo, nelle sue opere Paik pone l’accento sul progresso tecnologico utilizzando un linguaggio contaminato che, agli aspetti legati ai mass media e ai riti di una società capitalistica e commerciale di tipo occidentale, unisce i principi rituali legati alla poesia, alla musica e alla tradizione culturale e sciamanica coreana.

 Come si evince sin dal titolo, il topos letterario del coniglio sulla luna, che attraversa diverse culture dell’Estremo Oriente – Cina, Giappone, Corea – fino all’Asia centrale, all’Iran e alla Turchia, è il punto d’avvio da cui si diramano e convivono in maniera organica gli altri nuclei tematici. Ispirato all’omonima installazione di Paik del 1996 – in cui il coniglio della leggenda diventa una scultura lignea che osserva l’immagine della luna all’interno dello schermo di un televisore – nella mostra realtà e immaginazione, tradizione e tecnologia si incontrano, si ripetono e si specchiano, in una sintesi ideale di contenuti che, con un complesso gioco di rimandi e riletture, affiorano nel percorso espositivo.

Anche l’allestimento, accurato e immersivo, evidenzia la convivenza di simboli, tecniche, materiali e manifatture afferenti a epoche e ambiti geografici differenti, creando un itinerario privo di coordinate cronologiche fisse dove, come in una tessitura, i temi si muovono paralleli, si intersecano e riemergono ciclicamente.

Elementi tradizionali e rituali della cultura coreana si rivelano attraverso il dialogo tra antico e contemporaneo e un approfondimento, a cura di Kyoo Lee, è dedicato all’esplorazione dello sciamanesimo proprio in relazione alla figura di Nam June Paik. Nella sala polifunzionale del Museo una proiezione sarà dedicata all’approfondimento delle pratiche sciamaniche esplorate dal fotografo Chanho Park.

 Centrale all’interno del progetto è inoltre l’elemento sonoro, musicale e performativo, che compare nelle forme più diverse sia nelle opere di Paik, legate in particolare alla sua partecipazione al movimento Fluxus e al sodalizio duraturo instaurato con la violoncellista Charlotte Moorman, sia nelle rielaborazioni proposte dagli artisti contemporanei. Specificatamente commissionata dal MAO per la mostra è la composizione Sounds Heard from the Moon. Part 2 (2024) di Jiha Park che nella sua ricerca utilizza strumenti tradizionali coreani, tra cui piri (flauto di bambù a doppia canna), Saenghwang (organo a bocca in bambù) e Yanggeum (dulcimer martellato), con un approccio minimalista caratterizzato da ripetizione, variazione e processualità.

L’installazione Nocturne No. 20 / Counterpoint (2013-2020) Kyuchul Ahn, che propone una rivisitazione della musica di Chopin, è completata da una performance in cui gli 89 martelletti del pianoforte saranno gradualmente rimossi a ogni esecuzione dal pianista, portando alla graduale scomparsa del suono.

Durante la mostra e per l’inaugurazione la performance sarà attivata grazie alla collaborazione con le pianiste Gloria Campaner e Sun Hee You e con la sponsorizzazione tecnica di Piatino pianoforti.

 

Sala consultazione e Public program

Una sala consultazione curata dall’architetta Kun Min Kim sarà allestita con pubblicazioni, libri d’artista e video di approfondimento dedicati alle ricerche di ciascun artista in un’area del Museo adiacente alla mostra.

Come sempre accade nei progetti espositivi del MAO, anche Rabbit Inhabits the Moon è concepita come un organismo vivo e, per tutta la sua durata, presenta un ricco programma musicale e performativo, a cura di Chiara Lee e freddie Murphy, che coinvolge artiste coreane e italiane, noti per la loro capacità di fondere forme d’arte tradizionale e contemporanea, tra cui Angela Seo, Francesca Heart e Diana Lola Posani.

Inoltre il 6 marzo si terrà presso Combo la performance di bela, in collaborazione con “The Listener”, rete di organizzazioni composta da Metamorfosi Notturne, ALMARE e Cripta747.

 

In occasione dell’inaugurazione, il 18 ottobre il MAO, in collaborazione con il Mercato Centrale Torino, presenta la performance del gruppo coreano GOOSEUNG, per la prima volta in Italia.

A partire dalle ore 18:30 gli artisti interverranno in mostra con alcune incursioni performative che proseguiranno in una processione verso il Mercato Centrale dove eseguiranno la forma musicale tradizionale conosciuta come Samul nori. Lo spettacolo animerà le vie del Quadrilatero per concludersi all’interno del Mercato Centrale.

La collaborazione fra il MAO e il Mercato Centrale proseguirà poi nei prossimi mesi con una serie di eventi a tema che coinvolgeranno cibo, ritualità e design, combinando con spirito contemporaneo l’Asia e le sue realtà più sperimentali di arte, cultura e cucina.

 

Durante i mesi di apertura, l’artista Giorgia Fincato interverrà con un’azione partecipativa in mostra, focalizzata sul disegno e sulla pratica gestuale che ne deriva, attivando una collaborazione con il Dipartimento Educativo del Museo.

 

Catalogo

Il progetto espositivo è accompagnato da un catalogo in italiano e in inglese edito da Silvana Editoriale. La pubblicazione include saggi inediti a cura di Davide Quadrio, Joanne Kim, Manuela Moscatiello, Kyoo Lee, Patrizio Peterlini, Anna Musini che propongono approfondimenti sui temi della mostra, sul rapporto tra cultura italiana e coreana e sul patrimonio di Nam June Paik. Ampio spazio è riservato agli artisti contemporanei.

 

Intervento di restauro, studio e conservazione

In occasione della mostra, il MAO Museo d’Arte Orientale con la Fondazione Centro di Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” e con il supporto dell’Agenda Cultura di Unione Buddhista Italiana grazie ai fondi 8xmille si impegna nell’intervento di restauro conservativo dell’opera Avalokitesvara “acqua e luna”, concessa in prestito dal Museo d’Arte Orientale E. Chiossone di Genova. Alcuni interventi conservativi saranno effettuati prima dell’esposizione, mentre al termine della stessa l’intervento di restauro prevedrà la rimozione dal montaggio all’occidentale e la sua restituzione alla forma originaria.

 

Infine, il MAO è lieto di annunciare la collaborazione con Marchesi Frescobaldi, una delle più importanti cantine italiane che rappresentano la Toscana nel mondo. Infatti, grazie al progetto Artisti per Frescobaldi, legato all’arte contemporanea attraverso commissioni site-specific, Sunmin Park è stata invitata come artista in residenza per il 2024-25 e parte dell’opera che deriverà da tale collaborazione sarà presentata nel 2025 anche presso gli spazi del MAO.

 I contenuti della mostra saranno disponibili in LIS all’interno del percorso espositivo grazie alla collaborazione con l’Istituto dei Sordi di Torino.

 

MAO Museo d’Arte Orientale

Via San Domenico, 11, Torino

BIGLIETTI

Intero 12€ - Ridotto 10€

ORARI

martedì - domenica: 10 – 18. Lunedì chiuso.

La biglietteria chiude un'ora prima. Ultimo ingresso ore 17.

20/05/22

Il Vuoto del MAO


 Il MAO offre in questi mesi un particolare progetto espositivo intitolato “Il grande Vuoto. Dal suono all’immagine”. Un'idea molto stimolante e originale di riflettere su questo tema, realizzata attraverso un percorso prima immersivo e poi visivo. 



Un’esperienza multisensoriale speciale che ci invita prima a sostare immersi nello spazio sonoro ideato da Vittorio Montalti e poi a meditare con poche selezionate opere artistiche, tra cui un rarissima thangka tibetana del XV secolo, la più preziosa delle collezioni del MAO, che ritrae Maitreya, il Buddha del Futuro raffigurato in splendide vesti e seduto sul trono dei leoni.



La proposta è un invito a vivere direttamente un'emozione che poggia le sue basi sulle millenarie tradizioni culturali e filosofiche asiatiche ma non solo, molto ricca poi la programmazione di eventi collaterali che potete consultare e prenotare dal sito del museo.








28/11/19

Un drappo di beneaugurio al MAO


Grazie agli Amici della Fondazione Torino Musei che hanno sostenuto un magnifico restauro di un raro drappo cinese il MAO festeggi gli 11 anni di attività.

CS

Una delle più antiche divinità cinesi è Xiwangmu, la Regina Madre d’Occidente, che vive su monti Kunlun, presso un giardino immerso fra le nuvole in cui cresce il pesco dell’immortalità, un albero che dà frutti ogni 3.000 anni.

Questa pianta prodigiosa rappresenta il punto d’unione fra cielo e terra e Xiwangmu, che la possiede, è considerata sovrana degli immortali, protettrice della vita e dispensatrice di longevità.

Per il loro carattere beneaugurale, le rappresentazioni della Dea venivano anche appese alle pareti nelle grandi dimore dei mandarini, alla maniera degli arazzi occidentali.


In occasione del suo 11° compleanno, il MAO ha il piacere di esporre per la prima volta al pubblico un grande drappo raffigurante la Regina Madre d'Occidente nel giardino degli immortali, completamente restaurato.

Il drappo in seta, donato da un privato e restaurato grazie al generoso contributo dell’Associazione Amici della Fondazione Torino Musei, ha misure notevoli (445 cm d’altezza per 320 di larghezza) ed è finemente decorato con filati di sete policrome e dorati: ad una prima analisi stilistica si ritiene che possa risalire al periodo finale del regno del famoso imperatore Qianlong (1735-1796) e, considerando la sua altissima qualità, non si esclude che potesse far parte degli arredi di corte.

L’eccezionalità del manufatto consiste nella sua rarità e nel suo stato di conservazione: al contrario della maggior parte dei drappi ricamati di grandi dimensioni, solitamente smembrati per essere venduti in parti separate, quest’opera ha infatti mantenuto la sua integrità, che consente di apprezzare la minuzia dei dettagli e l’abilità tecnica nella realizzazione.

Il tema principale della raffigurazione è la discesa della Regina Madre d’Occidente, Xiwangmu, a cavallo di una fenice nel giardino del pesco dell’immortalità e tutta l’iconografia dell’opera - compresa quella dei riquadri laterali - è permeata di simboli del taoismo popolare legati alla lunga vita e alla prosperità.

Il drappo sarà esposto nel Salone Mazzonis dal 6 Dicembre fino al 22 Marzo 2020.

08/11/19

Sulla via dei kami - Rotazione di dipinti giapponesi su rotolo verticale

Immagine del museo 
A partire da martedì 5 novembre si rinnova al MAO Museo d’Arte Orientale di Torino l’esposizione dei kakemonoclassici dipinti giapponesi su rotolo verticale.
La necessità di mettere a riposo periodicamente le opere più delicate – come quelle in carta o seta – offre l’occasione per rendere visibile al pubblico, a rotazione, tutta la collezione del Museo.

La cultura giapponese è caratterizzata dalla coesistenza di caratteri importati dal continente elaborati nell’Arcipelago in modo originale, ed elementi legati allo shinto, la “Via degli dei” che si sviluppò autonomamente in Giappone prima dell’introduzione del Buddhismo.
La nuova rotazione di kakemono, i dipinti su rotolo verticale, si ispira a figure dalla simbologia e dai tratti tipicamente giapponesi, come Dei della Fortuna, leggende del folclore, animali messaggeri divini e numerosi kami (le divinità dello shinto).
 Le lievi pennellate del “Matrimonio delle volpi sotto la pioggia” di Watanabe Seitei (1851-1918) fotografano di nascosto un evento raro quanto propizio: in Giappone si dice infatti che, quando piove con il sole, da qualche parte una coppia di volpi si stia unendo in matrimonio, lontano dagli occhi indiscreti degli esseri umani. Anche il celebre regista Akira Kurosawa si è ispirato a questo tema per uno degli otto episodi del film Yume (“Sogni”, 1990).
 In Giappone gli Schichifukujin sono le Sette divinità della Fortuna: tra queste, Ebisu è l’unico a essere considerato autenticamente giapponese. In un Paese circondato dal mare, Ebisu è venerato come protettore dei pescatori e dei pescivendoli. Nel dipinto “Daikoku e Ebisu” di Nakajima Raisho (1791-1827) la divinità è ritratta mentre sfila l’amo dal pesce tai (simile a un’orata), elemento a lui associato e considerato di buon auspicio grazie al gioco di omofonia con tai (“grato”, “fortunato”).
 Tsukioka Sessai (?-1839) con l’eterea “Veduta del Monte Fuji” e Utagawa Sadakage (attivo 1818-1844) con il suo ritratto di “Sugawara no Michizane che cavalca un bufalo” rendono omaggio alle espressioni della natura nella sua bellezza più maestosa e agli illustri personaggi del passato che lo shinto venera come kami.
 Nel corridoio che ospita le stampe policrome sarà presentata una selezione di ukiyo-e, il cui nucleo centrale è costituito dalla prima metà della serie “Nelle 53 stazioni della Tokaido” di Utagawa Hiroshige (1797-1858).

MAO Museo d’Arte Orientale - Via San Domenico 11, Torino
ORARIO da martedì a venerdì 10-18; sabato e domenica 11-19
INFO t. 011.4436932
BIGLIETTI       Solo mostra Intero € 10 | Ridotto € 8
Mostra+museo Intero € 14 | Ridotto € 12
Gratuito Abbonamento Musei e Torino+Piemonte Card

04/09/19

Sulle sponde del Tigri



  Nei lunghi secoli intercorsi tra l’impresa di Alessandro Magno e l’avvento dell’Islam, gli orizzonti del mondo conosciuto si dilatarono come mai prima d’allora. In quel mondo nacquero le città così come le concepiamo oggi, luoghi d’interrelazioni all’interno di una rete connettiva capillare che univa il Mediterraneo alla Cina. 
  In uno dei punti più nevralgici di questa rete globale - la Mesopotamia centrale - furono fondate capitali d’importanza e dimensioni ineguagliate, in un processo che culminò con la fondazione di Baghdad.
  La prima capitale fondata in quel luogo fu, alla fine del IV secolo a.C., Seleucia al Tigri, metropoli estesa quanto Torino nel Settecento, alla quale seguì, sull’altra sponda del fiume, la mitica Ctesifonte, poi integrata nel III secolo d.C. con la città rotonda di Coche (o Veh Ardashir). Questi due poli d’attrazione sulle sponde opposte del Tigri rivaleggiarono e prosperarono per secoli, alternandosi nel reggere le sorti di imperi che furono la controparte di Roma.
 A partire dal 1964, gli scavi svolti dal Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia nei siti di Seleucia e Coche,portarono alla luce strutture abitative e manufatti di varia natura, quali sigillature in argilla di documenti, monete, vetri e manufatti fittili. La mostra, a cura di Vito Messina, Alessandra Cellerino, Enrico Foietta con la collaborazione di Claudia Ramasso, presenta una selezione diceramiche, terrecotte, vetri e oggetti d’uso comune rinvenuti nelle due città, mettendo in dialogo la produzione di età ellenistico-partica, proveniente dal sito di Seleucia, con quella sasanide di Coche.
 Non esistono in Europa collezioni di reperti archeologici provenienti da Seleucia e Coche, ad eccezione di quella conservata oggi al MAO: nel mondo, solo il Kelsey Museum di Ann Arbor (Michigan) e l’Iraq Museum di Baghdad vantano collezioni analoghe. Questa mostra, immaginata nell’ambito del progetto Collezioni (in)visibili, del Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino finanziato dalla Fondazione CRT, èuna delle rare occasioni offerte al grande pubblico di confrontarsi con la storia di quelle grandi e poco conosciute città, e dei Torinesi che le hanno riscoperte.
 Durante il periodo di apertura dell’esposizione sono previste conferenze e attività dedicate a scuole e famiglie mirate ad avvicinare bambini e ragazzi al lavoro dell’archeologo e alla lavorazione dell’argilla. 

MAO Museo d’Arte Orientale- Via San Domenico 11, Torino
ORARIO da martedì a venerdì 10-18; sabato e domenica 11-19
La biglietteria chiude un’ora prima. Lunedì chiuso
 INFO t. 011.4436932

Immagine 
Versatoio di kernos (vaso a fontana) a forma di pesce Seleucia, età seleuco-partica, ca. II secolo d.C. Ceramica, doppia matrice. I vasi a fontana potevano essere impiegati in particolari cerimonie durante le quali si effettuavano offerte di liquidi (acqua, latte, vino) .