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25/01/26

Arte e olimpiadi


L'arte guarda allo sport in questa occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali di Milano Cortina 2026, e il Mart di Rovereto presenta "Sport. Le sfide del corpo". Attraverso oltre 350 opere d’arte e materiali d’archivio la mostra indaga come le arti visive abbiano rappresentato il corpo nella pratica sportiva.

Se lo sport è fenomeno di massa per eccellenza, l’arte ha certamente contribuito all’iconografia del mito. Dal “discobolo” di Mirone alle leggende contemporanee, la mostra evidenzia come il racconto del corpo nella performance sportiva abbia definito la nascita di eroi ed eroine, siano essi atleti o lottatori classici o icone del presente.

Seppur con richiami all’arte antica l'esposizione approfondisce con particolare attenzione la produzione moderna e contemporanea, ponendo in dialogo prestigiosi prestiti, provenienti da collezioni pubbliche e private, e capolavori appartenenti alle Collezioni del museo. Nel percorso, suddiviso in 8 sezioni tematiche (Le origini, Corpo a corpo, In squadra, Oltre il limite, Nell’acqua, Corpi volanti/corpi danzanti, Correre, Al freddo), trovano spazio anche numerosi documenti, oggetti, trofei, fotografie, illustrazioni, pubblicità, secondo quella prospettiva multidisciplinare che da sempre caratterizza il Mart.

La ricerca dei curatori include anche preziosi documenti provenienti dall’Archivio del ’900 del Mart e dalle raccolte della Fondazione Alinari per la Fotografia, oltre a costumi, reperti, materiali. Alcuni oggetti appartenuti o utilizzati dai miti dello sport assumono quasi lo status di cimeli. È il caso, per esempio, delle biciclette di Gino Bartali (vincitore del Giro d’Italia nel 1936, 1937, 1946 e del Tour de France nel 1938, 1948), Fausto Coppi (vincitore del Giro d’Italia nel 1940, 1947, 1949, 1952, 1953 e del Tour de France nel 1949, 1952), Gastone Nencini (vincitore del Giro d’Italia nel 1957 e del Tour de France nel 1960) e la bicicletta con cui Francesco Moser il 23 gennaio 1984 a Città del Messico batte il record dell’ora superando il muro dei 50 chilometri.



Esposti anche un pallone da calcio degli anni Trenta, così diverso dai palloni utilizzati oggi; capi di abbigliamento tecnico realizzati da Missoni; il costume che Carla Fracci indossò per danzare La Sylphide nel 1983 e il costume di Arlecchino che Ferruccio Soleri ha vestito per più di 60 anni, entrando nel Guinness dei Primati come l’attore che più di tutti ha recitato lo stesso ruolo per una vita intera.

In una prospettiva contemporanea, la mostra suggerisce che il corpo non sia solo strumento per fissare nuovi primati o per eseguire performance straordinarie. La competizione implica tensioni, fisiche ed emotive, e contrapposizioni, tra perfezione e cedimento, record e limite.



Con Sport. Le sfide del corpo il Mart di Rovereto partecipa all’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso ideato per promuovere i valori Olimpici e Paralimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport. L’Olimpiade Culturale è un progetto della Fondazione Milano Cortina 2026.

La mostra si inserisce nel progetto culturale di sistema Combinazioni_caratteri sportivi ideato e promosso dell’Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento per mettere in rete, intorno a un tema comune, i musei del territorio. Obiettivo: valorizzare la propria identità in una prospettiva a più dimensioni che includa il confronto reciproco, lo scambio di saperi, le sfide.


24/01/26

Gli equilibrati sogni di Calder

 Alexander Calder, Lily of Force, 1945 Sheet metal, wire, rod and paint 270 x 250 x 160 cm 
Fondation Louis Vuitton © 2025 Calder Foundation, New York / ADAGP, Paris


Fra i tanti eventi di quest'anno un'attenzione particolare sarà per la mostra che questa primavera la Fondation Louis Vuitton dedicherà al centenario dell'arrivo di Alexander Calder (1898-1976) in Francia nel 1926 e i cinquant'anni dalla sua morte con una retrospettiva che esplora tutte le sfaccettature della sua opera. " Calder. Rêver en Equilibre "  abbraccia mezzo secolo di creazione, dalla fine degli anni '20 e la prima messa in scena delle performance dell'artista Cirque Calder che affascinarono l'avanguardia parigina, alle sculture monumentali che ridefinirono l'arte pubblica negli anni '60 e '70. Alla Fondation Louis Vuitton, i mobili di Calder - fluttuanti all'interno dell'architettura di Frank Gehry - trasformano la mostra in una danza coreografata.

Una delle mostre più importanti mai dedicate ad Alexander Calder, " Calder. Rêver en Equilibre " è stata concepita in stretta collaborazione con la Fondazione Calder, suo principale prestatore. La mostra presenta anche prestiti da istituzioni internazionali e importanti collezionisti privati, riunendo quasi 300 opere: stabili e mobili – per usare la terminologia calderiana per le astrazioni statiche e cinetiche – oltre a ritratti in filo metallico, figure in legno intagliato, dipinti, disegni e persino gioielli, concepiti come sculture uniche. Attraverso il percorso cronologico che si estende su oltre 3.000 m² , la mostra metterà in luce le preoccupazioni artistiche fondamentali di Calder: il movimento soprattutto, ma anche la luce, il riflesso, i materiali umili, il suono, l'effimero, la gravità, la performance e l'interazione tra spazio positivo e negativo.

La mostra celebrativa è arricchita da contributi di contemporanei di Calder. Opere degli amici dell'artista Jean Arp, Barbara Hepworth, Jean Hélion e Piet Mondrian, così come di Paul Klee e Pablo Picasso, collocheranno l'inventiva radicale di Calder all'interno del movimento d'avanguardia. 34 fotografie scattate da alcuni dei più importanti fotografi del XX secolo – Henri Cartier-Bresson, André Kertész, Gordon Parks, Man Ray, Irving Penn e Agnès Varda, tra gli altri – mostreranno un artista in bilico tra arte e vita. " Calder . Rêver en Equilibre" presenterà anche presentazioni mirate dedicate ai nuclei chiave dell'opera di Calder, tra cui la sua amata serie Constellation e i suoi gioielli dinamici.

In linea con le precedenti mostre monografiche dedicate a grandi figure del XX e XXI secolo – come Jean-Michel Basquiat, Joan Mitchell, Charlotte Perriand, Mark Rothko, David Hockney, Gerhard Richter – la Fondation Louis Vuitton dedica tutti i suoi spazi espositivi, e per la prima volta il prato adiacente, all'opera di Calder. In questo modo, la mostra avvia un dialogo tra i volumi, i piani e i movimenti di Calder e quelli dell'architettura di Frank Gehry.

A metà dei suoi vent'anni, Alexander Calder si riallacciò alla tradizione artistica della sua famiglia (figlio di un pittore e scultore, nipote di uno scultore) dedicandosi inizialmente alla pittura e al disegno. Dopo aver studiato all'Art Students League di New York, si trasferì a Parigi nel 1926. Nel quartiere di Montparnasse, allora epicentro del mondo dell'arte internazionale, entrò rapidamente a far parte di una fiorente comunità creativa. Lì presentò opere innovative – sculture figurative e minimaliste in filo metallico che ricevettero elogi dalla critica – e un circo in miniatura. Grazie a un prestito eccezionale del Whitney Museum of American Art, il primo in 15 anni, il Cirque Calder torna a Parigi, la città in cui è nato. Al centro di questo innovativo corpus di performance art, Calder orchestrò acrobati, clown e cavalieri in miniatura per un pubblico sempre più numeroso. Tra gli spettatori figuravano Fernand Léger, Jean Hélion, Le Corbusier, Jean Arp, Joan Miró e Piet Mondrian.

La visita di Calder allo studio di Mondrian nel 1930, dove rimase profondamente colpito dall'installazione ambientale, segnò una svolta decisiva verso l'astrazione, prima nella pittura e poi nella scultura. Marcel Duchamp suggerì il termine "mobile" nel 1931 per le composizioni astratte cinetiche di Calder, che furono presentate dall'artista nel 1932 alla Galerie Vignon di Parigi. Inizialmente azionate meccanicamente e in seguito mosse dalla minima brezza, queste opere traevano " la loro vita dalla vita indistinta dell'atmosfera ", come scrisse Jean-Paul Sartre nel 1946. In particolare, in risposta alla terminologia di Duchamp, Arp propose il termine "stabile" per gli oggetti statici di Calder dei primi anni Trenta.

Sebbene Calder fosse tornato negli Stati Uniti nel 1933, continuò a viaggiare in Europa, partecipando in particolare al Padiglione della Repubblica Spagnola nel 1937 insieme a Miró e Picasso. Ritornò in Francia dopo la guerra e aprì uno studio nel villaggio di Saché, nella Valle della Loira, nel 1953. Con un piede in ogni paese, Calder ampliò la definizione stessa di scultura fino alla sua morte nel 1976. Attraverso il movimento, certamente, ma anche attraverso un vocabolario dinamico declinato su tutte le scale – dai delicati assemblaggi metallici animati dal minimo respiro alle costruzioni monumentali – creò sculture non oggettive che esistevano simultaneamente in parallelo con la natura. Come commentano Dieter Buchhart e Anna Karina Hofbauer, curatori ospiti della mostra: " L'approccio innovativo di Calder ha ampliato le dimensioni della scultura fino a includere il tempo come quarta dimensione essenziale " .

Curatela
Suzanne Pagé, Direttrice artistica della Fondation Louis Vuitton, Curatore capo
Dieter Buchhart e Anna Karina Hofbauer, curatori ospiti
Assistiti da Valentin Neuroth
Olivier Michelon, curatore associato, assistito da Léna Levy

Questa mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la Calder Foundation e il Whitney Museum of American Art.


23/01/26

Anthony Van Dyck a Genova


 Antoon Van Dyck, Ritratto di dama genovese, Olio su carta applicato su tela e poi su tavola; Collezione privata europea

Sarà la raffinatezza di Anthony Van Dyck a rendere imperdibile una gita al Palazzo Ducale di Genova. La mostra con oltre 50 dipinti autografi, provenienti da 32 musei prestatori da 22 città di tutta Europa: dal Louvre di Parigi, al Prado di Madrid, alla National Gallery di Londra, sarà un grande viaggio nel genio artistico che ha lavorato a Anversa, Genova e Londra

Palazzo Ducale ospiterà questo grande evento nella prossima primavera, sarà la più grande mostra monografica sul pittore fiammingo Anthony Van Dyck (Anversa 1599 – Londra 1641) degli ultimi 25 anni.

In continuità con la mostra Rubens a Genova del 2022 e forti del suo eccezionale successo di pubblico e di critica, Palazzo Ducale ospita una nuova mostra internazionale dedicata a un altro maestro della pittura europea, che proprio a Genova deve parte della sua maturazione artistica.

Tre dipinti di Rubens, suo maestro, consentiranno qualche puntuale confronto, in una mostra che è però tutta incentrata sull’arte magistrale di uno degli artisti più amati al mondo.

L’immensa statura di Van Dyck risiede non solo nella qualità della sua opera, ma anche nella capacità di variare la propria arte perché in sintonia con gli ambiti di committenza di volta in volta diversi, cambiando quanto necessario per sedurre i nuovi clienti, assecondare abilmente i loro gusti, sintonizzarsi con ciascun milieu nel quale si trova a operare.

La mostra si sviluppa nelle sale nell’Appartamento del Doge e include la splendida Cappella Dogale. Le varie sezioni si susseguono sul filo di uno storytelling che mira a raccontare la crescita e lo sviluppo dell’arte di Van Dyck nelle tre città fondamentali della sua carriera – Anversa, Genova e Londra – seguendo queste diverse tappe attraverso lo sviluppo di alcune tematiche e iconografie messe a confronto. Il visitatore apprenderà così come ogni milieu e contesto artistico e culturale può influenzare e forgiare l’arte di un pittore, anche e forse ancor più quando si tratta di un vero genio come Van Dyck.

Due autoritratti giovanili; ritratti di eleganti dame genovesi, anversane e inglesi; opere legate alla committenza del Re d’Inghilterra Carlo I, suadenti opere mitologiche e intense opere sacre consentiranno di immergere il visitatore nel magico mondo creativo di un genio. 

22/01/26

Brera 250



 Giuseppe Bossi, Studio per la medaglia dell’Accademia di Belle Arti di Brera, 
primo quarto del secolo XIX, disegni a penna, inchiostro e acquerello su carta.

Oggi, 22 gennaio, ma del 1776, nasceva l'Accademia di Brera con i primi corsi dedicati alla  pittura, scultura, ornato e all'architettura. Sono passati 250 e l’Accademia prosegue il suo impegno nel formare nuovi artisti e professionisti. Questa ricorrenza è anche un'occasione per festeggiare e rinnovare questa missione centenaria. Una serie di eventi si svilupperanno durante l'anno con conferenze, mostre, creazione di un nuovo logo e presentazioni di libri sulla storia dell'istituzione. 

21/01/26

Body Sign da Thaddaeus Ropac Milano

Courtesy Thaddaeus Ropac gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul / photo credit Roberto Marossi

Dopo il grande successo della prima mostra ora la galleria Thaddaeus Ropac Milano presenta una interessante mostra: BODY SIGN, questo il titolo del progetto espositivo, un dialogo inedito tra VALIE EXPORT e Ketty La Rocca, due grandi artiste femministe, protagoniste dell’Arte Concettuale, tra le più visionarie voci creative affermatesi sulla scena europea negli anni '60.

Curata da Andrea Maurer e Alberto Salvadori, BODY SIGN è aperta al pubblico dal 16 dicembre 2025 al 28 febbraio 2026.

 VALIE EXPORT e Ketty La Rocca hanno utilizzato il corpo come strumento per sfidare la società patriarcale, mettendo in luce la dicotomia tra l’utilizzo del linguaggio nello spazio pubblico e quello privato per riconoscere e trasmettere le proprie idee, dimostrando come fosse necessario un campo d'azione più ampio. Entrambe hanno superato i limiti imposti da un unico mezzo espressivo, sperimentando la fotografia, il video, la scultura e la performance come strumenti fluidi e permeabili.

 Negli anni '60, i nostri tentativi di coltivare un linguaggio diretto e incontrollato nell'arte si basavano sull'idea che il linguaggio dominante fosse una forma di manipolazione. Il piano era quello di aggirare queste forme di controllo sociale. [...] Questa era la forza del corpo femminile: essere in grado di esprimersi direttamente e senza mediazioni. –– VALIE EXPORT

Anche se le due artiste non si sono mai incontrate e hanno sviluppato la loro pratica in luoghi e contesti diversi – EXPORT a Vienna e La Rocca a Firenze – le loro opere rivelano parallelismi sorprendenti a testimonianza di un senso di urgenza condiviso: la necessità di riformulare l'identità femminile e di «sviluppare altre forme di linguaggio al di fuori del sistema dominato dagli uomini», come afferma EXPORT a proposito di quel periodo; in analogia le parole di Ketty La Rocca: «Le donne non hanno tempo per le dichiarazioni: hanno troppo da fare e, inoltre, dovrebbero usare un linguaggio che non è il loro, un linguaggio che gli è estraneo e ostile».

Le mani rivestono un ruolo centrale sia nell'opera di EXPORT che in quella di La Rocca, in quanto organo percettivo primario, che permette di cogliere e interagire con il mondo che ci circonda, e mezzo per trasmettere significati al di là delle parole. Nel video di La Rocca Appendice per una supplica (1972), mani femminili e maschili eseguono una sequenza di movimenti, esplorando il potenziale immediato del «gesto in contrapposizione alla parola, il gesto come linguaggio universale», come lei stessa afferma. Allo stesso modo, nell’iconica opera TAPP und TASTKINO (TAP and TOUCHCINEMA, 1968), EXPORT invita il pubblico a toccarle il seno attraverso una scatola, trasformando il suo torso nudo in uno schermo cinematografico tattile e lo spettatore in un partecipante attivo. L'opera «esplora il corpo come materiale per il cinema in un modo completamente nuovo», afferma l’artista. «Sostituendo lo schermo con la pelle, ad esempio, il cinema diventa molto di più di una semplice esperienza visiva. È diventata un'esperienza fisica per tutto il corpo». TAPP und TASTKINO ha reso ironicamente e provocatoriamente afferrabile ciò che lo sguardo voyeuristico maschile cerca di sentire nel mezzo di comunicazione di massa visivo.

Questa enfasi tattile, con l'immediatezza della sensazione percepita e dell'esperienza corporea, entrava in contrasto con la smaterializzazione dell'oggetto artistico operata in ambito Concettuale. Affermando la prospettiva incarnata dall'artista donna in questo contesto, sia EXPORT sia La Rocca hanno ampliato la struttura stessa dell'Arte Concettuale includendo il corpo.

Entrambe hanno realizzato interventi dal carattere ribelle all'interno del paesaggio urbano, mettendone in discussione regole e infrastrutture. Nelle sperimentazioni fiorentine con il Gruppo 70, La Rocca utilizzava lo spazio pubblico come luogo di gioco linguistico, distribuendo sue poesie per strada o inserendo i suoi collage nelle riviste per raggiungere un pubblico ignaro. Durante l'azione Approdo, La Rocca e i membri del Gruppo 70 installavano segnali stradali modificati lungo l'autostrada A1 in direzione di Firenze; Engagement (1967), opera visibile in mostra, è uno degli esempi più rappresentativi di questo agire nello spazio pubblico. Questi puzzle linguistici ponevano in discussione l'autorità della segnaletica mettendo in luce la tensione così creata tra l'espressione personale e i codici di comunicazione condivisi.

In Body Configurations (1972-82) EXPORT contorce il proprio corpo per adattarsi agli spazi dell'ambiente urbano viennese – nicchie, bordi, cordoli e angoli – assumendo talvolta la posa di uno strumento di misurazione o indicazione. Attraverso questi interventi, EXPORT esamina come l'identità sia plasmata dalle strutture tangibili della città, effetto accentuato dall’utilizzo di contorni neri e rossi. L'artista descrive queste opere come una «esternalizzazione visibile degli stati interiori attraverso la configurazione del corpo con l'ambiente circostante».

La sperimentazione semiotica è ulteriormente evidente nelle sculture di lettere e segni di punteggiatura create da La Rocca nel 1970, che lei stessa descriveva come «presenze alfabetiche». J con punto (1970), è una scultura in PVC nero a grandezza umana - una lettera assente dall'alfabeto italiano, sua lingua madre - associata al francese Je, ovvero “io” e nella fotografia Con attenzione (1970), La Rocca si presenta a letto con questo carattere linguistico, mettendo in scena allo stesso tempo un processo di identificazione e di estraneità tra il linguaggio e il sé. Guardando fisso negli occhi lo spettatore da sotto le lenzuola, La Rocca sottolinea con ironia i limiti del linguaggio come mezzo di comunicazione.

In BODY SIGN (1970) – la serie fotografica che dà il titolo alla mostra – EXPORT si confronta con il linguaggio visivo della sessualità. L'artista è ritratta nell’atto di sollevare il vestito e sfidare lo sguardo dell’astante, rivelando un tatuaggio a forma di giarrettiera sulla coscia, che si era fatta fare in pubblico in occasione della performance Body Sign Action. Ricorrendo alla semiotica sociale del tatuaggio, l'artista mette in atto un ribaltamento radicale e ironico dell'oggettivazione del corpo femminile da parte dello sguardo maschile.

Mentre in questa azione EXPORT esplora il corpo femminile sia letteralmente che culturalmente, La Rocca considera l'origine del linguaggio provenire dall'interno del corpo come nella serie delle Craniologie (1973). Le immagini radiografiche del cranio dell'artista sono sovrapposte a fotografie delle sue mani - una con l'indice teso, l'altra chiusa a pugno - e sovrimpresse alle parole scritte a mano “tu, tu, tu”. Integrando l'esterno e l'interno, la mente e il corpo, la parola e l'immagine, La Rocca espone i limiti di ciascun mezzo linguistico preso singolarmente e, al tempo stesso, coltiva il proprio linguaggio visivo proto-femminista. Come spiega La Rocca: «La dimensione misteriosa del linguaggio ha così modellato il volto dell'uomo, lo ha corroso, e per questo motivo sovrappongo il gesto della mano in tutta la sua espressività e semplicità comunicativa all'interno del cranio, dove il cervello ha dato vita all'insieme del pensiero e del linguaggio umano».

Nella loro pratica artistica, EXPORT e La Rocca mettono in discussone il linguaggio in quanto strumento del patriarcato. Lavorando con e contro questa realtà, le loro pratiche collidono nel considerare il linguaggio come segno, materiale e sistema, lo cooptano per i propri scopi e ne aggirano l'uso nei contesti sociali convenzionali. I loro esperimenti visivi si espandono oltre i confini della pagina: inserendo i loro corpi nel regno del linguaggio e viceversa, rivelano l'assurdità e, di conseguenza, le possibilità artistiche e sociali della combinazione di questi sistemi di comunicazione.


20/01/26

I vetri muranesi di Yoichi Ohira al Magazzino Italian Art


Veduta dell'installazione di Yoichi Ohira: Japan in Murano al Robert Olnick Pavilion al Magazzino Italian Art, Cold Spring, NY.
 Foto di Marco Anelli / Tommaso Sacconi. 

 Fino a Maggio i Magazzino Italian Art a Cold Spring (New York), accolgono i meravigliosi vetri muranesi di Yoichi Ohira (1946–2022).


Veduta dell'installazione di Yoichi Ohira: Japan in Murano al Robert Olnick Pavilion al Magazzino Italian Art, Cold Spring, NY.
 Foto di Marco Anelli / Tommaso Sacconi. 

La mostra intitolata "Yoichi Ohira: Japan in Murano" è un'interessante antologica sull'opera di questo importante artista giapponese che divenne una figura di spicco nella progettazione di opere in vetro veneziano sull'isola di Murano, in Italia. La mostra si snoda attraverso gruppi di opere che illustrano risonanze estetiche, contrasti cromatici e affinità formali, creando dialoghi tra diversi periodi della carriera dell'artista.


19/01/26

ART CITY Bologna 2026



Fra pochi giorni, da giovedì 5 a domenica 8 febbraio, torna per la quattordicesima edizione, ART CITY Bologna, il programma di mostre ed eventi promosso dal Comune di Bologna, con il sostegno di BolognaFiere, in occasione di Arte Fiera, con la direzione artistica di Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna.

ART CITY Bologna 2026 ha come main sponsor Gruppo Hera.
 
A caratterizzare la manifestazione è lo Special Program che, con la curatela di Caterina Molteni, prosegue nel solco della sperimentazione invitando artiste e artisti italiani e internazionali a intervenire in spazi solitamente non fruibili a scopo espositivo, luoghi dimenticati o poco noti al grande pubblico. In questa prospettiva, l’edizione 2026 presenta una speciale collaborazione con l’istituzione cittadina che per eccellenza è dedicata alla conoscenza, al dialogo e al cambiamento: l’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna.
 
Nata nella data simbolica del 1088, l’Alma Mater è da sempre un punto di riferimento culturale, politico e civile per Bologna. La sua storia è intimamente intrecciata a quella della città e del suo paesaggio urbano, nei suoi palazzi e negli edifici che ne hanno accolto nei secoli le attività. Distribuita nel tessuto cittadino - nelle case dei docenti, negli spazi religiosi e in edifici pubblici - nel Medioevo e nel Rinascimento, trova la sua prima sede ufficiale nel 1563 all’Archiginnasio, per poi trasferirsi a Palazzo Poggi nel 1803. Da allora, la moderna Università ha progressivamente ampliato la propria presenza, costruendo la cittadella universitaria e contribuendo a trasformare il volto della città. Lo Special Program di ART CITY Bologna 2026 rende omaggio a questa eredità culturale con un itinerario di arte contemporanea che attraversa i luoghi di questa prestigiosa istituzione, alcuni dei quali aperti al pubblico per l’occasione: l’Aula Alessandro Ghigi dell’ex Istituto di Zoologia, l’Atrio dell’ex Facoltà di Ingegneria, la Sala della Boschereccia di Palazzo Hercolani, il Teatro Anatomico della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, la Fondazione Federico Zeri, il Laboratorio didattico del Distretto Navile e l’Aula Magna della Biblioteca Universitaria di Bologna. Le opere - appositamente commissionate o riallestite - instaurano un dialogo diretto con questi spazi, attivando nuove letture della storia accademica, architettonica e politica dell’Ateneo.
 
Come da tradizione, le sedi dello Special Program non sono semplici contenitori ma dispositivi narrativi che danno forma al tema dell’edizione: la conoscenza e la sua trasmissione. In questo senso ART CITY Bologna 2026 esplora la formazione e l’insegnamento come esperienze radicate in un universo fisiologico e sensibile, oltre la loro consueta dimensione astratta e teoretica. Ed è a partire da queste premesse che nasce il titolo del progetto, Il corpo della lingua, ispirato all’omonimo testo di Giorgio Agamben, in cui il filosofo delinea una vera e propria anatomia del linguaggio: non un concetto statico, ma un corpo vivo, “in fuga non si sa verso dove, ma certo fuori da ogni identità grammaticale e da ogni lessico definitivo”. Per Agamben, il linguaggio - come il sapere - prende forma nella voce, nei gesti, nella relazione con l’altro. Ripensare il corpo significa quindi ripensare anche la conoscenza e le sue modalità di trasmissione.
 
giulia deval, Mike Kelley, Ana Mendieta, Alexandra Pirici, Augustas Serapinas, Jenna Sutela e Nora Turato sono le artiste e gli artisti dell’edizione 2026 di ART CITY Bologna e con i loro lavori indagano la conoscenza a partire dalla fisicità del sapere, capace di rivelare le strutture di potere nei processi educativi e, insieme, di aprire spazi di resistenza e nuovi orizzonti espressivi. In questa prospettiva, le opere in mostra propongono modelli alternativi di produzione e trasmissione del sapere, mettendo in discussione l’autorità e la linearità proprie della conoscenza accademica e artistica. I progetti espositivi interrogano la natura dei luoghi della formazione, le regole implicite che li governano e le trasformazioni simboliche, sociali e politiche che ne hanno segnato l’evoluzione, dedicando particolare attenzione alle nuove forme di intelligenza.
 
La coreografa Alexandra Pirici (Bucarest, 1982) intreccia danza, scultura, musica e parola in azioni e ambienti performativi. Per ART CITY Bologna 2026 presenta una nuova produzione nel Teatro Anatomico della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (piazza Luigi Galvani 1, Bologna), luogo che fin dal XIV secolo ospitava le dissezioni pubbliche della Scuola di Medicina.

Riferendosi all'immagine della salma sul tavolo anatomico, l’artista ribalta lo sguardo normativo dell’autopsia e restituisce nuova centralità ai corpi, umani e più-che-umani. La performer interroga i modi in cui i corpi producono e trasmettono conoscenza, dando vita a una figura in metamorfosi continua che si sottrae alle gerarchie del sapere scientifico e alla tradizionale divisione tra soggetto e oggetto di studio. Il corpo che ne emerge non è più passivo, ma diventa generatore di vita e conoscenza, in dialogo con le molteplici forme di intelligenza che si relazionano continuamente a quella umana, siano esse cognitive, emotive o esperienziali, viventi o non viventi, naturali o artificiali.

Il lavoro che continua la ricerca dell'artista avviata nel 2024 con Attune - una commissione congiunta di Audemars Piguet e Hamburger Bahnhof Berlin - è realizzato grazie al supporto di Banca di Bologna, che conferma la sua partecipazione ultradecennale al programma istituzionale di ART CITY Bologna.
 
L'esperienza collettiva del flusso incessante di informazioni che caratterizza la contemporaneità è al centro della ricerca di Nora Turato (Zagabria, 1991). L’artista sfrutta la natura effimera, mutevole e performativa del linguaggio per articolare performance, video e opere testuali e grafiche in cui la parola diventa materia plastica, sonora e concettuale. Turato realizza una nuova commissione site-specific per gli spazi dell’Aula Magna della Biblioteca Universitaria di Bologna (via Zamboni 33 - 35, Bologna) che si articola in una performance e in un intervento audio ambientale. Al centro del progetto c’è il concetto di “grounding” - letteralmente radicare, toccare terra - inteso come un ritorno all’esperienza sensibile, incarnata ed erotica del sapere e del linguaggio. Usato anche nell’ambito dell’intelligenza artificiale per indicare la verifica e l’ancoraggio delle informazioni al reale, il termine assume qui una valenza più esperienziale che cognitiva: un invito a riconnettersi al presente, al qui e ora dell’esperienza corporea e relazionale della comunicazione.
 

giulia deval (Torino, 1993) lavora a cavallo tra musica sperimentale e arte contemporanea, concentrando la sua ricerca sulla vocalità.

Il suo progetto PITCH. Notes on Vocal Intonation, vincitore del Premio Lydia, è una performance-lecture e un video saggio che indaga l’uso dei toni acuti e dei toni gravi nelle conversazioni umane e non umane, intrecciando fonti testuali e audiovisive tra etologia, fonetica e cultura pop.

Con un approccio ironico e investigativo, PITCH esplora i significati che le diverse specie - compresa quella umana - attribuiscono ai registri alti e bassi della voce, approfondendo il processo che ha portato a definire la voce del potere come grave e misurata e le voci acute, percepite come meno autorevoli e stridenti, come fastidiose interruzioni di un ordine prestabilito.

In occasione di ART CITY Bologna, l’opera viene presentata nella sua doppia veste di performance e video nell’Aula Alessandro Ghigi dell’ex Istituto di Zoologia (via San Giacomo 9, Bologna).
 
Nell’Atrio dell’ex Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna (viale del Risorgimento 2, Bologna) eccezionale esempio di razionalismo bolognese, troviamo il riallestimento di un’opera storica di Mike Kelley (Detroit, 1954 - Los Angeles, 2012), la cui ricerca ha indagato i legami nascosti tra potere, psicologia e norme sociali, con un’attenzione verso il ruolo dell’architettura. Day Is Done raccoglie 31 cortometraggi musicali ispirati alle attività extracurricolari delle scuole statunitensi. Kelley trasforma immagini raccolte dagli annuari scolastici in concerti, sfilate, liturgie, feste in maschera e rievocazioni storiche con uno stile ironico, visionario e carnevalesco. Questi “rituali accettati di devianza" sono per l’artista l’espressione naturale dell’inconscio scolastico fatto di desideri repressi, tensioni, traumi latenti.
 
La relazione profonda tra corpo, terra e identità è da sempre stata alla base delle indagini di Ana Mendieta (L’Avana, 1948 - New York, 1985). Segnata dall’esperienza dell’esilio, ha trovato negli elementi naturali e nei processi biologici una forma di conoscenza e di radicamento. Flower Person, Flower Body ritrae un corpo intrecciato di fiori, sospinto dall’acqua fino a dissolversi nei suoi ritmi: una presenza che si accorda alla natura fino a confondersi con essa. In Esculturas Rupestres, Mendieta incide sulle pareti di una grotta i profili di divinità femminili caraibiche Taíno, evocando un sapere inscritto nella materia stessa. Per ART CITY Bologna 2026 queste opere si relazionano con gli affreschi illusionistici della Sala della Boschereccia di Palazzo Hercolani (strada Maggiore 45, Bologna), proponendo un’altra possibilità e concezione di mimesi con l’ambiente naturale.
 
L’intervento di Augustas Serapinas (Vilnius, 1990) interroga i legami simbolici tra spazio, architettura e percezione. La sua serie Chair for the Invigilator presenta sedute rialzate, ispirate alle postazioni dei bagnini, alte circa due metri e accessibili tramite una scala a pioli. Originariamente progettate per i guardasala, per ART CITY Bologna 2026 queste strutture vengono messe a disposizione del pubblico, invitato a utilizzarle come postazioni di lettura nella grande biblioteca della Fondazione Federico Zeri (piazzetta Giorgio Morandi 2, Bologna). Da questa nuova altezza, la lettura - e dunque la conoscenza - si manifesta come un processo strettamente legato all’esperienza corporea.

L'opera rientra nel programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall'Istituto di Cultura Lituano e dall'Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.
 
Con nimiia cétiï è l’incontro tra batteri e intelligenza artificiale a essere indagato. Jenna Sutela (Turku, 1983), che esplora le possibilità della collaborazione tra natura e tecnologia, in questa sua opera chiede ai sistemi AI di tradurre il movimento dei microrganismi in suoni e segni, dando vita a una possibile lingua marziana. Ispirandosi alla fantascienza, l’artista immagina che i batteri possano dialogare con altre forme di vita attraverso la mediazione dei computer. Per l’occasione, l’opera viene presentata negli spazi del Laboratorio didattico del Distretto Navile del Centro Laboratori Didattica Chimica CILDIC (via Piero Gobetti 87, Bologna) in un allestimento immersivo che simula l’hackeraggio dei circuiti dei laboratori da parte di alieni nel tentativo di comunicare con la Terra.
 
Come ulteriore omaggio alle origini dello Studium è concepita anche la nuova identità visiva di ART CITY Bologna 2026 ideata da Al mare. Studio a partire dall'immaginario dei glossatori medievali, i primi interpreti e commentatori dei testi giuridici medievali che contribuirono alla formazione del sapere universitario. I loro segni, annotazioni e rimandi diventano un linguaggio grafico contemporaneo che prende forma dallo studio su carta, dall’evidenziatore, alla penna biro, dagli appunti e dagli scarabocchi che trasformano la parola in forma.
 
Nei giorni di ART CITY Bologna l’intera città si trasformerà in un palcoscenico della cultura contemporanea italiana e internazionale, riflettendone la ricchezza e la vitalità attraverso un ampio cartellone di iniziative artistiche proposte da istituzioni, gallerie e spazi indipendenti. Un programma che mette in evidenza la forza di un sistema culturale plurale e diffuso.

18/01/26

Picasso, Modigliani a Palazzo Zabarella

Ultimi giorni per vistare il bel confronto artistico proposto da Palazzo Zabarella fra gli artisti coevi di Picasso e Modigliani.

Un’eccezionale collezione d’arte proveniente da uno dei più importanti musei del Nord Europa e della Francia sarà al centro di un nuovo importante appuntamento espositivo in programma, a partire dal prossimo autunno, a Palazzo Zabarella.


Nell’ambito del dialogo avviato dalla Fondazione Bano negli ultimi anni con importanti istituzioni museali di fama internazionale - dopo le collaborazioni con il Brooklyn Museum di New York e il museo di Grenoble - è ora la volta del LaM, Lille Métropole Musée d'art moderne, d'art contemporain et d'art brut, che ci offrirà l’opportunità di ammirare 65 opere di 30 artisti d'avanguardia in una nuova grande mostra che si aprirà al pubblico il 16 ottobre. Ai protagonisti delle avanguardie storiche e agli artisti più noti, se ne affiancano altri che aprono a scenari artistici inediti più vicini alla contemporaneità. Tra i numerosi capolavori spiccano cinque dipinti di Pablo Picasso e sei di Amedeo Modigliani.

La creazione del museo LaM, situato a Villeneuve d’Ascq, una città dell’area metropolitana di Lille, avvenuta nel 1983, è legata al lascito di Geneviève (1922-2003) e Jean Masurel (1908-1991), membri di una nota famiglia di produttori tessili del nord della Francia. La donazione comprendeva le opere acquistate da Jean Masurel e quelle lasciategli in eredità dallo zio Roger Dutilleul (1872-1956) industriale e appassionato d'arte e uno dei più importanti collezionisti di Modigliani. In un arco temporale compreso tra i primi anni del Novecento e gli anni Settanta dello scorso secolo, Dutilleul e suo nipote Masurel hanno raccolto un’eccezionale collezione, molto personale e al tempo stesso rappresentativa dei principali movimenti artistici della prima metà del Novecento in Francia. Da allora, il LaM è diventato un'istituzione chiave sulla scena culturale europea e si è ulteriormente arricchito nel 1999 con una donazione di oltre 3.500 opere d'arte brut da parte dell'associazione L'Aracine - fondata da Madeleine Lommel, Claire Teller e Michel Nedjar - e divenendo così il Lille Métropole Musée d'art moderne, d'art contemporain et d'art brut. Con una collezione di oltre 8.500 opere d'arte, il LaM è il primo museo francese a riunire questi ambiti artistici offrendo un panorama unico dell'arte del XX e XXI secolo.


Roger Dutilleul iniziò a collezionare opere d'arte nel 1904 per non smettere mai fino alla sua morte avvenuta nel 1956. Descritto dal gallerista Daniel-Henry Kahnweiler come un "uomo profondamente simpatico e stimabile ... nella tradizione dei grandi amanti dell'arte" sembra che avesse un approccio molto istintivo nei confronti della pittura, mostrando la sua sensibilità verso il colore e favorendo la sincerità dell’opera. Dutilleul affermò di non avere "nessun credo" né "dogma a priori" sull'arte, osservando: "La cosa più importante è che il dipinto ti guardi. Non spetta all'amatore guardarlo - soprattutto con idee o sentimenti preconcetti - deve accontentarsi di vederlo, vale a dire di incrociare il suo sguardo con esso, per intuire il pensiero dell’artista o, meglio ancora, la sua più profonda, intima emozione. Due esseri viventi che comunicano come meglio possono!"

Dopo aver acquisito alcune opere fauviste, rimase colpito dalla pittura di Georges Braque e Pablo Picasso divenendo uno dei primi sostenitori e collezionisti dell’arte cubista. Seguendo il gusto del gallerista Kahnweiler, si interessò anche ai dipinti “Tubisti” di Fernand Léger e alle ricerche di Henri Laurens riguardanti la scultura cubista.

Jean Masurel, figlio della sorella minore di Roger Dutilleul, Françoise Collart-Dutilleul, e del commerciante di lana Jules-Paul Masurel, crebbe nel nord della Francia e, nei primi anni Venti, fu mandato da suo zio a Parigi per prepararsi al baccalaureato. Lì iniziò ad acquistare le prime opere della sua collezione. I suoi gusti rispecchiavano quelli dello zio prediligendo gli stessi artisti: Fernand Léger, Georges Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Bauchant e, in seguito, Bernard Buffet. Tuttavia, mostrava anche interesse verso la pittura astratta e sostenne gli artisti locali del nord della Francia.


Roger Dutilleul lasciò in eredità la maggior parte della sua collezione al nipote Jean Masurel il quale, considerandosi solo il «custode» della collezione comune, decise di donarla a una comunità pubblica. Fu scelta l'area metropolitana di Lille, da dove proveniva, e il Musée d'art moderne de Villeneuve d'Ascq aprì nel 1983. Da amante della natura, Jean Masurel voleva che il luogo fosse circondato da un parco e aperto all'arte contemporanea. Questo desiderio fu il segno distintivo del museo e portò nel 1999 all'ingresso della donazione dell’eccezionale collezione dell’associazione L'Aracine comprendente diverse opere come disegni, dipinti, assemblaggi, oggetti e sculture di oltre 170 artisti francesi e stranieri riconducibili all’Art Brut.
Era stato l'artista Jean Dubuffet nel 1945 a coniare il concetto di ‘Art brut’, in un periodo in cui stava iniziando a mettere insieme una collezione d’arte altamente eclettica che mostrava il suo interesse verso opere realizzate sotto l'influenza di spiriti, negli ospedali psichiatrici o da persone emarginate e dagli ‘architetti’ autodidatti che seguivano l'esempio di Ferdinand Cheval. Oggi riconosciuta come un fenomeno chiave dell’arte del XX secolo, l’Art Brut - in inglese "outsider art", si è ampliata e diffusa in tutto il mondo. Essa viene a legarsi all’interesse e all’apprezzamento nei confronti dell'arte autodidatta espressi dagli stessi Roger Dutilleul e Jean Masurel.

Curata da Jeanne-Bathilde Lacourt, Curatrice per l’arte moderna al LaM, la mostra è articolata in sei sezioni in cui il visitatore scoprirà a Padova un approfondimento sull’avanguardia cubista con i dipinti di Picasso come Pesci e bottiglie del 1909, Donna con cappello del 1942, e di Georges Braque come La Roche-Guyon del 1909 o Il Sacro Cuore di Montmartre del 1910, per poi considerare il “Tubismo” di Fernard Léger, rappresentato da ben sei dipinti, e le ulteriori versioni del cubismo testimoniate dalle opere pittoriche di Léopold Survage, Eugène Nestor de Kermadec, Francisco Borès e dalle pietre policrome di Henri Laurens. Di Amedeo Modigliani verranno esposti autentici capolavori quali il ritratto di Moïse Kisling, Ragazzo dai capelli rossi, Nudo seduto con camicia e Maternità.

Verranno quindi compresi ulteriori movimenti e avanguardie artistiche del primo e del secondo dopoguerra, come Joan Miró, André Lanskoy, Youla Chapoval, Joaquín Torres-García, le opere di Alexander Calder, e i dipinti stratificati e materici di Eugène Leroy.

Il mazzo di fiori di Séraphine de Senlis, Il chiosco di Gertrude O'Brady, Composizione decorativa di Augustin Lesage, Dipinto meraviglioso n. 35 di Fleury Joseph Crépin faranno scoprire le vie alternative di un’arte ‘autodidatta’, più spontanea, istintiva, naïf (proprio come erano definiti questi artisti), capace di esprimere altrettanta poesia e spiritualità.

Ci si confronterà infine con l’Art Brut vera e propria attraverso due sculture in granito di Antoine Rabany, che lo stesso Dubuffet (presente in mostra con l’opera Pane filosofico) aveva contribuito a far conoscere e una scultura in legno di Auguste Forestier.


 Palazzo Zabarella
via degli Zabarella, 14
35121 Padova, Italy

Orario:

Dalla domenica al giovedì 10:00 – 19:00
Venerdì e sabato 10:00 – 20:00
Ultimo ingresso 45 minuti prima

17/01/26

Fondazione Prada 2026



Anche quest'anno la Fondazione Prada proporrà diverse attività nel 2026 nelle tre sedi permanenti a Milano e Venezia. Attraverso lo sviluppo di una rete internazionale di artisti, curatori, registi, musicisti e studiosi, Fondazione Prada intende indagare la cultura umana in tutta la sua diversità e complessità. L’impegno si concentra sull’elaborazione di modalità inedite e coinvolgenti per affrontare i temi emergenti del dibattito culturale contemporaneo, oltre i confini delle singole discipline.

Come afferma Miuccia Prada, Presidente e Direttrice di Fondazione Prada: “Nel 2026 la nostra istituzione cercherà di operare come un laboratorio di idee, una piattaforma sperimentale che si riconfigura continuamente in risposta alle trasformazioni del panorama sociale e culturale. Artisti e intellettuali provenienti da generazioni e contesti diversi ci aiuteranno a interpretare temi urgenti da molteplici prospettive, mettere in discussione le idee consolidate e pensare in modo più profondo”.

A partire da gennaio 2026, Fondazione Prada presenta una pluralità di formati espositivi e iniziative culturali che nascono da un processo di ricerca in continua evoluzione. Il programma include mostre tematiche e monografie dedicate a figure artistiche di rilievo come Cao Fei, Cyprien Gaillard, Mona Hatoum, Arthur Jafa, Richard Prince e Hito Steyerl, un’ampia programmazione cinematografica con proiezioni e incontri, progetti musicali ed esibizioni dal vivo, seminari e attività editoriali e didattiche.


PROGRAMMA 2026

ATTIVITÀ TEMPORANEE

Hito Steyerl: The Island

Osservatorio Fondazione Prada, Milano


Fino al 30 ottobre 2026

Mona Hatoum: Over, under and in between

Fondazione Prada, Milano


29 gennaio – 9 novembre 2026

Kali Malone: Organ

Chiesa di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, Milano


4 febbraio 2026

Cao Fei: Dash

Fondazione Prada, Milano


9 aprile – 28 settembre 2026

Arthur Jafa e Richard Prince: Helter Skelter

A cura di Nancy Spector

Fondazione Prada, Venezia


9 maggio – 23 novembre 2026

Human Brains

Fondazione Prada, Milano


Autunno 2026

Evento del Festival Luigi Nono

Fondazione Prada, Venezia

Autunno 2026

Global Antiquity

A cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola

Fondazione Prada, Milano

5 novembre 2026 – 1 marzo 2027

Cyprien Gaillard

Osservatorio Fondazione Prada, Milano

dicembre 2026 – luglio 2027


ATTIVITÀ PERMANENTI

Accademia dei bambini, Fondazione Prada, Milano

Accademia delle scuole, Fondazione Prada, Milano

Cinema Godard: proiezioni e incontri, Fondazione Prada, Milano

Fondazione Prada Film Fund, 

Premio di Laurea


16/01/26

Fiere d'arte in Italia 2026

 
scatto dalla fiera Artissima 2025  


Eccovi l'elenco delle principali fierei d'arte in Italia

Gennaio

BAF - Bergamo Arte Fiera / IFA - Italian Fine Art: Bergamo, 16-18 gennaio. 


Febbraio

Artefiera & Art City Bologna: Bologna, 6-8 febbraio (Artefiera).

ArteGenova: Genova, 13-15 febbraio.

Expoarte Montichiari: Montichiari (BS), 20-22 febbraio. 


Marzo

MIA Photo Fair: Milano, 19-22 marzo (dedicata alla fotografia).

Vernice Art Fair: Forlì, 27-29 marzo. 


Aprile

PaviArt - Fiera d'Arte Moderna e Contemporanea: Pavia, 11-12 aprile.

Miart: Milano, 17-19 aprile (arte contemporanea). 


Ottobre

ArtParma Fair (Parma): Ottobre 2026 (date precise da definire). Mostra mercato di arte moderna e contemporanea.

ArtVerona (Verona): 9 – 11 ottobre 2026. Manifestazione dedicata alla valorizzazione del sistema dell'arte italiano.

Artissima: Torino, 30 ottobre - 1 novembre (principale fiera d'arte contemporanea).


Novembre 

Roma Arte in Nuvola (Roma): Novembre 2026 (date precise da definire). Grande fiera internazionale d'arte moderna e contemporanea della Capitale.