Translate

21/07/26

Un Castello per l'autunno!

Pier Paolo Calzolari, Senza titolo (mortificatio, imperfectio, putrefatio, combustio, incineratio, satisfactio, confirmatio, compositio, inventio, dispositio, actio, mneme), 1970-71Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-TorinoFoto Paolo Pellion 

 
“Costruire una collezione pubblica oggi significa molto più che custodire un patrimonio. Significa mantenerlo vivo, rinnovarne continuamente il racconto e metterlo in relazione con le domande del presente attraverso nuove produzioni, riallestimenti e acquisizioni, ma anche saper far nascere una collezione, facendo da garante tra artista e istituzione, assumendosi la responsabilità di un bene pubblico e continuando, al tempo stesso, a disegnare nuovi percorsi.”   Francesca Lavazza, Presidente
 
“Commissionare nuove opere e conservare il patrimonio sono due espressioni della stessa responsabilità pubblica, non due attività distinte. Da una parte il Museo produce il presente; dall’altra custodisce la memoria affinché continui a generare futuro.”
Francesco Manacorda, Direttore
 
La stagione autunnale del Castello di Rivoli si sviluppa proprio lungo questa idea, intrecciando più interventi complementari che definiscono una nuova fase del percorso espositivo: la terza edizione di Inserzioni, il programma di commissioni ideato da Francesco Manacorda; il nuovo riallestimento della Collezione dedicato all’Arte povera; una sala di Giulio Paolini in memoria del collezionista Gino Viliani; una nuova edizione di Il Castello Incantato con una sala in omaggio a Remo Salvadori; e la presentazione delle opere vincitrici del Premio Piero Siena 2026. Progetti differenti che condividono un’unica visione: quella di un museo nel quale la Collezione non rappresenta un punto di arrivo, ma uno spazio di ricerca in continua trasformazione.
 
 
INSERZIONI | Il museo come luogo di produzione
Primo e secondo piano, Edificio Castello
dal 25 settembre
 
Giunta alla sua terza edizione, Inserzioni conferma il proprio ruolo di laboratorio permanente del Castello di Rivoli. Pensato per invitare artisti contemporanei a confrontarsi con l’architettura incompiuta del Castello e con il percorso della Collezione, il progetto trasforma periodicamente le sale del Museo in una mostra in costante evoluzione.
 
Le nuove commissioni di Haris Epaminonda, Christelle Oyiri e Sung Tieu affrontano alcune delle questioni più urgenti della contemporaneità: la migrazione delle persone e delle forme culturali, il rapporto tra architettura e costruzione dell’identità, la memoria come materia attiva del presente e le strutture invisibili che regolano la società globalizzata. Pur attraverso linguaggi profondamente differenti, le tre artiste condividono una riflessione sullo spazio come dispositivo culturale e politico. La casa, il museo, l’architettura diventano luoghi nei quali si sedimentano appartenenze, gerarchie, ricordi e forme di potere.
 
Per Haris Epaminonda, il Castello diventa un portale che mette in dialogo la sala sontuosamente decorata di Juvarra con Casa Mollino, rivelando corrispondenze inaspettate tra due modi radicalmente diversi di costruire lo spazio come rappresentazione dell’identità e, attraverso la frammentazione, aprendolo a molteplici letture e narrazioni.
 
La nuova opera commissionata a Sung Tieu, un’installazione site-specific realizzata per il Castello di Rivoli, indaga sulle forze che plasmano la memoria collettiva e il senso di appartenenza. Attraverso un intervento architettonico, l’opera riflette su come le storie siano radicate negli spazi, nelle strutture e nell’esperienza vissuta.
 
Utilizzando la Piramide di Memphis sia come protagonista che come monumento, Christelle Oyiri ripercorre il destino dei simboli nel cinema, nella scultura e nelle installazioni. Il suo lavoro segue la trasformazione delle architetture sacre in spettacolo commerciale, interrogandosi su come la fede riesca a sopravvivere alle fratture storiche mutando continuamente attraverso la musica, la cultura popolare e gli immaginari della diaspora nera.
 
 
ARTE POVERA | Conservare significa continuare ad attivare
Primo e secondo piano, Edificio Castello
Da luglio 2026
 
Accanto alle nuove commissioni, il Museo presenta un importante riallestimento di opere di Arte povera in Collezione. Il nucleo storico dell’Arte povera costituisce una delle identità fondative del Castello di Rivoli. Non soltanto perché il Museo conserva una delle raccolte più importanti dedicate ai pionieri del gruppo, ma anche perché fu proprio l’importanza internazionale di questo movimento a dare una forte spinta all’istituzione del Museo aperto nel 1984. Il nuovo percorso assegna a ognuno degli artisti uno spazio autonomo, valorizzando capolavori della Collezione, incluse quelle in comodato da Fondazione Arte CRT. Accanto alle opere di Alighiero Boetti, Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto, tutti al primo piano, i nuovi allestimenti al secondo piano presentano opere di Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone, Gilberto Zorio, oltre a una sala dedicata a Emilio Prini (da ottobre 2026) costituendo una vera e propria mostra del gruppo artistico.
 
Il riallestimento riafferma il ruolo del Museo come garante della conservazione, dello studio e della piena accessibilità di un patrimonio pubblico che continua a parlare al presente. Nell’ambito dei riallestimenti che valorizzano il ruolo di Torino quale fucina creativa, da ottobre 2026, per la prima volta al Castello di Rivoli una sala sarà inoltre dedicata a Carol Rama, tra le più grandi artiste del Novecento.
 
 
GIULIO PAOLINI: IN DUE ATTI
In memoria di Gino Viliani
 
A cura di Marcella Beccaria e Andrea Viliani
Secondo piano, Edificio Castello, Sala 22
Atto I: da luglio 2026
Atto II: da ottobre 2026
 
Nel contesto dei riallestimenti della Collezione, il Castello di Rivoli dedica una sala a Giulio Paolini che si sviluppa in due atti. Per il primo atto del progetto, già in corso dall’estate, l’artista ha individuato Contemplator enim e In esilio, installazioni pre-esistenti che diventano dispositivi ambientali per esporre altre sue opere. Nel secondo atto del progetto, da ottobre 2026, queste installazioni accoglieranno un gruppo di opere appartenute a Gino Viliani, suo appassionato collezionista, promesse in dono al Museo. “Paolini trasforma così la sala – dichiarano i curatori Beccaria e Viliani – in un meccanismo allestitivo e narrativo in cui riunire, come se fossero su un unico palcoscenico, luoghi, persone e ruoli diversi, quali lo studio dell’artista, la stanza della casa, la sala del museo, o l’autore, il collezionista, il curatore e il pubblico”.
 
 
IL CASTELLO INCANTATO | Il museo come palestra pedagogica
Con la collaborazione curatoriale di Marcella Beccaria, Francesco Manacorda, Paola Zanini
Terzo piano, Edificio Castello
Da settembre 2026
 
Il Castello Incantato è un progetto non solo espositivo, ma anche educativo, ideato e allestito con non-adulti coinvolti nel processo di avvicinamento all’arte contemporanea. Il progetto individua nei più giovani i visitatori ideali del museo presente e di quello futuro. Il Castello Incantato si ispira all’idea di agorà, la principale piazza pubblica nelle città dell’antica Grecia, promuovendo l’idea di museo quale luogo di incontro e confronto, palestra pedagogica, esperienziale, inclusiva e scuola di cittadinanza.
 
Per la nuova edizione 2026, Il Castello Incantato propone un percorso espositivo incentrato su importanti artiste e artisti, le cui opere hanno contribuito in maniera fondamentale alla storia della collezione e delle mostre del Castello di Rivoli. Il progetto presenta lavori di John Baldessari, William Kentridge, Otobong Nkanga e Paola Pivi. Ospiti speciali dell’edizione 2026 sono Peter Friedl con No prey, no pay, grande installazione ispirata ai pirati e alle loro storie dimenticate e Rivane Neuenschwander con dream.lab. Il progetto di Neuenschwander prende spunto dalle creature e dai mostri che abitano i sogni dei bambini. Questa nuova versione dell’opera prodotta dal Museo si ispira anche a disegni dei bambini del territorio, che hanno partecipato a laboratori e workshop del Dipartimento Educazione su indicazione dell’artista.
 
 
CONTINUO INFINITO PRESENTE | Omaggio a Remo Salvadori
In collaborazione con Archivio Remo Salvadori
Terzo Piano, Edificio Castello, Sala 35
 
Nel contesto di Il Castello Incantato, una sala è dedicata a Remo Salvadori, purtroppo scomparso durante la preparazione del progetto. “Ricercando la dimensione spirituale nel reale,” dichiara Marcella Beccaria “Salvadori ha tracciato un percorso di rara profondità etica e coerenza. Già avviata in stretto dialogo con Remo e sviluppata poi in collaborazione con il suo Archivio grazie a Sally Benjamin Salvadori, questa sala è un omaggio a un grande artista la cui visione continuerà a risplendere”. Il nuovo allestimento include La stanza delle tazze, 1985-86, importante lavoro sul colore e le forme ispirato ai principi antroposofici di Rudolf Steiner. Insieme a quest’opera appartenente alla Collezione del Castello e di grande rilevanza nella produzione dell’artista, sono presentate lavori in prestito dall’Archivio Salvadori.
 
Premio Piero Siena 2026 — Stefano Bernardi e Samira Mosca
A cura di Federica Lamedica
Primo Piano, Edificio Castello, Sale 15 e 16
Dal 25 settembre
 
In collaborazione con la Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige, Ripartizione Cultura italiana, e Museion – Museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano, il Castello di Rivoli collabora all’edizione 2026 del Premio Piero Siena, nell’ambito di un accordo attraverso il quale la Provincia acquisisce e dona ai musei partner opere di artiste e artisti operanti in Alto Adige, dopo un processo di selezione condotto con i musei stessi. Gli artisti vincitori sono Stefano Bernardi (Bolzano, 1970) per il Castello di Rivoli e Samira Mosca (Bolzano, 1995) per il Museion. Dopo una prima presentazione al pubblico presso il Centro Trevi di Bolzano nell’estate 2026, le opere premiate sono esposte nelle Sale storiche del Castello di Rivoli, la cui collezione permanente acquisisce l’opera di Bernardi.

20/07/26

Il camino di Kelly Akashi

Veduta dell'installazione della Whitney Biennial 2026  (Whitney Museum of American Art, 8 marzo-agosto 2026). Hyundai Terrace Commission Kelly Akashi, 2026. Fotografia di Timothy Schenck 


 Parte la Hyundai Terrace Commission: Kelly Akashi con un'installazione site-specific dell'artista di Los Angeles Kelly Akashi, realizzata per la galleria esterna al quinto piano del museo e parte della Whitney Biennial 2026. L'opera comprende una nuova installazione scultorea, un bassorilievo in acciaio, opere su carta e un'animazione proiettata su uno schermo esterno sulla terrazza del Whitney e negli spazi adiacenti.

Il monumento (Altadena)  testimonia le ingenti perdite subite da Altadena, in California, a causa dell'incendio di Eaton nel gennaio 2025. Dopo che la casa e lo studio di Kelly Akashi furono distrutti dalle fiamme, il camino fu l'unica struttura rimasta in piedi. L'artista collaborò con un muratore per ricostruirlo pezzo per pezzo, insieme alla ricostruzione del vialetto d'accesso alla sua abitazione, utilizzando mattoni di vetro luminoso. 

Akashi ha realizzato  Inheritance (Distressed)  utilizzando un centrino della nonna, recuperato da una vendita di oggetti usati di famiglia ma andato poi perduto nell'incendio di Eaton. Qui, la delicata forma del centrino è intagliata nell'acciaio Cor-Ten, un materiale legato alla scultura minimalista e alle sue associazioni storico-artistiche con la mascolinità. L'opera esplora i modi in cui gli artisti, soprattutto le donne, ereditano e si confrontano con le storie artistiche e familiari.

La mostra Hyundai Terrace Commission: Kelly Akashi è organizzata da Marcela Guerrero, curatrice della famiglia DeMartini, e Drew Sawyer, curatore della fotografia della famiglia Sondra Gilman, con Beatriz Cifuentes, assistente curatrice della Biennale, e Carina Martinez, borsista della famiglia Rubio Butterfield.
 

19/07/26

Sublime Antoon Van Dyck




Con oggi si chiude la grande mostra dedicata alla pittura di Antoon Van Dyck allestita presso gli spazi di Palazzo Ducale a Genova.
 
Si è trattato di una grande evento che ha portato nella città ligure importanti capolavori da tutto il mondo, per poter presentare l’articolato percorso artistico di questo geniale pittore  olandese che operò in questa magnifica città.

 

Gli spazi espositivi, ampi e accoglienti, ci guidano in un percorso ideato per tematiche, favorendo così la possibilità di riflettere e confrontare le diverse fasi creative e il variegato percorso della sua tecnica pittorica, che negli anni si è trasformata ed è diventata un modello imitato dai successivi artisti del tempo. L'artista sa realizzare una nuova visione della figura umana che supera la monumentalità per diventare presenza e verisimo. Molto belle poi le diverse occasioni, lungo il percorso espositivo, di confronto con opere di altri artisti, soprattutto col suo maestro, Pieter Paul Rubens, di cui si percepiscono le sue influenze che poi scaturiscono in un'evoluzione personale e più cromaticamente intensa. 
 
Antoon diventa ben presto un pittore di successo nell’ambito della ritrattistica, geniale interprete di un periodo culturale in cui la forma estetica raggiunge i suoi vertici sia per l’espressività che per la bellezza ricercata dei vestiti e delle pose. Aspetti che l’artista porta a sublimare e rendere meravigliosamente belli senza mai cadere nel lezioso e ripetitivo.


La mostra prende avvio con un autoritratto giovanile che già evidenzia il suo grande talento per proseguire con magnifiche sale come quella dedicata alla ritrattistica familiare o alle opere sacre, forse la parte meno nota del suo lavoro, ma anche quella più particolare e raffinata, come nel caso dell'opera dedicata a Santa Rosalia, che diventa un modello ripetuto da tantissimi altri pittori. 

Il percorso si conclude nella cappella del Doge, dove è proposto la stupenda "Crocifissione con i Santi Francesco e Bernardo e il nobile Francesco Orero" proveniente dalla chiesa di San Michele di Pagana.
 
La rassegna è stata costellata da diversi eventi che hanno arricchito l'evento e dato occasione di approfondimento all'opera di questo storico artista olandese. 







18/07/26

Viventi?



 La mostra di Johannes Heldén, The Lighted Trail, presso la Kunsthal Thy , conduce i visitatori in uno spazio in penombra dove la luce non solo mette in risalto le opere nell'oscurità, ma ne diventa essa stessa parte integrante. Emergono isole di luce che separano nettamente lo spazio dello spettatore dalle opere. Come in un gabinetto delle curiosità dell'inizio dell'età moderna, questa separazione estrapola le opere dal loro contesto abituale. Ci costringe a guardarle da lontano e fa sì che ciò che è familiare appaia estraneo.

Questo invito si concretizza quando ci si addentra nel testo della Seconda Edizione (per Kunsthal Thy) . Si tratta di un glossario in cui vengono definite cose viventi e non viventi. Ma non si tratta solo di descrizioni, poiché le voci contengono allusioni a eventi che rimangono intangibili, così come a un narratore che appare egli stesso alieno. Questo glossario era già presente nel libro Astroecologia di Johannes Heldén ed è stato da allora continuamente ampliato con nuove voci. Si basa su un'indagine speculativa sulla possibilità di sistemi ecologici al di fuori della Terra e sulle connessioni tra gli esseri umani e altre specie che ancora non esistono. Attraverso il testo, una pianta cresce lentamente – aggiungendo un movimento e quindi un divenire, che si ritrova nelle opere circostanti.

Uno di questi approcci speculativi si ritrova nell'opera Manta Ray : una manta il cui corpo sembra dissolversi sotto la proiezione, rivelando un esoscheletro composto da rifiuti accumulati nell'oceano.




Vediamo anche l'animazione di un uccello ( Anatomia di un sogno ), il cui corpo sembra materializzarsi lentamente tra tecnologia aliena e materia organica, mentre frammenti di testo appaiono e scompaiono. In Exit Ramp Listener, la proiezione di un paesaggio all'inizio appare naturale, ma alla fine solleva dubbi sul fatto che esista ancora qualcosa che possa essere considerato naturale.

L'invito ai visitatori a guardare con occhi nuovi i luoghi che sembrano loro familiari non si esaurisce con l'uscita dalla mostra. Il 2 agosto, Johannes Heldén guiderà una "passeggiata poetica" in cui esploreremo insieme i dintorni della Kunsthal Thy. Testo di Marina Rüdiger


Johannes Heldén è un artista visivo, scrittore e musicista. La sua pratica interdisciplinare si occupa di poesia, ecologia, percezione, comunicazione interspecie e strutture narrative.

Le sue opere sono state esposte, tra gli altri, alla Biennale di Gwangju, alla Biennale di Riga, alla Desert X Biennial di Palm Springs, al Moderna Museet, alla Bonniers Konsthall, al Museo Ebraico di Stoccolma, al Roskilde Festival, allo Statens Museum for Kunst e al Dome of Visions di Copenaghen, alla Kunsthall Trondheim, al Wendy's Subway/ISCP di New York, all'ISEA di Vancouver, al Broken Dimanche, al Tampere Art Museum, al Centre Pompidou, all'Inspace e al NIMk di Amsterdam.




La mostra è stata realizzata in collaborazione con IASPIS, il programma internazionale per le arti visive e il design del Consiglio danese per le arti. 

17/07/26

Rencontres d’Arles



Anche quest'anno ci sono i Rencontres d’Arles che dureranno fino al 4 ottobre. E' la 57ma edizione di questa mitica rassegna che porta nella cittadina provenzale i più interessanti eventi del fare fotografico. 


In un'epoca in cui tutto sembra spingerci verso la semplificazione, l'opposizione e la riduzione, abbiamo voluto che questi 57esimi Rencontres d'Arles creassero, al contrario, uno spazio per abbracciare la complessità e la sensibilità. Non per addolcire artificialmente la durezza della realtà, ma per restituirle tutta la sua profondità. Per guardare questo mondo a volte inquietante senza smettere di cercarvi forme di bellezza, connessione e libertà. La fotografia ha questa rara capacità di tracciare nuovi percorsi e itinerari che cambiano la nostra prospettiva. Mezzo essenziale, rivela ciò che ci sfugge, ciò che perdura, circola, viene trasmesso e connette. Capace di combinare grandi narrazioni storiche con storie più intime, la fotografia apre possibili punti di svolta.

Questo cambio di prospettiva anima il lavoro di figure di spicco come William Klein – a cui le Rencontres rendono omaggio nel centenario della sua nascita – che ha costantemente sfidato forme e convenzioni. Questa edizione offre anche l'opportunità di riscoprire Martine Barrat, il cui lavoro potente e singolare ci immerge nei quartieri marginalizzati di La Goutte d'Or a Parigi e nella New York degli anni Settanta, tra Harlem e il Bronx. Celebriamo inoltre Ming Smith, la cui visione libera e poetica ha aperto nuove strade nella storia della fotografia americana. Harry Gruyaert, dal canto suo, ci invita a un vibrante viaggio urbano attraverso immagini meticolosamente composte, da New York a Zanzibar, passando per Parigi, Tokyo e Mumbai.

Una nuova cartografia del mondo sta emergendo grazie all'attenzione rivolta ai flussi, ai percorsi, ai passaggi e alle faglie che attraversano i territori. Tra l'Africa e il Mediterraneo, tra confini ereditati e aspirazioni di emancipazione, gli artisti stanno reinventando le geografie. Bruno Boudjelal ci ricorda come un'immagine a volte nasca dall'incontro tra un paesaggio esterno e una vita interiore. I suoi viaggi non documentano  ; danno forma a un'esperienza. Permettono a qualcosa di più sottile di emergere, dove spiritualità, memoria e sensazione si intrecciano. Anche il Mediterraneo appare nelle immagini di Anne-Lise Broyer come un luogo abitato da molteplici epoche, uno spazio di sedimentazione, attesa e proiezione. In Algeria, la memoria sepolta degli anni bui viene gradualmente rivelata nel lavoro a lungo termine di Katia Kameli. Riunite nell'ambito della Stagione Mediterranea 2026, queste tre mostre raccontano la storia multiforme del bacino del Mediterraneo.

Più lontano, nel continente africano, tra Ghana, Costa d'Avorio e Congo, emergono storie di liberazione, trasmissione e riappropriazione. Con Ghana !, l'indipendenza è evidente nelle immagini, da Paul Strand a James Barnor, e si estende in un immaginario collettivo che rimane sempre presente, anche nell'opera di Carlos Idun-Tawiah, che ha disegnato il manifesto per questa 57ª edizione . Con Paul Kodjo, si sta costruendo un'intera cultura visiva ivoriana : inventiva, popolare, moderna, capace di assorbire molteplici influenze per inventare un proprio linguaggio. Per Sammy Baloji, la fotografia diventa uno strumento per confrontarsi con epoche diverse, creando un dialogo tra narrazioni familiari, storie nascoste, memorie represse e le conseguenze quanto mai attuali dell'estrattivismo.  

Achille Mbembe scrive giustamente: “  Le nostre crisi, comprese quelle ecologiche, derivano dalla convinzione che gli esseri umani siano superiori alle altre specie  ”. Il mondo vivente emerge quindi come tema centrale di questa edizione, una necessità. Più che un concetto astratto, ci obbliga a riconoscere che il mondo non si limita alle nostre categorie. In questo senso, la mostra “ Animal Model” attraversa due secoli di fotografia, rivelando quanto l'animale sia inseparabile dalla storia del mezzo  : osservato, studiato, amato, messo in scena, sfruttato, maltrattato, ammirato e oggetto di fantasie. Fotografare gli animali non significa semplicemente rappresentare l'alterità  ; significa anche accettare l'emergere di altri modi di essere nel mondo.

Questo stesso movimento attraversa le opere di Lisa Oppenheim, Meghann Riepenhoff e Lara Tabet. Tutte e tre ci ricordano che l'immagine è un ambiente vivo e in continua evoluzione. Con Meghann Riepenhoff, la natura agisce sulla materia stessa dell'immagine, lasciando la sua impronta. Con Lisa Oppenheim, una memoria botanica perduta riemerge attraverso l'interpretazione e la combinazione di tecniche antiche e nuove tecnologie di imaging. Con Lara Tabet, vincitrice del programma BMW Art Makers, strati geologici, archeologici e organici sottolineano che nulla è statico, che ogni forma testimonia molteplici tempi e altrettanti divenire. Un'attenzione particolare è dedicata anche a un aspetto più intimo del lavoro di Edward Steichen, in occasione del Luxembourg Photography Award. Fotografo, curatore e pioniere, fu anche botanico, attento alle corrispondenze tra forme, stagioni, culture e immagini.

Poiché imparare a vedere inizia fin dalla più tenera età, e poiché un festival trasmette tanto quanto mostra, era fondamentale dare ai bambini il posto che spetta loro in questa edizione. La straordinaria collezione di libri fotografici per bambini riunita nella mostra "R come in Guardare " ci ricorda – con gioia, inventiva e intelligenza – che la fotografia può essere uno spazio di scoperta per tutte le età, un luogo in cui l'occhio si forma liberamente.

Anche quest'anno, il festival Rencontres d'Arles dà grande risalto alle voci emergenti del panorama artistico locale. Torna all'Espace Monoprix la mostra del Louis Roederer Foundation Discovery Prize, curata da Nadine Hounkpatin. L'esposizione esplora il concetto di verità nella fotografia attraverso la selezione di sette artisti internazionali che utilizzano questo mezzo come spazio di connessione, relazione, impegno e responsabilità. Il programma mette in luce anche giovani curatori, come Alessandra Chiericato, vincitrice del premio di ricerca curatoriale Rencontres d'Arles 2024, che sviluppa un'originale analisi della natura cannibalistica delle immagini.

Ciò che accomuna tutte queste proposte, così diverse nelle forme, nelle epoche e nelle geografie, è senza dubbio una comune attenzione a ciò che trasforma  : le storie che commuovono, i ricordi che riaffiorano, le forme di vita che resistono, le immagini che, lungi dal congelare il mondo, ci aiutano a rileggerlo.

Aurélie de Lanlay, l'intero team del festival ed io siamo lieti di darvi il benvenuto ad Arles a partire dal 6 luglio per presentarvi il programma completo di questa 57ª edizione delle Rencontres d'Arles.

16/07/26

Biennale Danza 2026

 


Il 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea (Venezia, 17 luglio > 1 agosto) si ispira alla fisica quantistica e alla filosofia della scienza, come spiega il Direttore Wayne McGregor: “Gli artisti della Biennale Danza 2026 sono i nostri viaggiatori nel tempo della danza: ciascuno a proprio modo, esplorano e descrivono con le loro opere molteplici realtà, prospettive e cronologie. Anziché trattare il tempo come lineare – una sequenza di eventi passati, presenti e futuri – la danza permette a passato e presente di intrecciarsi e offre al pubblico interpretazioni complesse dell’esperienza che cambiano il modo in cui percepiamo e assorbiamo queste “narrazioni”. Quest’affascinante approccio riflette i più recenti principi scientifici della sovrapposizione quantistica: l’eccezionale capacità di più cose di occupare lo stesso spazio o di esistere simultaneamente in tutti i possibili stati”.

Il programma comprende gli spettacoli della compagnia australiana Bangarra Dance Theatre, che riceverà il Leone d'Oro alla carriera, e della danzatrice e coreografa sudafricana Mamela Nyamza, che riceverà il Leone d'Argento; oltre alle compagnie nazionali e internazionali di Emanuel Gat, Soa Ratsifandrihana, Andrea Salustri, Elle Sofe Sara, Oli Mathiesen, Omar Rajeh, Kalle Nio & Fernando Melo, Molissa Fenley, Adam Linder, Wen Hui & Eiko Otake, Winndance Company e, per Biennale College Danza, le nuove coreografie di Maxine Doyle, Molissa Fenley, Julia Bentkowska & Julia Litwin, Amine Mazhoud.

Il programma si arricchisce inoltre delle seguenti iniziative: conversazioni con i principali protagonisti, a seguire gli spettacoli; l'installazione filmica Life Lines dall’Archivio Storico della Biennale (17 luglio > 1 agosto, Arsenale - Sala d’Armi E); l'incontro con i passati direttori della Biennale Danza Frédéric Flamand, Karole Armitage, Virgilio Sieni, Marie Chouinard, e l’attuale direttore Wayne McGregor (20 luglio, ore 11.30, Giardini - Biblioteca della Biennale); un ciclo di workshop aperti al pubblico, rivolti a danzatrici e danzatori con diversi livelli d’esperienza, tenuti dalle compagnie e dai coreografi presenti al Festival; un omaggio al documentarista Frederick Wiseman con la proiezione di tre suoi film sulla danza (27, 29, 30 luglio ore 17, Ca’ Giustinian); infine, la presentazione del libro We Are Movement di Wayne McGregor (22 luglio ore 17, Ca’ Giustinian).

Il Presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco ha commentato: “Nessun gesto è isolato, nessun gesto è solo. Perché è proprio la danza a riportare il pensiero dentro la materia sensibile del corpo, per ricostruire attenzione e percepire il tempo come esperienza incarnata. Nessuna azione termina davvero nel punto in cui viene compiuta, siamo tutti parte dello stesso organismo collettivo. Partecipanti di una coreografia in continuo movimento”.

15/07/26

Echoes in the Margin



La Wassaic Project presenta la mostra personale di Delano Dunn, Echoes in the Margin , curata da Mickalene Thomas e ospitata presso Troutbeck ad Amenia, New York.

La mostra prosegue la collaborazione in corso tra Wassaic Project e Troutbeck, fondata su un impegno condiviso a sostegno degli artisti, a favore del coinvolgimento del pubblico e a sostegno dello scambio culturale nella Hudson Valley. Insieme, le due istituzioni hanno creato uno spazio in cui arte contemporanea, storia, istruzione e comunità dialogano attivamente, ampliando l'eredità di scambio creativo e civico che ha caratterizzato entrambi i luoghi. In " Echoes in the Margin" , Delano Dunn reinterpreta il modo in cui l'identità e il desiderio dei neri sono stati plasmati e percepiti, e come potrebbe essere vederli in una nuova prospettiva.

La curatrice Mickalene Thomas scrive: Nella presentazione di Echoes in the Margin al Troutbeck, a cura del Wassaic Project, l'opera di Delano Dunn si dispiega come una meditazione stratificata sulla memoria, l'identità e il terreno instabile della narrazione storica. La presentazione mette in dialogo il linguaggio visivo distintivo di Dunn con un luogo a lungo plasmato dallo scambio culturale, dall'incontro intellettuale e dalle complessità della storia americana. 




La pratica artistica di Dunn trae ispirazione da un vasto archivio personale di immagini trovate – tratte da pubblicità, storia dell'arte e fotografia popolare – che egli riassembla in dipinti e collage dalla composizione densa. Queste opere funzionano sia come scavi che come interventi. Le figure emergono, si dissolvono e si riconfigurano sulle sue superfici, rifiutando un'interpretazione univoca. Attraverso questo processo, Dunn sovverte le gerarchie convenzionali della rappresentazione, mettendo in luce i modi in cui l'identità, il desiderio e la presenza delle persone nere sono stati costruiti, consumati e spesso oscurati.

Luogo di ritrovo per scrittori, artisti e pensatori da oltre due secoli, Troutbeck è stato un punto di riferimento per la comunità letteraria, per l'organizzazione dei diritti civili e per gli incontri tra alcune delle figure più influenti della vita americana del ventesimo secolo. La tenuta ha ospitato le storiche Conferenze di Amenia del 1916 e del 1933, incontri cruciali dei primi anni della NAACP organizzati da W.E.B. Du Bois e ospitati da Joel e Amy Spingarn, con Joel in qualità di presidente del consiglio di amministrazione della NAACP. Nel corso degli anni, Troutbeck ha attratto anche scrittori, artisti e pensatori come Thurgood Marshall, Langston Hughes, Zora Neale Hurston, Sinclair Lewis e Lewis Mumford. Oggi, Troutbeck opera come un rinomato hotel storico e, grazie alla sua continua collaborazione con il Wassaic Project, funge da luogo vivo dove storia e arte contemporanea continuano a incontrarsi.

Nella sua dichiarazione curatoriale, Thomas prosegue:  A Troutbeck, queste preoccupazioni risuonano con particolare chiarezza. Il luogo stesso, intriso di storie di ritirata, discorso e privilegio, diventa un contesto attivo per le narrazioni reinventate da Dunn, che le riformulano a partire dal suo archivio. Le sue opere sfidano la presunta neutralità di tali spazi, inserendo corpi e storie che complicano le strutture di appartenenza ereditate. Cosa viene ricordato qui e cosa è stato omesso? Le composizioni di Dunn chiedono agli spettatori di sedersi all'interno di questa tensione, di assimilarla. 

Il lavoro di Delano Dunn amplifica queste indagini, ponendo l'accento sulla materialità, la sensualità e la politica dello sguardo. Il mio impegno di lunga data con la rappresentazione e la soggettività nera trova un corrispettivo avvincente nell'approccio improvvisativo e basato sul collage di Dunn. Insieme, le nostre prospettive danno forma a una mostra che è al contempo intima ed espansiva, attenta alla dimensione personale ma che affronta con insistenza storie culturali più ampie.

Anziché offrire una soluzione, Dunn invita a una visione attiva: una visione che abbraccia la frammentazione, la contraddizione e la molteplicità. In questo spazio, le immagini non sono fisse ma in continuo mutamento, cariche della possibilità di essere riviste, rilette e reinterpretate .


14/07/26

Il Salone di Diana a Versailles


 
Tempi di vacanze, chissà quanti andranno a visitare la meravigliosa Reggia di Versailles, allora eccovi questo bel documentario sul restauro del Salone di Diana.

Questa nuova fase dei lavori mette in risalto le straordinarie decorazioni della parte inferiore del salone: ​​i marmi, le dorature, le porte monumentali – ogni elemento è oggetto di un meticoloso restauro. Marmisti, doratori, carpentieri e restauratori uniscono le loro competenze per restituire tutto lo splendore a una delle sale più belle della Reggia di Versailles.

Il restauro del Salone di Diana è stato reso possibile grazie al mecenatismo di Dior e degli Amici Americani di Versailles, con il supporto della Société des Amis de Versailles.









13/07/26

Dal Melograno a Picasso alla Fondazione Rovati


 
La Fondazione Luigi Rovati prosegue il suo ricercato programma di mostra con "Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso" esposizione curata da Salvatore Settis.

Fulcro dell’esposizione è la prima presentazione al pubblico della fronte di un sarcofago romano databile al 170–180 d.C., raffigurante la Morte di Meleagro e altri episodi del mito. Proveniente da Firenze, dove appartenne per secoli alle collezioni di Palazzo Montalvo, e successivamente entrato nella collezione Brenta-Torno a Milano, il rilievo è noto quasi esclusivamente agli specialisti. L’opera si inserisce in una ristretta serie di sarcofagi dedicati al mito di Meleagro, articolati in sequenze narrative che comprendono la caccia al cinghiale di Calidone, il conflitto con gli zii e la tragica morte dell’eroe, causata dalla madre Altea. Tra gli esemplari noti, il sarcofago Brenta-Torno si distingue per qualità formale e per la data precoce del reimpiego medievale.

Nella mostra sono esposti anche i due rilievi laterali originali, oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, proponendone per la prima volta il confronto diretto con la fronte principale. Questa ricomposizione consente di verificare l’unità originaria del monumento e di comprenderne appieno la costruzione narrativa. Un ulteriore elemento di rilievo è lo studio dell’iscrizione del XIII secolo, che attesta il riutilizzo medievale del sarcofago e ne consente una più precisa contestualizzazione storica.

Accanto alla dimensione archeologica, la mostra sviluppa una riflessione sulla “biografia” di un gesto: una figura, generalmente femminile, che irrompe nella scena con le braccia protese all’indietro, espressione codificata di disperazione. Nato in età romana e attestato in un vaso d’argento da Pompei, esposto in mostra e proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, questo gesto scompare per oltre un millennio, per riemergere improvvisamente nel XIII secolo.

La sua ricomparsa è documentata in opere fondamentali della storia dell’arte, dalla Strage degli Innocenti di Nicola Pisano alla Lamentazione di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, fino alle reinterpretazioni moderne, tra cui Guernica di Pablo Picasso, documentata in mostra attraverso una selezione di disegni preparatori e il manifesto della storica esposizione milanese del 1953 a Palazzo Reale.

Nel percorso, infine, un riferimento al pensiero di Aby Warburg, che individuò in questo gesto un caso emblematico di trasmissione delle forme espressive dell’antico, sintetizzato nel concetto di Pathosformel. Pur concentrandosi su un riuso più tardo, in un monumento funebre (ca. 1485) attribuito a Giuliano da Sangallo per la Cappella Sassetti in Santa Trinita a Firenze, Warburg fu tra i primi a riconoscere nella figura dolente dei sarcofagi di Meleagro una fonte decisiva per la riattivazione di questo stesso gesto dopo un lungo oblio. Questo passaggio è rappresentato in mostra nelle tre tavole del Bilderatlas Mnemosyne, nella più recente ricostruzione di Axel Heil e Roberto Ohrt.
La mostra Storia di un gesto propone dunque un’indagine che unisce archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine, offrendo al pubblico una prospettiva inedita sulla continuità e trasformazione dei linguaggi figurativi dall’antichità al contemporaneo.

10/07/26

Frida da artista a icona



Molto interessante la mostra che la Tate Modern dedica all'immagine dell'artista Frida Kahlo, di come sia diventata una delle artiste più influenti di tutti i tempi, un fenomeno culturale e un'icona commerciale riconosciuta a livello internazionale.

La mostra "Frida: La nascita di un'icona"  presenta oltre 30 delle opere più iconiche di Kahlo, che ne svelano le "molteplici identità": la moglie devota, l'intellettuale, l'artista moderna e l'attivista politica. Accanto a preziosi abiti, gioielli, fotografie e cimeli, sono esposte oltre 200 opere dei suoi contemporanei e degli artisti che ha ispirato nelle generazioni successive, a celebrazione del suo duraturo impatto su coloro che continuano a reinterpretare e a riscoprire la sua straordinaria storia.

La mostra culmina con l'esplorazione della "Fridamania". La trasformazione di Kahlo in un marchio globale, rappresentato  attraverso oltre 200 oggetti commerciali che racchiudono la sua arte, la sua immagine, il suo stile e la sua personalità.

Intraprendete un viaggio assolutamente unico nel suo genere, dedicato a questa artista audace e rivoluzionaria, che offre una visione affascinante del potere trasformativo della vita e dell'opera di Frida, dell'intrigante concetto di fandom e della diversità delle comunità che la considerano parte integrante della propria cultura.

Frida: The Making of an Icon è organizzata dal Museum of Fine Arts di Houston, in collaborazione con la Tate Modern. La mostra è realizzata in partnership con il Lead Global Supporter, Bank of America. Con il supporto di John J. Studzinski CBE. Ulteriore supporto da The Dyers' Company. Con il supporto aggiuntivo del Frida: Making of an Icon Supporters Circle e dei membri della Tate.