Translate

18/01/26

Picasso, Modigliani a Palazzo Zabarella

Ultimi giorni per vistare il bel confronto artistico proposto da Palazzo Zabarella fra gli artisti coevi di Picasso e Modigliani.

Un’eccezionale collezione d’arte proveniente da uno dei più importanti musei del Nord Europa e della Francia sarà al centro di un nuovo importante appuntamento espositivo in programma, a partire dal prossimo autunno, a Palazzo Zabarella.


Nell’ambito del dialogo avviato dalla Fondazione Bano negli ultimi anni con importanti istituzioni museali di fama internazionale - dopo le collaborazioni con il Brooklyn Museum di New York e il museo di Grenoble - è ora la volta del LaM, Lille Métropole Musée d'art moderne, d'art contemporain et d'art brut, che ci offrirà l’opportunità di ammirare 65 opere di 30 artisti d'avanguardia in una nuova grande mostra che si aprirà al pubblico il 16 ottobre. Ai protagonisti delle avanguardie storiche e agli artisti più noti, se ne affiancano altri che aprono a scenari artistici inediti più vicini alla contemporaneità. Tra i numerosi capolavori spiccano cinque dipinti di Pablo Picasso e sei di Amedeo Modigliani.

La creazione del museo LaM, situato a Villeneuve d’Ascq, una città dell’area metropolitana di Lille, avvenuta nel 1983, è legata al lascito di Geneviève (1922-2003) e Jean Masurel (1908-1991), membri di una nota famiglia di produttori tessili del nord della Francia. La donazione comprendeva le opere acquistate da Jean Masurel e quelle lasciategli in eredità dallo zio Roger Dutilleul (1872-1956) industriale e appassionato d'arte e uno dei più importanti collezionisti di Modigliani. In un arco temporale compreso tra i primi anni del Novecento e gli anni Settanta dello scorso secolo, Dutilleul e suo nipote Masurel hanno raccolto un’eccezionale collezione, molto personale e al tempo stesso rappresentativa dei principali movimenti artistici della prima metà del Novecento in Francia. Da allora, il LaM è diventato un'istituzione chiave sulla scena culturale europea e si è ulteriormente arricchito nel 1999 con una donazione di oltre 3.500 opere d'arte brut da parte dell'associazione L'Aracine - fondata da Madeleine Lommel, Claire Teller e Michel Nedjar - e divenendo così il Lille Métropole Musée d'art moderne, d'art contemporain et d'art brut. Con una collezione di oltre 8.500 opere d'arte, il LaM è il primo museo francese a riunire questi ambiti artistici offrendo un panorama unico dell'arte del XX e XXI secolo.


Roger Dutilleul iniziò a collezionare opere d'arte nel 1904 per non smettere mai fino alla sua morte avvenuta nel 1956. Descritto dal gallerista Daniel-Henry Kahnweiler come un "uomo profondamente simpatico e stimabile ... nella tradizione dei grandi amanti dell'arte" sembra che avesse un approccio molto istintivo nei confronti della pittura, mostrando la sua sensibilità verso il colore e favorendo la sincerità dell’opera. Dutilleul affermò di non avere "nessun credo" né "dogma a priori" sull'arte, osservando: "La cosa più importante è che il dipinto ti guardi. Non spetta all'amatore guardarlo - soprattutto con idee o sentimenti preconcetti - deve accontentarsi di vederlo, vale a dire di incrociare il suo sguardo con esso, per intuire il pensiero dell’artista o, meglio ancora, la sua più profonda, intima emozione. Due esseri viventi che comunicano come meglio possono!"

Dopo aver acquisito alcune opere fauviste, rimase colpito dalla pittura di Georges Braque e Pablo Picasso divenendo uno dei primi sostenitori e collezionisti dell’arte cubista. Seguendo il gusto del gallerista Kahnweiler, si interessò anche ai dipinti “Tubisti” di Fernand Léger e alle ricerche di Henri Laurens riguardanti la scultura cubista.

Jean Masurel, figlio della sorella minore di Roger Dutilleul, Françoise Collart-Dutilleul, e del commerciante di lana Jules-Paul Masurel, crebbe nel nord della Francia e, nei primi anni Venti, fu mandato da suo zio a Parigi per prepararsi al baccalaureato. Lì iniziò ad acquistare le prime opere della sua collezione. I suoi gusti rispecchiavano quelli dello zio prediligendo gli stessi artisti: Fernand Léger, Georges Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Bauchant e, in seguito, Bernard Buffet. Tuttavia, mostrava anche interesse verso la pittura astratta e sostenne gli artisti locali del nord della Francia.


Roger Dutilleul lasciò in eredità la maggior parte della sua collezione al nipote Jean Masurel il quale, considerandosi solo il «custode» della collezione comune, decise di donarla a una comunità pubblica. Fu scelta l'area metropolitana di Lille, da dove proveniva, e il Musée d'art moderne de Villeneuve d'Ascq aprì nel 1983. Da amante della natura, Jean Masurel voleva che il luogo fosse circondato da un parco e aperto all'arte contemporanea. Questo desiderio fu il segno distintivo del museo e portò nel 1999 all'ingresso della donazione dell’eccezionale collezione dell’associazione L'Aracine comprendente diverse opere come disegni, dipinti, assemblaggi, oggetti e sculture di oltre 170 artisti francesi e stranieri riconducibili all’Art Brut.
Era stato l'artista Jean Dubuffet nel 1945 a coniare il concetto di ‘Art brut’, in un periodo in cui stava iniziando a mettere insieme una collezione d’arte altamente eclettica che mostrava il suo interesse verso opere realizzate sotto l'influenza di spiriti, negli ospedali psichiatrici o da persone emarginate e dagli ‘architetti’ autodidatti che seguivano l'esempio di Ferdinand Cheval. Oggi riconosciuta come un fenomeno chiave dell’arte del XX secolo, l’Art Brut - in inglese "outsider art", si è ampliata e diffusa in tutto il mondo. Essa viene a legarsi all’interesse e all’apprezzamento nei confronti dell'arte autodidatta espressi dagli stessi Roger Dutilleul e Jean Masurel.

Curata da Jeanne-Bathilde Lacourt, Curatrice per l’arte moderna al LaM, la mostra è articolata in sei sezioni in cui il visitatore scoprirà a Padova un approfondimento sull’avanguardia cubista con i dipinti di Picasso come Pesci e bottiglie del 1909, Donna con cappello del 1942, e di Georges Braque come La Roche-Guyon del 1909 o Il Sacro Cuore di Montmartre del 1910, per poi considerare il “Tubismo” di Fernard Léger, rappresentato da ben sei dipinti, e le ulteriori versioni del cubismo testimoniate dalle opere pittoriche di Léopold Survage, Eugène Nestor de Kermadec, Francisco Borès e dalle pietre policrome di Henri Laurens. Di Amedeo Modigliani verranno esposti autentici capolavori quali il ritratto di Moïse Kisling, Ragazzo dai capelli rossi, Nudo seduto con camicia e Maternità.

Verranno quindi compresi ulteriori movimenti e avanguardie artistiche del primo e del secondo dopoguerra, come Joan Miró, André Lanskoy, Youla Chapoval, Joaquín Torres-García, le opere di Alexander Calder, e i dipinti stratificati e materici di Eugène Leroy.

Il mazzo di fiori di Séraphine de Senlis, Il chiosco di Gertrude O'Brady, Composizione decorativa di Augustin Lesage, Dipinto meraviglioso n. 35 di Fleury Joseph Crépin faranno scoprire le vie alternative di un’arte ‘autodidatta’, più spontanea, istintiva, naïf (proprio come erano definiti questi artisti), capace di esprimere altrettanta poesia e spiritualità.

Ci si confronterà infine con l’Art Brut vera e propria attraverso due sculture in granito di Antoine Rabany, che lo stesso Dubuffet (presente in mostra con l’opera Pane filosofico) aveva contribuito a far conoscere e una scultura in legno di Auguste Forestier.


 Palazzo Zabarella
via degli Zabarella, 14
35121 Padova, Italy

Orario:

Dalla domenica al giovedì 10:00 – 19:00
Venerdì e sabato 10:00 – 20:00
Ultimo ingresso 45 minuti prima

17/01/26

Fondazione Prada 2026



Anche quest'anno la Fondazione Prada proporrà diverse attività nel 2026 nelle tre sedi permanenti a Milano e Venezia. Attraverso lo sviluppo di una rete internazionale di artisti, curatori, registi, musicisti e studiosi, Fondazione Prada intende indagare la cultura umana in tutta la sua diversità e complessità. L’impegno si concentra sull’elaborazione di modalità inedite e coinvolgenti per affrontare i temi emergenti del dibattito culturale contemporaneo, oltre i confini delle singole discipline.

Come afferma Miuccia Prada, Presidente e Direttrice di Fondazione Prada: “Nel 2026 la nostra istituzione cercherà di operare come un laboratorio di idee, una piattaforma sperimentale che si riconfigura continuamente in risposta alle trasformazioni del panorama sociale e culturale. Artisti e intellettuali provenienti da generazioni e contesti diversi ci aiuteranno a interpretare temi urgenti da molteplici prospettive, mettere in discussione le idee consolidate e pensare in modo più profondo”.

A partire da gennaio 2026, Fondazione Prada presenta una pluralità di formati espositivi e iniziative culturali che nascono da un processo di ricerca in continua evoluzione. Il programma include mostre tematiche e monografie dedicate a figure artistiche di rilievo come Cao Fei, Cyprien Gaillard, Mona Hatoum, Arthur Jafa, Richard Prince e Hito Steyerl, un’ampia programmazione cinematografica con proiezioni e incontri, progetti musicali ed esibizioni dal vivo, seminari e attività editoriali e didattiche.


PROGRAMMA 2026

ATTIVITÀ TEMPORANEE

Hito Steyerl: The Island

Osservatorio Fondazione Prada, Milano


Fino al 30 ottobre 2026

Mona Hatoum: Over, under and in between

Fondazione Prada, Milano


29 gennaio – 9 novembre 2026

Kali Malone: Organ

Chiesa di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, Milano


4 febbraio 2026

Cao Fei: Dash

Fondazione Prada, Milano


9 aprile – 28 settembre 2026

Arthur Jafa e Richard Prince: Helter Skelter

A cura di Nancy Spector

Fondazione Prada, Venezia


9 maggio – 23 novembre 2026

Human Brains

Fondazione Prada, Milano


Autunno 2026

Evento del Festival Luigi Nono

Fondazione Prada, Venezia

Autunno 2026

Global Antiquity

A cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola

Fondazione Prada, Milano

5 novembre 2026 – 1 marzo 2027

Cyprien Gaillard

Osservatorio Fondazione Prada, Milano

dicembre 2026 – luglio 2027


ATTIVITÀ PERMANENTI

Accademia dei bambini, Fondazione Prada, Milano

Accademia delle scuole, Fondazione Prada, Milano

Cinema Godard: proiezioni e incontri, Fondazione Prada, Milano

Fondazione Prada Film Fund, 

Premio di Laurea


16/01/26

Fiere d'arte in Italia 2026

 
scatto dalla fiera Artissima 2025  


Eccovi l'elenco delle principali fierei d'arte in Italia

Gennaio

BAF - Bergamo Arte Fiera / IFA - Italian Fine Art: Bergamo, 16-18 gennaio. 


Febbraio

Artefiera & Art City Bologna: Bologna, 6-8 febbraio (Artefiera).

ArteGenova: Genova, 13-15 febbraio.

Expoarte Montichiari: Montichiari (BS), 20-22 febbraio. 


Marzo

MIA Photo Fair: Milano, 19-22 marzo (dedicata alla fotografia).

Vernice Art Fair: Forlì, 27-29 marzo. 


Aprile

PaviArt - Fiera d'Arte Moderna e Contemporanea: Pavia, 11-12 aprile.

Miart: Milano, 17-19 aprile (arte contemporanea). 


Ottobre

ArtParma Fair (Parma): Ottobre 2026 (date precise da definire). Mostra mercato di arte moderna e contemporanea.

ArtVerona (Verona): 9 – 11 ottobre 2026. Manifestazione dedicata alla valorizzazione del sistema dell'arte italiano.

Artissima: Torino, 30 ottobre - 1 novembre (principale fiera d'arte contemporanea).


Novembre 

Roma Arte in Nuvola (Roma): Novembre 2026 (date precise da definire). Grande fiera internazionale d'arte moderna e contemporanea della Capitale. 

15/01/26

Portami il futuro - Gibellina, capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026



Col titolo "Portami il futuro" il Comune di Gibellina (TP) avvia il suo programma ufficiale di Gibellina – Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026, iniziativa promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
  
La cerimonia ufficiale di inaugurazione si svolgerà, oggi, giovedì 15 gennaio 2026: data simbolica che coincide con l’anniversario del terremoto del 1968 che devastò Gibellina e la Valle del Belìce.

Per tutto il 2026, la città sarà animata da un articolato calendario di mostre, residenze, eventi, progetti e attività incentrati sul valore sociale dell’arte e sulla cultura come strumento di rigenerazione e bene comune.
 
Così il Direttore Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, Angelo Piero Cappello: "Il conferimento a Gibellina del titolo di prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea rappresenta un passaggio storico per il nostro Paese, riconoscendo all’arte un ruolo centrale nello sviluppo di reti territoriali integrate sul piano civile, sociale e culturale delle singole comunità. Questa iniziativa inaugura una nuova visione delle politiche culturali nazionali, in cui la creatività contemporanea diventa motore di rigenerazione non più di un singolo territorio ma di reti tra realtà territoriali quali fattori di coesione sociale. Gibellina, simbolo di rinascita e sperimentazione, si afferma come laboratorio nazionale e internazionale di pratiche artistiche condivise. Il progetto Portami ilfuturo testimonia come l’arte possa farsi bene comune e strumento di memoria, dialogo e innovazione. La prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea segna così l’avvio di un percorso che rafforza il ruolo della cultura come fondamento della vita democratica e comunitaria".
  
Il titolo di Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, conferito per la prima volta in Italia, assume un significato strategiconel panorama artistico nazionale: a Gibellina, infatti, l’arte è stata motore di sviluppo, catalizzatore di coesione sociale e strumento di memoria collettiva. La scelta della città come prima capitale dell’arte contemporanea rappresenta dunque non solo l’opportunità di dare nuovo slancio civico e culturale al territorio del Belìce e della Sicilia Occidentale, ma anche lo stimolo ad avviare una riflessione nazionale sul ruolo dell’arte contemporanea come fondamento della vita civile e comunitaria.
 
Portami il futuro nasce come iniziativa corale, costruita in rete con i comuni della Valle del Belìce, i numerosi centri della provincia di Trapani e un ampio partenariato nazionale e internazionale, con l’obiettivo di attrarre sul territorio artisti, operatori culturali e visitatori dall’Italia e dal mondo.
 
Gibellina è un unicum nel panorama italiano e un caso di rilievo internazionale: una città rinata dalle macerie grazie a un pionieristico e visionario processo di rigenerazione culturale e artistica voluto dal Senatore Ludovico Corrao, prima come sindaco di Gibellina e successivamente come presidente della Fondazione Orestiadi, che oggi evolve in un progetto simbolico per l’intero Paese, capace di immaginare nuove forme di trasformazione sociale attraverso il dialogo con gli artisti.
 
Con Portami il futuro la città assume anche il ruolo di epicentro di una cultura mediterranea rinnovata, fondata sul valore della persona e della collettività, e sul principio che arte e cultura siano un diritto partecipativo e un bene inalienabile.
 
Il progetto punta a generare processi virtuosi di progettazione integrata e partecipata, in cui sarà centrale il coinvolgimento diretto dei cittadini, chiamati a essere protagonisti sia nella relazione con gli artisti ospiti, sia nella definizione condivisa del futuro della città.
 
Organizzate in cinque aree di intervento - Mostre; Residenze; Arti performative; Educazione e partecipazione; Simposi, conferenze e giornate di studio - le attività della manifestazione si articolano in un ampio insieme di iniziative: mostre, laboratori, percorsi partecipativi e residenze, nuove produzioni e podcast, programmi dedicati alle arti performative e al cinema, simposi, conferenze e giornate di studio, che propongono una visione di futuro fondata sulla bellezza comevalore condiviso, capace di generare comunità.
 
Un programma ricco e articolato, che non si esaurisce in un calendario chiuso di mostre e attività programmate, ma che intende definirsi come processo generativo, capace di evolversi ed espandersi nel tempo grazie al confronto, alla partecipazione e ai processi innescati dal dialogo costante tra artisti e comunità.


14/01/26

L'Archivio Testori alla Triennale





Foto Gianluca Di Ioia - GDI STUDIO © Triennale MIlano 

All'interno dello spazio Cuore – Centro studi, Archivi, Ricerca della Triennale di Milano – aperto da febbraio 2024 e dedicato alla ricerca, alla memoria e all'innovazione – viene presentata fino al 28 febbraio 2026 una selezione di documenti provenienti dall'Archivio Testori che restituisce, con una grande ricchezza di materiali, la multidisciplinarietà dell'opera di Giovanni Testori (1923-1993), pittore, scrittore, drammaturgo, poeta e critico d'arte.  
 
I materiali, esposti nella speciale sezione dedicata ad ospitare a rotazione patrimoni archivistici esterni, comprendono: materiali biografici e familiari tra cui bozze manoscritte, fotografie di famiglia, ritratti e prime testimonianze personali (tavolo 1); prime raccolte poetiche e materiali grafici, come i quaderni e i taccuini relativi a Le Laudi accompagnati da disegni e studi (tavolo 2); studi storico- artistici, con ricerche e appunti relativi a Gian Martino Spanzotti a Ivrea; materiali preparatori per la mostra dedicata a Tanzio da Varallo (tavolo 3); progetti editoriali narrativi dedicati a documenti ed elaborazioni per la collana narrativa pubblicata con Feltrinelli (tavolo 4); ciclo poetico dei I Trionfi, che comprende lettere, ritratti correlati e quaderni manoscritti dedicati alla genesi dell'opera (tavolo 5); lavori per il Piccolo Teatro di Milano, tra cui studi, disegni e acquerelli relativi alla messinscena di Erodiade (tavolo 6); materiali dedicati all'attività giornalistica realizzati per il "Corriere della Sera" e "Il Sabato" (tavolo 7); versioni manoscritte, varianti e dattiloscritti del testo teatrale Edipus (tavolo 8); quaderni datati 1981 con appunti e stesure preparatorie del romanzo In Exitu (tavolo 9); documentazione sul ruolo e sull'attività di digitalizzazione dell'Archivio Testori come centro di ricerca presso Casa Testori (tavolo 10).  

 L'iniziativa si inserisce nel percorso di valorizzazione di fondi e archivi di enti pubblici e privati legati al mondo del design, dell'architettura e della progettazione intrapreso da Triennale dall'apertura dello spazio Cuore.   L'intento è quello di attivare collaborazioni e momenti di divulgazione culturale, oltre a manifestare la complessità dei temi legati alla valorizzazione dei patrimoni che afferiscono al mondo del progetto.   


Foto Gianluca Di Ioia - GDI STUDIO © Triennale MIlano 

Tra gli archivi presentati in Cuore nei mesi scorsi vi sono quelli di Gae Aulenti e Roberto Sambonet (dal 23 maggio all'11 novembre 2024), della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori di Milano (dal 6 novembre 2024 fino al 19 gennaio 2025, in occasione della mostra Elio Fiorucci), dell'Archivio Luisa Castiglioni (da 21 gennaio al 9 marzo 2025).   

Situato al piano terra del Palazzo dell'Arte, Cuore è uno spazio pensato come un luogo flessibile e in continua evoluzione, creato per far emergere il lavoro di progettazione e ricerca che è alla base di tutte le attività di Triennale e per accogliere i visitatori, la comunità scientifica, gli studiosi e i ricercatori, ma anche una rete che unisce università, soprintendenze, fondazioni pubbliche e private, aziende.   Cuore è accessibile gratuitamente negli orari di apertura di Triennale (martedì– domenica, 10.30–20.00). All'interno dello spazio, gli archivisti e i bibliotecari di Triennale, oltre allo staff di mediazione, sono a disposizione per fornire informazioni e assistenza per la consultazione dei materiali.   I Partner istituzionali Deloitte e Fondazione Deloitte, Lavazza Group e Salone del Mobile.Milano sostengono Triennale Milano anche per questo progetto.

Foto Gianluca Di Ioia - GDI STUDIO © Triennale MIlano 

13/01/26

Prossimamente alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia

Sophie Taeuber-Arp (1889-1943) Equilibrio (Equilibre) 1932 Olio su tela 41.7 x 33.5 cm
Stiftung Arp e. V., Berlino/Rolandswerth  

 

La galleria londinese Guggenheim Jeune e la Fucina degli Angeli sono al centro del programma espositivo della Collezione Peggy Guggenheim, che nel corso del 2026 racconta due momenti storici del collezionismo della mecenate americana, in un costante dialogo con la collezione permanente. Dalla più grande mostra mai realizzata in ambito museale volta a celebrare la straordinaria avventura londinese di Peggy Guggenheim e della sua prima galleria, Guggenheim Jeune, in apertura il 25 aprile 2026, si passerà, in autunno, a un prezioso affondo volto a far luce sulla Fucina degli Angeli, sorprendente capitolo della storia del vetro artistico che ha visto il coinvolgimento di alcuni tra i maggiori protagonisti dell’arte del XX secolo, e della quale la stessa Peggy Guggenheim fu, in molti modi, “madrina”.

Con la chiusura, il 2 marzo 2026, dell’omaggio alle ceramiche di Lucio Fontana, ad aprire la nuova stagione espositiva del museo veneziano sarà Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista (25 aprile – 19 ottobre, 2026), a cura di Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e Simon Grant, Guest Curator. L’esposizione intende approfondire un periodo cruciale che contribuì a definire Peggy Guggenheim come collezionista e mecenate, mettendo in evidenza la rete di influenze e amicizie – da Marcel Duchamp a Mary Reynolds a Samuel Beckett – che ne plasmarono la visione. Attiva a Londra dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Guggenheim Jeune fu un punto di riferimento per le avanguardie dell’epoca e ospitò oltre venti mostre, tra cui la prima personale a Londra di Vasily Kandinsky, una monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima mostra collettiva nel Regno Unito dedicata al collage, e una mostra di scultura contemporanea che suscitò scandalo. Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, di artisti come Eileen Agar, Salvador Dalí, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e altri ancora. Non mancheranno nel percorso espositivo materiali d’archivio, a testimoniare un’epoca di intensa sperimentazione e fermento culturale, a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Dopo Venezia, la mostra si sposterà a Londra, alla Royal Academy of Arts, nell’autunno 2026, e nella primavera del 2027 al Guggenheim New York.

A novembre sarà poi la volta di Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento (14 novembre 2026 – 29 marzo 2027), a cura di Cristina Beltrami, storica dell’arte. La mostra getta luce su una delle vicende più visionarie del vetro muranese nel secondo dopoguerra, ricostruendo la straordinaria avventura creativa della Fucina degli Angeli, avviata da Egidio Costantini a Murano negli anni Cinquanta. Attraverso oltre cento opere in vetro, disegni e documenti storici, l’esposizione ripercorre la storia della Fucina dagli esordi fino agli anni Novanta, evidenziando la collaborazione con alcuni tra i maggiori artisti del XX secolo, tra cui George Braque, Alexander Calder, Lucio Fontana, Fernand Léger, Pablo Picasso, e molti protagonisti della scena artistica giapponese dell’epoca. Decisivo fu il ruolo di Peggy Guggenheim, che sostenne Costantini nei momenti cruciali e contribuì all’espansione internazionale del progetto, facilitando contatti, committenze e il dialogo con il mercato statunitense. Il percorso espositivo metterà in relazione le opere in vetro con dipinti e sculture degli artisti che ruotarono intorno alla Fucina.

12/01/26

Originale o copia ... E' sempre meglio ...


Osservare opere originali d'arte fa molto meglio che vederne le riproduzioni, è quanto emerge da un recente studio realizzato dal dipartimento di Medicina Psicologica del King's College di Londra che lavorano in collaborazione con il Courtauld Institute of Art.
 
La visione di opere d'arte autentiche ha suscitato un profilo fisiologico coordinato e adattivo caratterizzato da modulazione autonomica dinamica, riduzione del cortisolo ed effetti antinfiammatori mirati, accompagnati da un accoppiamento sistema nervoso autonomo-immunitario coerente non osservato nelle riproduzioni. Questi risultati indicano che un coinvolgimento estetico autentico

può attivare percorsi integrati di regolazione dello stress e di equilibrio immunitario, offrendo un meccanismo bio-psicologico attraverso il quale le esperienze culturali promuovono resilienza e benessere.

Volete approfondire, questa è la ricerca con tutti i dati https://kclpure.kcl.ac.uk/ws/portalfiles/portal/354596251/Physiological_Impact_of_viewing_original_artworks_vF_1_.pdf

11/01/26

David Wojnarowicz e Arthur Rimbaud a New York

David Wojnarowicz, "Arthur Rimbaud a New York (Times Square)" (1978–79), stampa ai sali d'argento
 
Al museo Leslie Lohman di New York sta per concludersi la mostra "David Wojnarowicz: Arthur Rimbaud a New York" dedicata al progetto che David Wojnarowicz (1954-1992) pensò durante il suo primo viaggio in Francia nel 1978, quando desiderò immergersi nell'ambiente parigino dove un secolo prima il poeta Arthur Rimbaud aveva cercato di vivere da adolescente in fuga nella speranza di diventare poeta. La breve e peripatetica giovinezza di Rimbaud è stata immortalata in due volumi di poesie che, oltre ad aver proiettato la letteratura francese verso la modernità, sono diventati una lettura obbligata per i giovani poeti di tutto il mondo che, come lui, trovano nella poesia una via per trascendere l'ordinario.
 
Al suo ritorno a New York, Wojnarowicz fu in grado di mettere in prospettiva la situazione di decadenza e depressione economica che portò la città sull'orlo del collasso, collegandola intuitivamente allo stato di anarchia che colpì Parigi durante gli anni della Comune nei primi anni Settanta dell'Ottocento. Questo parallelismo gli permise anche di comprendere la sua stessa difficile situazione di figlio di una famiglia disgregata, costretto ad affinare le sue capacità di sopravvivenza nelle strade di New York in tenera età. Considerata in questo contesto, la serie di foto-performance che Wojnarowicz produsse in collaborazione con una piccola cerchia di amici tra il 1978 e il 1979 rappresenta un importante documento dell'epoca, che non solo ci permette di entrare nello stato d'animo dell'artista in un momento di svolta della sua vita – mentre stava passando dalla scrittura alle arti visive – ma documenta anche aree di New York City che sono state radicalmente trasformate.
 
Arthur Rimbaud a New York fu esposto per la prima volta come opera d'arte alla galleria PPOW nel 1990, attraverso una selezione di 25 immagini. Nel 2004, la serie fu pubblicata da PPOW in collaborazione con l'Estate of David Wojnarowicz come un set di 44 fotografie. Inoltre, è presente un portfolio non datato di 32 stampe di prova, precedentemente di proprietà del compagno di Wojnarowicz, Tom Rauffenbart. La presente mostra presenta una selezione di immagini raccolte da questi tre portfolio e dalla fondazione dell'artista.
 
Mostra curata da Antonio Sergio Bessa

Il finanziamento della mostra David Wojnarowicz: Arthur Rimbaud a New York  è generosamente sostenuto da Philip Aarons e Shelley Fox Aarons, Sully Bonnelly e Robert Littman, Adam Clayton Collection, Jim Hodges, Dr. Daniel S. Berger e Scott Wenthe, P·P·O·W Gallery, Second Ward Foundation, Teiger Foundation, Anita Vitale e Wojnarowicz Foundation.


10/01/26

Prossimamente presso gli spazi della Collezione Pinault a Venezia


 

Ecco le prime news sulla mostre di alcuni dei più importante centri espositivi internazionale, si tratta della storica Punta della Dogana e di Palazzo Grassi a Venezia parti della costellazione Pinault .


Michael Armitage. The Promise of Change

Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027

Palazzo Grassi

A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection, in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, art director, Serpentine Galleries, per il catalogo, e Caroline Bourgeois, advisor, Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell’arte

A Palazzo Grassi Pinault Collection dedica un’importante mostra a Michael Armitage, una delle voci più singolari e riconosciute della pittura contemporanea. Oscillando tra figurazione e astrazione, racconto documentario e visioni oniriche, le opere di Armitage intrecciano ricordi personali, riferimenti culturali e immaginari simbolici, dando vita a dipinti lirici che interrogano le nozioni di identità, memoria, spiritualità e le tensioni sociopolitiche del mondo attuale.

 L’artista keniota-britannico Michael Armitage (nato nel 1984, Kenya) presenta a Palazzo Grassi un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici. La scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono in lui la stessa forza espressiva. Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui o ancora gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.

Dividendo la propria vita tra Kenya e Indonesia, Armitage trae ispirazione da una molteplicità di fonti: fatti storici e attualità contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell’arte. Al centro della sua iconografia si trova l’Africa orientale, e il Kenya in particolare, che esplora con una sensibilità al tempo stesso critica e satirica, così come con una profondità visionaria. Se alcune scene sono precisamente collocate nello spazio e nel tempo — ad esempio quando l’artista ha seguito una squadra di giornalisti che documentava i movimenti d’opposizione e la loro violenta repressione durante le elezioni del 2017 in Kenya, o quando rappresenta fatti legati al confinamento del 2020–2021 — altre restano più elusive e universali. Questa ambiguità conduce Armitage verso territori fluttuanti.

La mostra a Palazzo Grassi esplora progressivamente questi paesaggi abitati, propizi all’apparizione di visioni. Le scene di Armitage si addensano o addirittura si offuscano, lasciando spazio alla nostra personale interpretazione. Di fronte a un dipinto di Michael Armitage l’occhio esita, viene messo in scacco. Coesistono più racconti, più linee d’orizzonte; gli spazi reali e quelli immaginari s’intrecciano, le versioni e i punti di vista si sovrappongono. Trattate tra violenza e dolcezza, le composizioni dell’artista, sfolgoranti nonostante l’asprezza dei temi, gli permettono di dare libero corso alle sue visioni, paesaggi abitati, se non addirittura allucinati.

Tra questi motivi, si incontrano personaggi reali e immaginari, provenienti tanto dalla letteratura africana contemporanea quanto dalla mitologia greca, che incarnano un certo stato interiore pur testimoniando una condizione esterna. Altre volte, sono individui anonimi a essere rappresentati, come nella serie dedicata alla migrazione, che tenta di raccontare, in grandi composizioni pittoriche, il viaggio pericoloso dei migranti attraverso l’Africa, la traversata marittima spesso mortale verso l’Europa e la disillusione di coloro che riescono a raggiungerla. Ispirandosi talvolta direttamente a scene dei film del regista senegalese Sembène Ousmane (1923–2007), ai personaggi dei romanzi dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o (1938–2025), o ancora a composizioni pittoriche di Francisco de Goya (1746–1828), Diego Velázquez (1599–1660), o di artisti modernisti africani come Jak Katarikawe (1940-2018) e Peter Mulindwa (1943-2022), tra gli altri, Armitage condensa con grande maestria tali influenze in una forma di sintesi, creando un nuovo vocabolario contemporaneo.

Le opere dell’artista sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiane, liberandosi così dalla tela convenzionale occidentale. Le irregolarità naturali di questo materiale — fori, pieghe e una texture ruvida — influenzano direttamente le composizioni visive, spesso molto elaborate, dell’artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, le pitture di Armitage sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata, raschiata, poi nuovamente applicata, dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. La pratica del disegno, cui è dedicata una vasta sala all’interno della mostra, rivela inoltre l’attenzione che l’artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.

Amar Kanwar, The Peacock’s Graveyard, 2023 (still). Pinault Collection. Digital video installation, 7 screens, dimensions variable, 28 mins, 16 sec (sync, loop), edition of 6. ©Amar Kanwar, Courtesy Marian Goodman Gallery


Amar Kanwar. Co-travellers

Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027

Palazzo Grassi

A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection

Pinault Collection presenta una mostra di Amar Kanwar che riunisce due importanti installazioni multimediali al secondo piano di Palazzo Grassi. Caratterizzato da un approccio poetico e filosofico alle questioni individuali, sociali e politiche, Amar Kanwar crea uno spazio di intersezione tra arte, documentazione e attivismo. Le sue installazioni invitano a vivere un’esperienza meditativa con la natura umana, che unisce intensità visiva, impegno e profondità narrativa.

 Amar Kanwar (nato nel 1964, India) si è distinto a partire dagli anni Novanta per i suoi film e le opere multimediali che esplorano la politica del potere, della violenza e della resistenza. Lo sguardo di Kanwar è quello di un osservatore alla ricerca di immagini e rappresentazioni che documentino la storia contemporanea del Asia meridionale. Facendo emergere narrazioni parallele, il regista si affida a documenti d’archivio e testimonianze reali, così come a immagini poetiche, per creare una narrazione stratificata. Andando oltre il giudizio sociale o politico, Kanwar trascende le narrazioni personali e collettive.

La sua installazione The Torn First Pages (2004-2008), presentata nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi, documenta la complessità della lotta per la democrazia in Birmania. L’opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d’archivio. Il titolo dell’installazione rende omaggio a un gesto di protesta del libraio Ko Than Htay, che strappava la prima pagina di ogni libro che vendeva — la pagina che, per obbligo di legge, conteneva le dichiarazioni degli obiettivi politici della dittatura militare. Attraverso materiali stampati e video proiettati su fogli di carta, l’artista attira l’attenzione sulle atrocità del regime, così come sulla forza della protesta politica in Birmania e nel mondo.

Immersa nell’oscurità viene presentata l’opera più recente dell’artista The Peacock’s Graveyard (2023). Una riflessione contemporanea sulla morte, l'impermanenza e il ciclo della vita, quest'opera è l'ultima realizzata dall'artista e fa parte della Collezione Pinault. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Un raga (musica classica indiana melodica basata sull’improvvisazione) potente e vibrante eseguito dal pianista Utsav Lal impone un ritmo lento che evolve in una trance. Sfruttando appieno il potenziale di questa narrazione multifocale, Amar Kanwar non filma figure né usa voci, ma il testo è accompagnato da immagini metaforiche e astratte. In questi cinque racconti scritti dall’artista (per un’esperienza totale di 28 minuti), si incontrano un sacerdote furioso, un boia a cui un albero impartisce una lezione, un proprietario terriero che tradisce una promessa, un presidente reincarnato e due amici salvati dalle loro liti. Kanwar descrive queste favole semplici e metafisiche come strumenti che ci aiutano a regolare il rapporto con il mondo, la sua violenza e le sue relazioni di potere — piccole storie per adulti da portare via con sé.

Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra crea questo dialogo tra due opere create a vent’anni di distanza e invita i visitatori a immergersi nell’insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l’ingiustizia, “sulle conseguenze dell’arroganza della nostra specie”, come cita l’artista. Pur assumendo una narrazione senza tempo e di finzione, The Peacock’s Graveyard affronta questioni contemporanee: temi legati alla terra, all’acqua e ai diritti umani, alla storia, alla memoria, al karma e alla moralità. The Torn First Pages osserva la resistenza individuale e collettiva delle persone comuni alla violenza. Formalmente, le opere condividono somiglianze, come se la prima fosse una premonizione della seconda, che “distilla” la stessa idea: le immagini diventano all’improvviso cristalline e le storie universali. La mostra offre così una riflessione profonda sul nostro tempo presente, “un momento della storia in cui ogni verità sembra avere un’opposta verità brutale”, spiega Kanwar.



Lorna Simpson. Third Person

Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026

Punta della Dogana

A cura di Emma Lavigne, direttrice generale e curatrice generale, Pinault Collection

Mostra realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York

La mostra personale di Lorna Simpson offre, per la prima volta in Europa, un’ampia rassegna dedicata a oltre un decennio della sua pratica pittorica. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nella primavera del 2025 è stata presentata una versione dal titolo “Source Notes” a cura di Loren Rosati, la mostra a Venezia rinnova il percorso espositivo riunendo circa cinquanta opere – dipinti, collage, sculture, installazioni e un film – provenienti da collezioni private, istituzioni internazionali e dallo studio dell’artista e opere inedite create specificatamente per la mostra a Punta della Dogana.

 

L’esposizione è concepita da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection e curatrice generale, in stretto dialogo con l’artista. Il percorso veneziano propone una selezione pensata specificamente per gli spazi di Punta della Dogana, attraverso la quale l’artista costruisce la trama dei fili narrativi che danno forma agli universi di finzione e ai racconti suggeriti dalla sua opera.

Rivelatasi già a metà degli anni Ottanta per il suo approccio innovativo alla fotografia concettuale, Lorna Simpson (nata nel 1960, Stati Uniti) non ha mai smesso di esplorare in modo critico i meccanismi di costruzione delle immagini. Dalla metà degli anni 2010, la pittura si è imposta come un campo di esplorazione particolarmente fecondo del suo lavoro, attraverso il quale prolunga e approfondisce le grandi questioni che attraversano la sua opera: l’erosione e la ricomparsa della memoria, le falle della rappresentazione, l’instabilità dei racconti.

L’esposizione riunisce nuclei significativi di opere appartenenti alle serie più emblematiche di questo periodo, tra cui Ice, Special Characters ed Earth and Sky. Essa abbraccia oltre vent’anni di attività, includendo alcune delle tele realizzate per la partecipazione dell’artista alla Biennale di Venezia del 2015, sotto la curatela di Okwui Enwezor, fino alla presentazione di diverse opere inedite create appositamente per la mostra. Resistenti a ogni lettura univoca, le sue opere ci conducono in zone incerte poste ai margini del visibile. L’esposizione si articola attorno a tre nuclei che scandiscono il percorso. Si apre con un primo gruppo di composizioni attraversate da figure enigmatiche, echi storici e tensioni politiche che evocano i sollevamenti e la loro repressione. Queste opere diventano il teatro di ambienti inospitali e instabili, attraversati da forze diffuse. Prosegue con una serie di panorami artici, ricreati sulla base di archivi di spedizioni, che si sviluppano in gamme di blu notturni e grigi ghiacciati, conferendo a questi paesaggi cupi una dimensione sospesa e irreale. Sulla soglia della laguna veneziana, queste opere sembrano fluttuare tra due stati, porosi agli elementi e abitati da presenze spettrali pronte a dissolversi. Infine, una galleria di ritratti e di enigmatiche e maestose figure femminili, presentate in particolare nel Cube di Tadao Ando, confronta lo sguardo con la complessità delle identità e l’ambiguità della loro rappresentazione.

Da circa quindici anni, il collage occupa un posto centrale nel processo creativo di Simpson, e la mostra ne dà testimonianza con un’installazione che riunisce quaranta collage. Attingendo da un vasto archivio visivo, l’artista fa di questa pratica un terreno di sperimentazione in cui giustapposizioni, slittamenti di senso e associazioni libere trasformano queste immagini in “source notes” destinate a ispirare, in seguito, molte delle sue composizioni. L’esposizione mette in luce tutta la ricchezza di un linguaggio concettuale e plastico multiforme, che attribuisce un grande spazio all’intuizione. L’artista vi esplora la memoria collettiva, il peso degli stereotipi e i meccanismi di cancellazione, proponendo altrettanti prismi critici con cui rileggere oltre mezzo secolo di storia. L'evocazione degli stati della materia e dei fenomeni naturali – acqua, fuoco, ghiaccio, polvere, meteoriti, nuvole – compone un universo instabile, favorevole alle metamorfosi e alle temporalità sospese.



Paulo Nazareth. Algebra

Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026

Punta della Dogana

A cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente

La Pinault Collection presenta Algebra, una grande mostra personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth al piano superiore di Punta della Dogana. Il progetto espositivo nasce a partire dell’ampia presenza delle opere di Nazareth nella Pinault Collection e include un nucleo di opere inedite, riunendo oltre vent’anni di pratica artistica e trasformando lo spazio espositivo dell’ex dogana.

 La mostra a cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente, trae il suo titolo, Algebra, dall’arabo al-jabr, il rimettere insieme le ossa rotte, evocando l’essenza dell’algebra come arte del risolvere gli incogniti e ricomporre ciò che è stato fratturato. Per Paulo Nazareth, questo diventa una metodologia per affrontare le fratture irrisolte della storia attraverso camminate epiche nelle Americhe, nei Caraibi e nel continente africano. La sua pratica del camminare svela la violenza strutturale — razziale e coloniale — che ha modellato i confini contemporanei, proponendo forme di conoscenza radicate nella relazione invece che nell’estrazione, nella saggezza ancestrale invece che nella mappatura coloniale.

Una spessa linea di sale attraversa ogni sala, segnando una soglia tra ciò che è visibile e ciò che resta sommerso. Per i visitatori più attenti, questa linea rivela lentamente la geometria di una nave fantasma — un tumbeiro, il termine portoghese per le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. La sua architettura della sofferenza riaffiora in frammenti all’interno delle stanze, una presenza spettrale che sottende l’intera mostra. Il sale funziona sia come metafora sia come agente materiale: guarisce, corrode, si accumula.

La mostra non presenta né un approccio cronologico né tematico, ma stazioni in un continuum, una distillazione lungo il percorso espositivo di una performance arte-vita in corso. Centrale tra queste è Notícias de América della Pinault Collection, che condensa i dieci mesi di cammino di Nazareth dal Brasile a New York. Fotografie, testi e Havaianas consumate tracciano momenti in cui identità e confini si scontrano, offrendo una testimonianza diretta della migrazione come esperienza vissuta e come finzione costruita.

Quando fu invitato alla Biennale di Venezia del 2013, Nazareth creò un evento parallelo a Veneza, nello stato di Minas Gerais: una piccola città brasiliana che condivide il nome con la capitale marittima italiana. Per questa mostra, attiva nuovamente entrambi i siti in simultanea, creando un dialogo tra emisferi: la città galleggiante costruita sul commercio incontra la sua omonima senza sbocco sul mare nell’interno brasiliano. Due geografie, una pratica.

Occupando un edificio dove le merci venivano contate, tassate e registrate in registri meticolosi — Algebra chiede cosa quei sistemi contabili si rifiutassero di registrare. Nel divario tra misurazione e cancellazione, la mostra di Nazareth risolve per l’innominato, occupandosi di ciò che persiste oltre la documentazione, delle equazioni che i documenti ufficiali non riuscivano a contenere.



09/01/26

Cézanne alla Fondation Beyeler

Paul Cezanne, Baigneurs (Bagnanti), ca. 1890 Olio su tela, 60,5 × 82,5 cm, Museo d'Orsay, Parigi 
© GrandPalaisRMN (museo d'Orsay) / Hervé Lewandowski

Fra le tante importanti mostre del nuovo anno, in Svizzera a Basilea, la Fondation Beyeler a fine mese aprirà una grande mostra su Cézanne, a 120 anni dalla sua morte.

Per la prima volta nella sua storia, la Fondation Beyeler dedicherà una mostra a Paul Cézanne, pioniere dell'arte moderna e uno degli artisti più importanti della collezione del museo. 

La mostra si concentrerà sull'ultima e più significativa fase della carriera dell'artista, evidenziando temi chiave dei suoi ultimi anni, tra cui nature morte, ritratti, paesaggi e scene di bagnanti. 

Riunendo circa 80 dipinti a olio e acquerelli, la mostra farà rivivere l'opera rivoluzionaria di Cézanne per quanto riguarda forma, luce e colore: le qualità che hanno ispirato e influenzato gli artisti per generazioni e fino ai giorni nostri.