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31/01/26

Prossimamente Serpentine Pavilion 2026

Serpentine Pavilion 2026, una serpentina, progettata da LANZA atelier. Rendering, vista aerea. © LANZA atelier


La Serpentine Gallery di Londra è lieta di annunciare che lo studio di architettura messicano LANZA atelier, fondato da Isabel Abascal e Alessandro Arienzo, è stato selezionato per progettare il Padiglione 2026. Intitolato "Serpentine" , il Padiglione di LANZA atelier sarà presentato al pubblico presso la Serpentine South il 6 giugno 2026, con Goldman Sachs a supporto del progetto annuale per il 12° anno consecutivo. Mentre il Padiglione raggiunge la sua 25a edizione, Serpentine celebrerà questo importante anniversario attraverso una partnership speciale con la Fondazione Zaha Hadid.

Nel corso della sua storia, il Serpentine Pavilion è diventato una vetrina molto attesa per i talenti emergenti. Nel corso degli anni, il Padiglione si è evoluto come piattaforma pubblica e artistica partecipativa per i programmi sperimentali, interdisciplinari, comunitari e formativi della Serpentine.

LANZA atelier, fondato nel 2015 da Isabel Abascal e Alessandro Arienzo, è uno studio di architettura con sede a Città del Messico. La loro pratica collaborativa affonda le sue radici nel quotidiano e nell'informale, con attenzione a come tecnologia, artigianato e intelligenza spaziale emergano in condizioni inaspettate. Il loro lavoro individua la bellezza nell'uso, nell'assemblaggio e nell'incontro, proponendo modalità per costruire quel dialogo in primo piano e quell'esperienza collettiva.


30/01/26

Affrettati Lentamente

Foto mostra di Daniele Molajoli

La Fondazione Memmo di Roma ospita, fino al 12 aprile 2026, "Affrettati Lentamente", undicesimo capitolo di Conversation Piece, ciclo di mostre con cadenza annuale a cura di Marcello Smarrelli, nato con l’intento di restituire una panoramica degli artisti italiani e stranieri che scelgono Roma come luogo di residenza e di ricerca.

Un progetto curatoriale di grande successo, che ha già coinvolto oltre sessanta tra gli artisti più interessanti della scena contemporanea internazionale.

Il titolo della mostra, Affrettati lentamente, si ispira alla celebre locuzione latina festìna lente attribuita dallo storico romano Svetonio all’imperatore Augusto che unisce in un ossimoro due concetti antitetici – velocità e lentezza – per indicare un agire tempestivo e deciso, ma al tempo stesso cauto e riflessivo.

Erasmo da Rotterdam, negli Adagia del 1508, racconta che Aldo Manuzio gli mostrò un denario di Tito con l’immagine dell’imperatore e il simbolo dell’ancora intrecciata a un delfino: allegoria del motto festina lente che unisce rapidità e lentezza. In questo senso è ripreso da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per esprimere il tempo della creatività: un’immediatezza che nasce da una lunga sedimentazione, un’intuizione fulminea resa possibile da pazienti aggiustamenti. La tensione tra urgenza e riflessione richiama anche la distinzione aristotelica tra praxis e théôria, descrivendo bene il ritmo alternato dell’atto artistico che può emergere improvviso o maturare lentamente, ma sempre attraverso un processo profondo di organizzazione dei saperi. Nell’epoca della comunicazione veloce, questa dialettica tra rapidità e profondità diventa cruciale, e le immagini tornano a occupare un ruolo centrale, quasi sacrale.

Come di consueto, anche agli artisti di questa undicesima edizione è stato chiesto di confrontarsi con un tema di risonanza universale, ma intimamente legato alla storia dell’arte, alla città di Roma e alla sua storia millenaria.

Esiste un tempo interno alle opere d’arte? Come si percepisce, come si misura e quale valore assume, reale o simbolico, nel processo creativo?

Queste alcune delle riflessioni proposte agli artisti invitati: Alicja Kwade (1979, Katowice, Polonia), vincitrice del Premio Roma 2025-26 presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo; Paul Maheke (1985, Brive-la-Gaillarde, Francia) e Enrique Ramírez (1979, Santiago del Cile, Cile), entrambi pensionnaires 2025-26 presso l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici; Prem Sahib (1982, Londra), BSR – British School at Rome Abbey Fellow 2025-26; Henry Taylor (1958, Ventura, California).

Le opere esposte, realizzate appositamente per gli spazi della Fondazione Memmo o presentate per la prima volta a Roma, riflettono sul tempo dell’arte, raccontandolo attraverso modalità e linguaggi differenti. L’opera d’arte diventa, così, un peculiare misuratore del tempo, il cui funzionamento va di volta in volta decodificato.

Foto mostra di Daniele Molajoli

Attraverso le sue installazioni, Alicja Kwade invita a riconsiderare i meccanismi della percezione e della conoscenza che entrano in gioco nella vita di tutti i giorni. Il suo linguaggio si fonda sulla capacità di decostruire e decontestualizzare gli oggetti comuni per generare prospettive impreviste e punti di vista inediti su convenzioni socialmente condivise. Con le sue opere – spesso concepite in dialogo con l’architettura, lo spazio esterno e i fenomeni naturali – Kwade esplora i concetti di tempo e spazio con l’obiettivo di introdurre una sensazione di derealizzazione del mondo.

L’opera in mostra, Superheavy Skies (2024) è una struttura metallica mobile che consente a singoli elementi di fluttuare liberamente nello spazio. Kwade sfida la percezione visiva dello spettatore agganciando imponenti massi a sottili tondini metallici, creando così un contrasto netto. I bracci della scultura, ispirata ai mobiles di Calder, sono messi in movimento dall’interazione di forze fisiche che ne regolano l’equilibrio. Altri due lavori fanno da contrappunto all’installazione centrale. Da un lato, la scultura Assumption of Distinct Qualities (2025), composta da una pietra che sembra animarsi dall’interno, mentre un ramo di legno cresce organicamente scavandola e attraversandola. Dall’altro, l’opera su carta From light to dark in 3 months XII (91 days/2184) (2025) in cui Kwade utilizza delle lancette di orologio in ottone per misurare e visualizzare idealmente il tempo: ogni lancetta rappresenta una singola ora, accompagnando una meditazione poetica sul tempo, sul cambiamento e sulle forze invisibili che plasmano il nostro mondo.

La ricerca di Paul Maheke affonda le sue radici nel pensiero decoloniale ed emancipatorio, mettendo in discussione identità e memoria attraverso la lente della storia. Giocando con l’alternanza di strati trasparenti e opachi – sia in senso letterale che metaforico – l’artista indaga gli elementi che modellano l’immaginario collettivo. Attraverso installazioni, disegni e testi, Maheke ci invita a considerare il corpo come un archivio costantemente reinventato e riscritto - un territorio con una propria cartografia, in cui storie personali e collettive si incontrano e si trasformano.

Per la mostra l’artista ha realizzato una nuova installazione site-specific composta da cinque opere su plexiglass specchiato e alluminio, inserite all’interno di una sala dalle pareti interamente dipinte e rivestite di tende sottili. Attingendo all’iconografia funeraria conservata negli archivi, nei cimiteri romani e non solo, l’opera evoca una coreografia di fantasmi in cui passato e presente si intrecciano. Attraverso questi incontri spettrali, Maheke riflette sulla visibilità, sull’esclusione e sulle sopravvivenze sociali delle storie marginalizzate nel contesto contemporaneo di Roma.

Nella sua pratica Enrique Ramírez combina video, fotografia, suono e installazione per esplorare forme narrative in cui sogno e realtà si confondono per trascendere confini e periodi storici. Mantenendo un equilibrio sottile tra il poetico e il politico, Ramírez costruisce narrazioni stratificate incentrate su un elemento che ricorre in maniera quasi ossessiva: il mare. Spazio della memoria in perpetuo movimento, il mare diventa un luogo di proiezione narrativa in cui il destino del Cile, suo paese d’origine, si intreccia con storie più ampie di viaggi, conquiste e migrazioni.

L’allestimento, concepito come una sequenza temporale, attraversa un ampio spettro di tecniche e materiali: fotografia, collage, installazioni luminose, video, scultura, suono. Nelle fotografie e nei collage della serie Flotilla (2025), le piccole composizioni di immagini e frammenti di vela in dacron evocano flotte fragili e percorsi sospesi, rappresentando il viaggio come esperienza collettiva e insieme individuale, instabile e incerta. I due lightbox - Cruz en un mar – horizonte (2025) - trasformano il paesaggio marino in un memoriale simbolico, dove luce e trasparenze amplificano le assenze e le perdite, mentre il video Mar, la fin prévue (2019) restituisce il mare come spazio sospeso tra promessa di libertà e destino, riconsegnando una percezione meditativa dello scorrere del tempo. Cuatro lamentos a un paisaje (2023) è una scultura mobile e sonora che introduce un’ulteriore dimensione sensoriale. Ispirata a strumenti ancestrali di uso comune, originari dall’Ecuador e dal nord del Cile e del Perù, la scultura fa in modo che l’aria e l’acqua al suo interno generino suoni spontanei. Un paesaggio sonoro che diventa un atto meditativo trasformando il suono in immagine.

Nella pratica di Prem Sahib, il tempo si manifesta come dimensione emotiva e spaziale più che cronologica: un tempo stratificato, in cui passato e presente coesistono nelle tracce dei corpi lasciate negli spazi che li hanno accolti. La ricerca di Sahib esplora la sessualità, l'intimità e il desiderio nell'ambito delle comunità queer; il suo minimalismo rende visibile una temporalità non sincronica, fatta di memorie, desideri e assenze, diventando un modo per interrogare la durata emotiva delle esperienze e la loro persistenza nello spazio.

Helix III (2018) è un rilievo in gesso, con al centro una figura maschile che incarna il corpo “ideale” dell’antichità, su cui l’artista è intervenuto inserendo lungo i bordi pesanti piercing in acciaio cromato, in netto contrasto con la posa classica della figura maschile. Il rilievo, copia di un originale neoclassico, era collocato nella sauna gay “Chariots” nell’East End di Londra, chiusa nel 2016 per lasciare spazio alla costruzione di un hotel di lusso. Salvando dalla quasi distruzione oggetti di rilevanza storica queer e rielaborandone la memoria simbolica, Sahib attinge da un’archeologia urbana capace di ripensare il tempo e la memoria.

Con la sua pittura Henry Taylor cattura frammenti di tempo. I soggetti dei suoi dipinti emergono da una ricerca che attinge alla memoria personale e collettiva, intrecciando biografia, cultura e storia. Nel suo studio convivono ritagli di giornale, fotografie d’archivio del movimento per i diritti civili, scatti di volti noti o sconosciuti.

Il titolo del dipinto esposto, Hershal Earl, when he was young, a youth (2022), sottolinea esplicitamente la condizione giovanile del soggetto. La figura, ritratta frontalmente e a pieno volto, occupa una tela di dimensioni imponenti, scelta che amplifica la presenza del giovane e ne accentua il valore simbolico e identitario. Con gesti rapidi, tocchi di colore saturo e fitte campiture, Taylor è in grado di afferrare un’emozione prima che svanisca. Le sue opere, popolate da figure della comunità nera e da simboli di lotte storiche, attraversano l’intero spettro della condizione umana e diventano biografie visive, testimonianze permanenti della storia di singoli individui e di intere comunità.

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione, in uscita nella primavera del 2026.
Si ringraziano per la collaborazione l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici e la BSR – British School at Rome.


Foto mostra di Daniele Molajoli


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Conversation Piece – il progetto

Conversation Piece nasce dalla volontà della Fondazione Memmo di monitorare costantemente la scena artistica contemporanea della città e, in particolare, l’attività delle accademie e degli istituti di cultura stranieri, dove tradizionalmente completano la loro formazione nuove generazioni di artisti provenienti da tutto il mondo. Attraverso queste mostre e altre iniziative, la Fondazione Memmo vuole porsi come un amplificatore del lavoro di queste istituzioni. Il titolo del ciclo si ispira a uno dei film più famosi di Luchino Visconti, Gruppo di Famiglia in un interno (1974), una chiara metafora del confronto tra generazioni e dei rapporti di odio e amore tra antico e moderno; ma Conversation Piece era anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., caratterizzato da gruppi di persone in conversazione tra loro o colti in atteggiamenti di vita familiare. La mostra, oltre a rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo con Roma, si offre come momento di discussione tra personalità artistiche differenti tra loro nell’intento di far convergere energie, saperi e metodi diversi in un unico evento espositivo. Negli anni hanno partecipato più di cinquanta artisti internazionali, fra cui Yto Barrada, Eric Baudelaire, Rossella Biscotti, Jos de Gruyter & Harald Thys, Piero Golia, Francesca Grilli, Invernomuto, Jonathan Monk, Philippe Rahm, Julian Rosefeldt, Marinella Senatore, Victor Man, Miltos Manetas, Yael Bartana, Claire Fontaine, Kapwani Kiwanga, Bruna Esposito, Bianca Bondi, Enzo Cucchi, Sidival Fila, Richard Mosse. 


Il curatore         
Marcello Smarrelli è Direttore artistico di Pesaro Musei, della Fondazione Pastificio Cerere di Roma, della Fondazione Ermanno Casoli di Fabriano, curator-at-large alla Fondazione Memmo di Roma, membro dell’Osservatorio regionale della cultura della Regione Marche. Dopo la laurea in Storia dell’Arte presso l’Università La Sapienza di Roma e la specializzazione in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Siena, si è dedicato allo studio dei rapporti tra estetica e pedagogia, incentrando la sua pratica curatoriale sulle questioni legate all’estetica relazionale, all’arte nello spazio pubblico e alla sua funzione educativa e formativa. Ha curato numerose mostre in istituzioni pubbliche e private, progetti d’arte pubblica, workshop di formazione con gli artisti per aziende multinazionali; il progetto E-STRAORDINARIO, ideato per la Fondazione Ermanno Casoli, basato sulla cooperazione tra artisti e impresa per la formazione aziendale, si è classificato primo al Premio Cultura+Impresa 2014. I suoi interventi critici sono pubblicati in cataloghi e riviste specializzate con le quali collabora regolarmente. È stato membro di importanti giurie per l’assegnazione di premi per l’arte contemporanea in Italia e all'estero (Curatore del Premio Ariane de Rothschild, critico selezionatore Premio Fondazione Prince Pierre de Monaco, Premio Furla, Talent Prize, Premio per la Giovane Arte Italiana, ideatore e curatore di 6artista per Civita, Allianz e Fondazione Pastificio Cerere, Premio Ermanno Casoli, Surprize per l’ABA di Urbino).

Fondazione Memmo
La Fondazione Memmo nasce nel 1990 dal desiderio di Roberto Memmo di dar vita a un’attività culturale mirata ad avvicinare il mondo dell’arte al vasto pubblico attraverso la diretta conoscenza di capolavori di tutti i tempi e delle più varie civiltà. A partire dal 2012, grazie all’iniziativa di Fabiana Marenghi Vaselli Bond e Anna d’Amelio Carbone è attivo un nuovo programma espositivo interamente dedicato al panorama artistico contemporaneo. Contribuire allo sviluppo del tessuto culturale nel territorio, connettersi a realtà internazionali, aprendo un dialogo con le altre istituzioni e promuovere l'interazione fra gli artisti e la città di Roma sono tra gli obiettivi della Fondazione Memmo. Performance, residenze, talk, laboratori didattici e pubblicazioni sono quindi l’occasione per promuovere il presente, come un osservatorio dedicato alla contemporaneità, per contribuire allo sviluppo del nostro futuro.  Nel 2018 la Fondazione Memmo si aggiudica il prestigioso Montblanc de la Culture Arts Patronage Award, riconoscimento grazie al quale, nel gennaio 2020, ha avviato un programma di residenze a Londra, in collaborazione con Gasworks, dedicato agli artisti italiani, proseguendo in questo modo l’attività di confronto, scambio e connessione tra artisti e istituzioni di contesti diversi. Gli artisti finora coinvolti sono Diego Marcon (2020), Adelaide Cioni (2022), Francis Offman (2023), Alice Visentin (2024), Raffaela Naldi Rossano (2025).    

 

28/01/26

Joseph Cornell a Parigi



The House on Utopia Parkway: studio di Joseph Cornell ricreato da Wes Anderson (foto di Thomas Lannes; tutte le immagini © 2025 The Joseph and Robert Cornell Memorial Foundation/Concesse in licenza da VAGA presso Artists Rights Society (ARS)
 

A Parigi presso la galleria Gagosian è in corso un interessante progetto espositivo ideato col noto regista Wes Anderso, si tratta della mostra "The House on Utopia Parkway: Joseph Cornell's Studio Re-Created by Wes Anderson".


CS

Una mostra ideata dal curatore Jasper Sharp e dall'acclamato regista americano. Aperta lo scorso 16 dicembre 2025, la mostra porta lo studio newyorkese dell'artista nel cuore di Parigi, trasformando la galleria al numero 9 di rue de Castiglione in un tableau meticolosamente allestito – in parte capsula del tempo, in parte scatola delle ombre a grandezza naturale – per la prima presentazione personale dell'opera di Cornell a Parigi in oltre quarant'anni.

Joseph Cornell (1903-1972) non sapeva disegnare, dipingere o scolpire e non ricevette alcuna educazione artistica formale, eppure produsse uno dei corpus di opere più originali e straordinari di qualsiasi artista del XX secolo. Sebbene non avesse mai lasciato gli Stati Uniti, la città di Parigi viveva vividamente nella sua immaginazione. Vagava per le sue strade tra cartoline, guide turistiche e conversazioni con l'amico Marcel Duchamp, e dedicò decine di opere d'arte ai suoi poeti, palazzi e protagonisti storici. Nella modesta casa di famiglia in Utopia Parkway nel Queens, a New York, che condivideva con la madre e il fratello, lavorava in uno studio seminterrato pieno di scaffali pieni di scatole da scarpe e barattoli imbiancati, pieni di oggetti raccolti durante le sue incursioni tra librerie di Manhattan, negozi di antiquariato e negozietti di quartiere. Si riferiva a questa collezione di stampe, piume, mappe, biglie, giocattoli, conchiglie e altri oggetti effimeri come al suo "reparto pezzi di ricambio". Ha fornito la materia prima per collage intricati, assemblaggi e shadow box che avrebbero influenzato generazioni di artisti, da Yayoi Kusama, Robert Rauschenberg, Betye Saar, Carolee Schneemann e Andy Warhol a molti artisti contemporanei.


The House on Utopia Parkway: studio di Joseph Cornell ricreato da Wes Anderson (foto di Thomas Lannes; tutte le immagini © 2025 The Joseph and Robert Cornell Memorial Foundation/Concesse in licenza da VAGA presso Artists Rights Society (ARS)

È questo mondo che Anderson e diversi suoi collaboratori di lunga data, insieme alla curatrice della mostra Cécile Degos, danno ora vita a Parigi attraverso oltre trecento oggetti e curiosità provenienti dalla collezione personale di Cornell. In questa suggestiva cornice, sono esposti diversi esempi delle shadow box dell'artista – poetici reliquiari della memoria e dell'immaginazione – tra cui Pharmacy (1943), un tempo di proprietà di Teeny e Marcel Duchamp, ispirata a un antico mobile da farmacia. Untitled (Pinturicchio Boy) (c. 1950), un'opera iconica della celebre serie Medici di Cornell , incornicia dietro un vetro color ambra diverse riproduzioni del Ritratto di ragazzo di Bernardino Pinturicchio (c. 1480-82), accostandole a mappe stradali italiane e giocattoli di legno. "Un camerino per Gille" (1939) rende omaggio al Pierrot (1718-19) di Jean-Antoine Watteau, noto anche come Gilles , conservato al Musée du Louvre, a pochi passi dalla galleria. E "Blériot II" (c. 1956) rende omaggio a Louis Blériot, l'inventore francese che fu il primo a compiere un volo a motore attraverso la Manica. Accanto a queste opere, si trovano prestiti dal Joseph Cornell Study Center dello Smithsonian American Art Museum di Washington, DC, tra cui una serie di scatole incompiute dell'artista che offrono un raro scorcio sul suo processo creativo.

La Casa di Utopia Parkway  può essere ammirata attraverso la finestra della galleria che si affaccia sulla strada, trasformando lo spazio in una scatola di Cornell a grandezza naturale. Illuminata soffusamente dall'interno, ricorda le molte ore che Cornell trascorse a lavorare fino a tarda notte.

Nel numero invernale di Gagosian Quarterly , Sharp presenta il resoconto di Sarah Lea sui visitatori dello studio di Cornell, tra cui Tony Curtis, John Lennon, Susan Sontag e Billy Wilder, oltre a numerosi artisti.


The House on Utopia Parkway: studio di Joseph Cornell ricreato da Wes Anderson (foto di Thomas Lannes; tutte le immagini © 2025 The Joseph and Robert Cornell Memorial Foundation/Concesse in licenza da VAGA presso Artists Rights Society (ARS)

Joseph Cornell nacque nel 1903 a Nyack, New York, e morì nel Queens, New York, nel 1972. Le sue opere sono presenti nelle collezioni del Centre Pompidou di Parigi, della Tate di Londra, del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, del Museum of Modern Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, DC, dell'Art Institute of Chicago e del Los Angeles County Museum of Art. Cornell espose per la prima volta alla Julien Levy Gallery di New York, nella storica mostra del 1932 "Surréalisme" . Le sue opere sono state esposte anche al Pasadena Art Museum (1966-67), al Museum of Modern Art di New York (1980-81, poi alla Whitechapel Gallery di Londra, alla Kunsthalle di Düsseldorf, Germania, a Palazzo Pitti di Firenze, Italia, al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris e all'Art Institute of Chicago, 1981-82); Navigating the Imagination , Smithsonian American Art Museum, Washington, DC (2006–07); Wanderlust , Royal Academy of Arts, Londra (2015, trasferita al Kunsthistorisches Museum, Vienna, 2015–16); e Birds of a Feather , Metropolitan Museum of Art, New York (2018). 

Lo sceneggiatore, regista e produttore  Wes Anderson è nato nel 1969 a Houston, in Texas. Tra i suoi film figurano Bottle Rocket (1996), Rushmore (1998), I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou  (2004), Il treno per il Darjeeling (2007), Fantastic Mr. Fox (2009), Moonrise Kingdom (2012), Grand Budapest Hotel (2014), Isle of Dogs (2018), The French Dispatch (2021) e Asteroid City (2023), oltre alla raccolta di cortometraggi The Wonderful Story of Henry Sugar and Three More (2024). Il suo ultimo film è The Phoenician Scheme , distribuito quest'anno da Focus Features.

Parallelamente alla mostra, il 21 novembre 2025 verrà inaugurata al Design Museum di Londra una mostra che ripercorre la carriera cinematografica di Anderson fino a oggi, esponendo oggetti di scena, costumi e altri oggetti provenienti dal suo archivio personale.


27/01/26

La Galleria Cuturi apre una sede a Parigi


Fra le tante novità del nuovo anno segnaliamo che fra poco aprirà uno spazio a Parigi la Galleria Cuturi  all'interno dei giardini del Palais-Royal, nel marzo 2026.

La galleria parigina inaugurerà con una mostra inaugurale curata dalla curatrice indipendente Deborah Lim, residente a Singapore, che riunirà importanti artisti del Sud-Est asiatico insieme a figure affermate della scena artistica francese. Situato al 24 della Galerie de Montpensier, nello storico quartiere del Palais-Royal, il nuovo spazio riflette l'impegno della Galleria Cuturi per l'arte contemporanea e lo scambio interculturale tra Oriente e Occidente, rendendo omaggio alla sua identità ibrida e transdisciplinare attraverso un dialogo tra arte, design e moda. L'inaugurazione rende omaggio anche all'eredità del sito con un omaggio a Didier Ludot, collezionista e pioniere dell'alta moda vintage, che aprì la sua boutique di moda parigina allo stesso indirizzo.
 
L'iniziativa parigina prevede un programma rigoroso e ambizioso, con quattro mostre annuali, ciascuna curata da un importante curatore ospite.
 
Parigi gioca un ruolo strategico, generando prestigio, legittimità e spessore simbolico. Questo posizionamento, alimentato da un programma di residenze, mostre satellite e collaborazioni transnazionali, trova ora una naturale estensione con l'apertura della Galleria Cuturi in Europa, e più specificamente a Parigi.
 
Fondata a Singapore nel 2019, la Cuturi Gallery è uno spazio artistico di nuova generazione guidato da una visione in cui l'arte incarna sia l'emancipazione che il significato. Inclusiva nella sua etica, si impegna a dare risalto alle voci di artisti e curatori emergenti. Con radici a Singapore, ma impegnata nel dialogo con l'area Asia-Pacifico e l'Europa, la galleria costruisce ponti culturali e promuove nuove forme di circolazione tra artisti, curatori e pubblico.

26/01/26

Prossimamente Miart 2026

 


Da 30 anni il Miart anima la primavera di Milano con una fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea, ora diretta da Nicola Ricciardi, che quest'anno si svolgerà dal 17 al 19 aprile 2026 (VIP preview giovedì 16) e celebrerà questo importante traguardo valorizzando la propria storia e aprendosi a nuovi orizzonti.

 

Con il titolo New Directions – omaggio al celebre album del 1963 del musicista statunitense John Coltrane (1926-1967) in occasione del centenario dalla sua nascita – miart 2026 fa propria la capacità del jazz di convertire uno standard noto in un terreno fertile per l’innovazione e abbraccia una trasformazione che coinvolge ogni aspetto della sua identità: dai contenuti curatoriali all’immagine coordinata, fino all’esperienza stessa del visitatore.

 

A segnare simbolicamente questo processo di evoluzione, miart cambia location e trova collocazione nella South Wing di Allianz MiCo, uno spazio architettonico affacciato sul paesaggio contemporaneo di CityLife, pronto ad essere interpretato come uno spartito bianco, tra sperimentazione e riconoscibilità. Sviluppandosi su una superficie più contenuta, la nuova sede apre a inedite opportunità di fruizione e di dialogo tra progetti espositivi, attraverso la rinnovata configurazione della fiera su tre piani.

 

In questo contesto, 160 gallerie provenienti da 24 Paesi prenderanno parte alla trentesima edizione della manifestazione, che rafforza il suo ruolo di riferimento tra le principali fiere d’arte europee. I progetti espositivi tracceranno un percorso attraverso più di un secolo di storia dell’arte, dai classici del Primo e Secondo Novecento alle esplorazioni più contemporanee.

 

Importanti partecipazioni coinvolgono prestigiose gallerie che scelgono il palcoscenico di Milano per la prima volta o tornano dopo alcuni anni di assenza, tra cui Alfonso Artiaco (Napoli), Bortolami (New York), DIE GALERIE (Francoforte), Lyles & King (New York), Nino Mier Gallery (New York, Bruxelles), Soft Opening (Londra), Trautwein Herleth (Berlino), Kate Werble Gallery (New York).

 

Significative inoltre le conferme delle gallerie che prendono parte a miart anche in occasione della prossima edizione, come APALAZZOGALLERY (Brescia), Ben Brown Fine Arts (Londra, Hong Kong, New York), Buchholz (Berlino, Colonia, New York), Cardi Gallery (Milano, Londra), ChertLüdde (Berlino), Sadie Coles HQ (Londra), Consonni Radziszewski (Lisbona, Milano, Varsavia), GALLERIA CONTINUA (San Gimignano, Pechino, Les Moulins, L’Avana, Roma, San Paolo, Parigi), Corvi-Mora (Londra), Monica De Cardenas (Milano, Zuoz), EHRHARDT FLÓREZ (Madrid), Galleria Dello Scudo (Verona), kaufmann repetto (Milano, New York), Peter Kilchmann (Zurigo, Parigi), Galerie Lelong (Parigi), Galleria d'Arte Maggiore g.a.m. (Bologna, Parigi, Venezia), Mai 36 Galerie (Zurigo), Gió Marconi (Milano), MASSIMODECARLO (Milano, Londra, Hong Kong, Parigi), Mazzoleni (Torino, Londra,Milano), Francesca Minini (Milano), Galleria Massimo Minini (Brescia), ML fine art | Matteo Lampertico (Milano), Montrasio Arte (Monza, Milano, Piacenza), P420 (Bologna), Repetto Gallery (Lugano), Lia Rumma (Milano, Napoli), Richard Saltoun (Londra, Roma, New York), GIAN ENZO SPERONE (Sent), Sprovieri (Londra), Tornabuoni Arte (Firenze, Milano, Roma, Parigi, Forte dei Marmi, Crans-Montana), VISTAMARE (Milano, Pescara), Galerie Hubert Winter (Vienna), ZERO… (Milano), solo per citarne alcune.

 


 

Sezioni, gallerie e progetti speciali: il ritmo del nuovo layout

 

3 le sezioni che animeranno la trentesima edizione della fiera, tra conferme storiche e nuove prospettive.

 

Torna Established che, con 111 gallerie, si rivela ancora una volta la cornice ideale per realtà consolidate che definiscono il presente dell’arte internazionale. L’offerta espositiva spazierà dai capolavori dell’arte moderna alle produzioni più recenti, con alcune proposte di design d’autore.

 

miart si arricchisce inoltre quest’anno con la metasezione Established Anthology, che coinvolgerà 20 gallerie con progetti espositivi accomunati dall’intenzione di raccontare la complessità, le traiettorie e le trasformazioni del tempo. Le opere proposte indagheranno temi come la ciclicità e la metamorfosi, l’oblio e memoria, l’attesa e l’immaginazione del futuro, giocando con i salti temporali, le stratificazioni, le inversioni della cronologia e interrogando i futuri possibili, reali o distopici. Established Anthologyintende attivare un dialogo generativo tra linguaggi del moderno e pratiche del contemporaneo, promuovendo un equilibrio armonioso tra le parti che ne esalti le risonanze, in linea con lo spirito di miart, storicamente incentrata sui rimandi cronologici.

 

Le gallerie emergenti che credono e investono sul futuro dell’arte, attraverso progetti sperimentali e sostegno alle giovani generazioni di artisti, saranno ancora una volta protagoniste della sezione Emergent, a cura di Attilia Fattori Franchini. In una sezione ampliata che vede 29 gallerie provenienti da tutto il mondo, sono numerose quelle che per la prima volta scelgono la manifestazione milanese, confermando il ruolo di miart come piattaforma di riferimento per le realtà artistiche più contemporanee.

Tra queste Amanita (New York, Roma), COMMUNE (Vienna), Crome Yellow M & C (Johannesburg), Ehrlich Steinberg (Los Angeles), Alice Folker Gallery (Copenaghen), Gaa (New York, Colonia), MERKUR (Istanbul), Satine (Venezia) South Parade (Londra), TBA (Varsavia).

 

miart 2026 proporrà inoltre un inedito progetto speciale dedicato all’immagine in movimento. Movements nasce dalla collaborazione con il St. Moritz Art Film Festival e dall’incontro tra il tema della quinta edizione della manifestazione - If Music - e la linea curatoriale di miart. Il programma, curato da Stefano Rabolli Pansera, Direttore Artistico di SMAFF, presenterà film realizzati esclusivamente da artisti rappresentati dalle gallerie partecipanti alla fiera, attivando un dialogo diretto tra gli espositori e la ricerca sul cinema sperimentale promossa dal festival.

 

Movements esplorerà, per la prima volta a miart, il linguaggio poetico e sperimentale del video e del film d’artista, presentando opere che propongono una visione del cinema in chiave musicale, basata su risonanza, ritmo e vibrazione. In questa prospettiva, la musica non è una semplice colonna sonora, ma un dispositivo di apertura verso altre dimensioni, dove immagine e suono si intrecciano come forze inseparabili e trasformative. Questo approccio dà forma a un ambiente polifonico, uno spazio di pausa e immersione in cui i film diventano partiture, capaci di accordare lo sguardo, generare risonanze e far affiorare mondi possibili oltre il fotogramma.

 


 

Partner e premi: l’orchestra delle collaborazioni

 

Si rinnova la collaborazione con il Gruppo Intesa Sanpaolo, che supporta miart in qualità di main partner. Internazionalità, eccellenza e attenzione allo sviluppo culturale del territorio sono i valori che legano miart al gruppo bancario, con l'obiettivo di consolidare la centralità di Milano nel panorama nazionale e internazionale e di offrire alla città un ulteriore volano di crescita e sviluppo economico, culturale e civile.

 

Come da tradizione, la Banca contribuirà all'edizione 2026 attraverso contenuti originali e di alto valore artistico, con un progetto a cura di Nicola Ricciardi dedicato alla valorizzazione – nell’area lounge del Gruppo – di capolavori dalla Collezione Luigi e Peppino Agrati, prestigiosa raccolta d’arte contemporanea oggi parte del patrimonio artistico di Intesa Sanpaolo.

 

Sempre nell’area lounge della Banca, Intesa Sanpaolo Private Banking presenterà le proprie soluzioni innovative e complete di wealth management con particolare focalizzazione sul servizio di art advisory, dedicato a chi considera l'arte un'opportunità di crescita diversificata del proprio patrimonio.

 

Si conferma anche il Fondo di Acquisizione di Fondazione Fiera Milano, istituito nel 2012. Del valore di 100.000 euro, il Fondo è destinato a opere d'arte che andranno a implementare la collezione di Fondazione Fiera Milano, oggi ospitata all'interno della Palazzina degli Orafi, sede di Fondazione, e che attualmente si compone di oltre 140 lavori in rappresentanza di linguaggi artistici differenti. Tutte le opere sono visibili su https://www.fondazionefieramilano.it/it/il-patrimonio/patrimonio-artistico.html.

 

Giungono all’undicesima edizione il Premio Herno, che conferisce un riconoscimento di 10.000 euro allo stand con il miglior progetto espositivo, e il Premio LCA Studio Legale per Emergent, del valore di 4.000 euro, istituito in collaborazione con LCA Studio Legale e destinato alla galleria che si distingue per la migliore presentazione all'interno della sezione Emergent.

 

Viene inoltre confermata per la quarta edizione la presenza a miart del Premio Orbital Cultura – Nexi Group, l’unico riconoscimento interamente dedicato alla fotografia, insieme al Premio Matteo Visconti di Modrone, istituito in ricordo del Presidente della Fonderia Artistica Battaglia. Quest’ultimo, del valore di 10.000 euro, è destinato a un artista, selezionato a seguito di un’open call, che avrà l’opportunità di realizzare la propria opera all’interno della fonderia, avvalendosi del supporto e della competenza dei maestri artigiani.

 

Si rinnova anche la SZ Sugar miart commission, nata in collaborazione con SZ Sugar, casa editrice dedicata alla musica colta contemporanea. Il progetto di questa edizione, che coinvolgerà anche CAM Sugar – il più ampio e prestigioso catalogo di colonne sonore originali italiane –, si concentra su due opere fondamentali del 1960: Audace colpo dei soliti ignoti di Piero Umiliani, tra i più prolifici e visionari compositori italiani di musica per il cinema, con la collaborazione del musicista jazz statunitense Chet Baker; e Invenzione su una voce per nastro magnetico di Bruno Maderna, uno dei compositori e direttori d’orchestra più influenti dell’avanguardia musicale italiana del ventesimo secolo. Le gallerie partecipanti a miart saranno invitate a proporre ai loro artisti un lavoro di intervento diretto sui nastri delle due opere, da rielaborare e trasformare in nuove produzioni artistiche.

 

Si confermano anche quest’anno il Premio Rotary Club Milano Brera per l’Arte Contemporanea e Giovani Artisti – istituito nel 2009 come primo riconoscimento nel contesto di miart e ora alla sua sedicesima edizione – che prevede l’acquisizione di un’opera di un artista emergente o mid-career da donare al Museo del Novecento di Milano, e il Premio Massimo Giorgetti, giunto alla sua quarta edizione. Nato dalla volontà dello stilista e collezionista Massimo Giorgetti di supportare giovani artisti all'inizio della propria carriera, il riconoscimento assegna un premio del valore di 5.000 euro.

 

Per la trentesima edizione di miart si rinnovano altre partnership strategiche, come quella con il brand di moda MSGM, diretto e fondato da Massimo Giorgetti, che commissionerà a un artista la realizzazione di un’opera di animazione site-specific, concepita appositamente per lo schermo LED outdoor della South Square di Allianz MiCo, spazio di connessione e accesso al nuovo ingresso della fiera. Anche Maison Ruinart conferma il suo impegno nel mondo dell'arte e della sostenibilità, presentando un inedito progetto artistico della serie Conversations with Nature all'interno della Lounge Ruinart.

 

Si rinnova infine per il quarto anno consecutivo la collaborazione con ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, che continua a offrire un contributo significativo allo sviluppo della dimensione internazionale della fiera. Il sostegno di ICE consente di amplificare la visibilità di miart all'estero e di favorire la partecipazione internazionale, consolidando il ruolo della manifestazione all’interno del panorama artistico globale.

 

Come nel jazz, dove il dialogo tra strumenti diversi è essenziale e ogni voce contribuisce con la propria nota a costruire un’armonia collettiva, anche quest’anno torna Milano Art Week con un calendario di opening, installazioni, mostre, eventi e incontri che accenderanno i riflettori sulla vivacità del sistema dell’arte milanese. La prossima edizione della manifestazione diffusa dedicata all’arte in tutte le sue forme, coordinata dall’Assessorato alla Cultura e organizzata da Arte Totale ETS, si svolgerà dal 13 al 19 aprile e metterà in rete le principali istituzioni pubbliche e fondazioni private della città dedicate all’arte moderna e contemporanea con un programma di mostre e attività. Una call to action per partecipare al programma sarà online sul sito milanoartweek.it a partire da lunedì 19 gennaio e sarà disponibile fino a lunedì 2 marzo.

 

Protagoniste della Milano Art Week saranno le principali istituzioni pubbliche e private della città. In particolare, il Comune di Milano inaugurerà al PAC la prima monografica europea di Marco Fusinato, artista e musicista tra i più innovativi della scena contemporanea internazionale. A cura di Diego Sileo, la mostra, dal titolo The only true anarchy is that of power, proporrà una selezione delle opere più significative degli ultimi anni, tra cui Desastres, l’imponente opera-performance con cui l’artista ha rappresentato l’Australia alla 59ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 2022. L’esposizione segna il ritorno in Italia di Fusinato, che inviterà il pubblico a esplorare il proprio universo sonoro e visivo radicale, dove la percezione viene costantemente messa alla prova.

 

New Directions vuole essere un invito a lasciarsi attraversare da linguaggi che si rinnovano, da artisti che osano, da gallerie che scommettono, da un pubblico che ascolta. Così come si ascolta il jazz: con rispetto, con stupore, con desiderio.

 

È questa la vocazione di miart 2026: come in un brano in cui ogni nota dialoga con la successiva, la manifestazione conferma con orgoglio le proprie radici reinterpretando la sua identità per raccontare il presente e immaginare nuove prospettive per il futuro.

25/01/26

Arte e olimpiadi


L'arte guarda allo sport in questa occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali di Milano Cortina 2026, e il Mart di Rovereto presenta "Sport. Le sfide del corpo". Attraverso oltre 350 opere d’arte e materiali d’archivio la mostra indaga come le arti visive abbiano rappresentato il corpo nella pratica sportiva.

Se lo sport è fenomeno di massa per eccellenza, l’arte ha certamente contribuito all’iconografia del mito. Dal “discobolo” di Mirone alle leggende contemporanee, la mostra evidenzia come il racconto del corpo nella performance sportiva abbia definito la nascita di eroi ed eroine, siano essi atleti o lottatori classici o icone del presente.

Seppur con richiami all’arte antica l'esposizione approfondisce con particolare attenzione la produzione moderna e contemporanea, ponendo in dialogo prestigiosi prestiti, provenienti da collezioni pubbliche e private, e capolavori appartenenti alle Collezioni del museo. Nel percorso, suddiviso in 8 sezioni tematiche (Le origini, Corpo a corpo, In squadra, Oltre il limite, Nell’acqua, Corpi volanti/corpi danzanti, Correre, Al freddo), trovano spazio anche numerosi documenti, oggetti, trofei, fotografie, illustrazioni, pubblicità, secondo quella prospettiva multidisciplinare che da sempre caratterizza il Mart.

La ricerca dei curatori include anche preziosi documenti provenienti dall’Archivio del ’900 del Mart e dalle raccolte della Fondazione Alinari per la Fotografia, oltre a costumi, reperti, materiali. Alcuni oggetti appartenuti o utilizzati dai miti dello sport assumono quasi lo status di cimeli. È il caso, per esempio, delle biciclette di Gino Bartali (vincitore del Giro d’Italia nel 1936, 1937, 1946 e del Tour de France nel 1938, 1948), Fausto Coppi (vincitore del Giro d’Italia nel 1940, 1947, 1949, 1952, 1953 e del Tour de France nel 1949, 1952), Gastone Nencini (vincitore del Giro d’Italia nel 1957 e del Tour de France nel 1960) e la bicicletta con cui Francesco Moser il 23 gennaio 1984 a Città del Messico batte il record dell’ora superando il muro dei 50 chilometri.



Esposti anche un pallone da calcio degli anni Trenta, così diverso dai palloni utilizzati oggi; capi di abbigliamento tecnico realizzati da Missoni; il costume che Carla Fracci indossò per danzare La Sylphide nel 1983 e il costume di Arlecchino che Ferruccio Soleri ha vestito per più di 60 anni, entrando nel Guinness dei Primati come l’attore che più di tutti ha recitato lo stesso ruolo per una vita intera.

In una prospettiva contemporanea, la mostra suggerisce che il corpo non sia solo strumento per fissare nuovi primati o per eseguire performance straordinarie. La competizione implica tensioni, fisiche ed emotive, e contrapposizioni, tra perfezione e cedimento, record e limite.



Con Sport. Le sfide del corpo il Mart di Rovereto partecipa all’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso ideato per promuovere i valori Olimpici e Paralimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport. L’Olimpiade Culturale è un progetto della Fondazione Milano Cortina 2026.

La mostra si inserisce nel progetto culturale di sistema Combinazioni_caratteri sportivi ideato e promosso dell’Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento per mettere in rete, intorno a un tema comune, i musei del territorio. Obiettivo: valorizzare la propria identità in una prospettiva a più dimensioni che includa il confronto reciproco, lo scambio di saperi, le sfide.


24/01/26

Gli equilibrati sogni di Calder

 Alexander Calder, Lily of Force, 1945 Sheet metal, wire, rod and paint 270 x 250 x 160 cm 
Fondation Louis Vuitton © 2025 Calder Foundation, New York / ADAGP, Paris


Fra i tanti eventi di quest'anno un'attenzione particolare sarà per la mostra che questa primavera la Fondation Louis Vuitton dedicherà al centenario dell'arrivo di Alexander Calder (1898-1976) in Francia nel 1926 e i cinquant'anni dalla sua morte con una retrospettiva che esplora tutte le sfaccettature della sua opera. " Calder. Rêver en Equilibre "  abbraccia mezzo secolo di creazione, dalla fine degli anni '20 e la prima messa in scena delle performance dell'artista Cirque Calder che affascinarono l'avanguardia parigina, alle sculture monumentali che ridefinirono l'arte pubblica negli anni '60 e '70. Alla Fondation Louis Vuitton, i mobili di Calder - fluttuanti all'interno dell'architettura di Frank Gehry - trasformano la mostra in una danza coreografata.

Una delle mostre più importanti mai dedicate ad Alexander Calder, " Calder. Rêver en Equilibre " è stata concepita in stretta collaborazione con la Fondazione Calder, suo principale prestatore. La mostra presenta anche prestiti da istituzioni internazionali e importanti collezionisti privati, riunendo quasi 300 opere: stabili e mobili – per usare la terminologia calderiana per le astrazioni statiche e cinetiche – oltre a ritratti in filo metallico, figure in legno intagliato, dipinti, disegni e persino gioielli, concepiti come sculture uniche. Attraverso il percorso cronologico che si estende su oltre 3.000 m² , la mostra metterà in luce le preoccupazioni artistiche fondamentali di Calder: il movimento soprattutto, ma anche la luce, il riflesso, i materiali umili, il suono, l'effimero, la gravità, la performance e l'interazione tra spazio positivo e negativo.

La mostra celebrativa è arricchita da contributi di contemporanei di Calder. Opere degli amici dell'artista Jean Arp, Barbara Hepworth, Jean Hélion e Piet Mondrian, così come di Paul Klee e Pablo Picasso, collocheranno l'inventiva radicale di Calder all'interno del movimento d'avanguardia. 34 fotografie scattate da alcuni dei più importanti fotografi del XX secolo – Henri Cartier-Bresson, André Kertész, Gordon Parks, Man Ray, Irving Penn e Agnès Varda, tra gli altri – mostreranno un artista in bilico tra arte e vita. " Calder . Rêver en Equilibre" presenterà anche presentazioni mirate dedicate ai nuclei chiave dell'opera di Calder, tra cui la sua amata serie Constellation e i suoi gioielli dinamici.

In linea con le precedenti mostre monografiche dedicate a grandi figure del XX e XXI secolo – come Jean-Michel Basquiat, Joan Mitchell, Charlotte Perriand, Mark Rothko, David Hockney, Gerhard Richter – la Fondation Louis Vuitton dedica tutti i suoi spazi espositivi, e per la prima volta il prato adiacente, all'opera di Calder. In questo modo, la mostra avvia un dialogo tra i volumi, i piani e i movimenti di Calder e quelli dell'architettura di Frank Gehry.

A metà dei suoi vent'anni, Alexander Calder si riallacciò alla tradizione artistica della sua famiglia (figlio di un pittore e scultore, nipote di uno scultore) dedicandosi inizialmente alla pittura e al disegno. Dopo aver studiato all'Art Students League di New York, si trasferì a Parigi nel 1926. Nel quartiere di Montparnasse, allora epicentro del mondo dell'arte internazionale, entrò rapidamente a far parte di una fiorente comunità creativa. Lì presentò opere innovative – sculture figurative e minimaliste in filo metallico che ricevettero elogi dalla critica – e un circo in miniatura. Grazie a un prestito eccezionale del Whitney Museum of American Art, il primo in 15 anni, il Cirque Calder torna a Parigi, la città in cui è nato. Al centro di questo innovativo corpus di performance art, Calder orchestrò acrobati, clown e cavalieri in miniatura per un pubblico sempre più numeroso. Tra gli spettatori figuravano Fernand Léger, Jean Hélion, Le Corbusier, Jean Arp, Joan Miró e Piet Mondrian.

La visita di Calder allo studio di Mondrian nel 1930, dove rimase profondamente colpito dall'installazione ambientale, segnò una svolta decisiva verso l'astrazione, prima nella pittura e poi nella scultura. Marcel Duchamp suggerì il termine "mobile" nel 1931 per le composizioni astratte cinetiche di Calder, che furono presentate dall'artista nel 1932 alla Galerie Vignon di Parigi. Inizialmente azionate meccanicamente e in seguito mosse dalla minima brezza, queste opere traevano " la loro vita dalla vita indistinta dell'atmosfera ", come scrisse Jean-Paul Sartre nel 1946. In particolare, in risposta alla terminologia di Duchamp, Arp propose il termine "stabile" per gli oggetti statici di Calder dei primi anni Trenta.

Sebbene Calder fosse tornato negli Stati Uniti nel 1933, continuò a viaggiare in Europa, partecipando in particolare al Padiglione della Repubblica Spagnola nel 1937 insieme a Miró e Picasso. Ritornò in Francia dopo la guerra e aprì uno studio nel villaggio di Saché, nella Valle della Loira, nel 1953. Con un piede in ogni paese, Calder ampliò la definizione stessa di scultura fino alla sua morte nel 1976. Attraverso il movimento, certamente, ma anche attraverso un vocabolario dinamico declinato su tutte le scale – dai delicati assemblaggi metallici animati dal minimo respiro alle costruzioni monumentali – creò sculture non oggettive che esistevano simultaneamente in parallelo con la natura. Come commentano Dieter Buchhart e Anna Karina Hofbauer, curatori ospiti della mostra: " L'approccio innovativo di Calder ha ampliato le dimensioni della scultura fino a includere il tempo come quarta dimensione essenziale " .

Curatela
Suzanne Pagé, Direttrice artistica della Fondation Louis Vuitton, Curatore capo
Dieter Buchhart e Anna Karina Hofbauer, curatori ospiti
Assistiti da Valentin Neuroth
Olivier Michelon, curatore associato, assistito da Léna Levy

Questa mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la Calder Foundation e il Whitney Museum of American Art.


23/01/26

Anthony Van Dyck a Genova


 Antoon Van Dyck, Ritratto di dama genovese, Olio su carta applicato su tela e poi su tavola; Collezione privata europea

Sarà la raffinatezza di Anthony Van Dyck a rendere imperdibile una gita al Palazzo Ducale di Genova. La mostra con oltre 50 dipinti autografi, provenienti da 32 musei prestatori da 22 città di tutta Europa: dal Louvre di Parigi, al Prado di Madrid, alla National Gallery di Londra, sarà un grande viaggio nel genio artistico che ha lavorato a Anversa, Genova e Londra

Palazzo Ducale ospiterà questo grande evento nella prossima primavera, sarà la più grande mostra monografica sul pittore fiammingo Anthony Van Dyck (Anversa 1599 – Londra 1641) degli ultimi 25 anni.

In continuità con la mostra Rubens a Genova del 2022 e forti del suo eccezionale successo di pubblico e di critica, Palazzo Ducale ospita una nuova mostra internazionale dedicata a un altro maestro della pittura europea, che proprio a Genova deve parte della sua maturazione artistica.

Tre dipinti di Rubens, suo maestro, consentiranno qualche puntuale confronto, in una mostra che è però tutta incentrata sull’arte magistrale di uno degli artisti più amati al mondo.

L’immensa statura di Van Dyck risiede non solo nella qualità della sua opera, ma anche nella capacità di variare la propria arte perché in sintonia con gli ambiti di committenza di volta in volta diversi, cambiando quanto necessario per sedurre i nuovi clienti, assecondare abilmente i loro gusti, sintonizzarsi con ciascun milieu nel quale si trova a operare.

La mostra si sviluppa nelle sale nell’Appartamento del Doge e include la splendida Cappella Dogale. Le varie sezioni si susseguono sul filo di uno storytelling che mira a raccontare la crescita e lo sviluppo dell’arte di Van Dyck nelle tre città fondamentali della sua carriera – Anversa, Genova e Londra – seguendo queste diverse tappe attraverso lo sviluppo di alcune tematiche e iconografie messe a confronto. Il visitatore apprenderà così come ogni milieu e contesto artistico e culturale può influenzare e forgiare l’arte di un pittore, anche e forse ancor più quando si tratta di un vero genio come Van Dyck.

Due autoritratti giovanili; ritratti di eleganti dame genovesi, anversane e inglesi; opere legate alla committenza del Re d’Inghilterra Carlo I, suadenti opere mitologiche e intense opere sacre consentiranno di immergere il visitatore nel magico mondo creativo di un genio.