Un bel pratico e interessante video sull'opera "Pretetious Crap" di Zhivago Duncan presente al PAMM a Miami.
Un bel pratico e interessante video sull'opera "Pretetious Crap" di Zhivago Duncan presente al PAMM a Miami.
La galleria Lorenzelli di Milano propone fino al 22 Gennaio questa interessante mostra : "nel Nome di Dio Omnipotente. Arti talismaniche, pratiche di scrittura sacra e protettiva dal nord della Nigeria." curata da Andrea Brigaglia e Gigi Pezzoli.
Lorenzelli Arte continua la sua periodica programmazione di iniziative collaterali promosse allo scopo di approfondire tematiche e ricerche sull'arte contemporanea, ma non per questo estranee o marginali, per confermare il ruolo primario della galleria nella diffusione e confronto tra culture e per ribadire l'universalità dell'arte.
Da mercoledì 27 ottobre, fino a 22 gennaio 2022 è lieta di presentare "nel Nome di Dio Omnipotente. Arti talismaniche, pratiche di scrittura sacra e protettiva dal nord della Nigeria".
Le sale espositive ospitano nel cuore di Milano una ricca serie di 80 opere inedite, appartenenti agli Hausa, un gruppo etnico di oltre 70 milioni di individui, stanziato tra il nord della Nigeria e il sud del Niger.
Ci si immerge in un mondo di prevalente tradizione sufi, apparentemente lontano, ma che rimanda ad antiche pratiche protettive, divinatorie e taumaturgiche del Medio Oriente, del mondo greco-romano, della Cabala ebraica, fino all'alchimia occidentale medievale.
Canzoni per morire / Canzoni per vivere è la prima mostra personale istituzionale di Korakrit Arunanondchai in Svizzera al Migros Museum di Zurigo. Sono presenti i video, Songs for more (2021) e Songs for living (in collaborazione con Alex Gvojic, 2021), in un ambiente installativo.
Nascita, eliminazione ("décréation") e morte sono esperienze di momenti di soglia in cui la coscienza assume una forma diversa, elevata. Sulla base di essi, Korakrit Arunanondchai sviluppa le sue narrazioni e la gestione delle forme artistiche. Nella sua pratica, l'artista elabora le esperienze personali con video, pittura e installazione ed esamina le loro condizioni storico-sociali. Con le forme che ha scelto nella loro complessa dipendenza reciproca, solleva interrogativi fondamentali sull'esistenza e sul significato, specialmente quando questi sono visti al di fuori della struttura dei concetti occidentali dell'essere.
Per Canzoni per morire / Canzoni per vivereArunanondchai ha diviso lo spazio espositivo in tre atti interconnessi: ciascuno di questi atti affronta un potenziale trasformativo che gli altri portano. Basandosi sulla perdita del proprio nonno, l'artista racconta storie che trasferiscono idee su se stessi e sulla comunità nell'ignoto. In queste storie, fantasmi, sciamani e una tartaruga marina morente non sono solo metafore, ma anche media, processi di divenire e decomposizione. Oltre ai riferimenti e ai simboli mitologici, Arunanondchai riprende anche le realtà sociali e politiche della vita in Thailandia, che è determinata dal governo militare, dalla monarchia e dalle proteste democratiche. Le canzoni formano l'arco della mostra e guidano il pubblico attraverso una narrazione polifonica.
Il Mucem di Marsiglia presenta la mostra "HIV/AIDS, l'epidemia non è finita!" "Traccia la storia sociale e politica dell'AIDS. Guardando sia retrospettivamente che contemporanea sull'epidemia così come sulle mobilitazioni che ha generato, lei stessa desidera contribuire alla lotta. In effetti, mettere l'AIDS nel museo non significa seppellirlo; anzi, sta riaffermando tutta la sua attualità, come dimostra il titolo della mostra, che riprende uno storico slogan di Act Up: "L'epidemia non è finita!" " Nel luglio 1981, il New York Times pubblicò il primo articolo di stampa sull'AIDS, citando casi di cancro negli uomini gay. Se nel 1983 escludiamo l'ipotesi di una malattia unicamente omosessuale, allora puntiamo il dito contro le “4H”: omosessuali, eroinomani, emofiliaci, haitiani. La vittima è anche l'imputato e la sua stigmatizzazione comporta proposte di quarantena, mezzi di protezione sproporzionati e la condanna delle categorie sociali colpite e ritenute responsabili. Allo stesso tempo, la designazione di questi "gruppi a rischio" renderà invisibili altre situazioni di esposizione al virus, come dimostrano l'attivismo delle donne e le iniziative a favore della presa in considerazione di bambini e adolescenti. L'epidemia è uno shock per la società, così come la malattia o lo stato di HIV è uno shock per le persone colpite. La mostra esamina l'impatto di questo evento sulle traiettorie individuali e collettive. Sia su scala locale che globale, la lotta all'AIDS ha riguardato molti aspetti dell'epidemia: scientifici e medici, ma anche politici e sociali, per richiedere l'azione e l'attenzione delle autorità pubbliche e per rifiutare la stigmatizzazione dei pazienti e delle comunità. Lo sviluppo di trattamenti più efficaci dal 1996 ha segnato una svolta.
Vediamo persone "rinascere" grazie al rafforzamento del loro sistema immunitario e all'indebolimento della replicazione virale nell'organismo, nonostante trattamenti rigorosi e molti effetti collaterali. Ma l'accesso ai farmaci è molto disomogeneo e l'apertura dei regimi di proprietà intellettuale sta diventando una delle principali richieste. Dagli anni '80 ad oggi, l'epidemia ha dato adito a molte ipotesi sulla sua origine e si parla molto sui mezzi della sua fine. La mostra mette così in luce queste diverse storie, permettendoci di avvicinarci con il senno di poi alla conoscenza del passato e alle comprensioni del presente. Infine, la mostra mette in discussione l'eredità dell'epidemia, ciò che ha rivelato, i progressi che ha reso possibili, principalmente in termini di diritti, ma anche battute d'arresto e ristagni. Offre una valutazione delle lotte, delle loro vittorie come ostacoli ancora presenti.
Evocando le "lezioni politiche" dell'AIDS, pone domande che sono ancora oggi importanti, siano esse risposte sociali alle epidemie e la gestione delle "crisi sanitarie", o come siano colpite altre condizioni. i pazienti hanno beneficiato o meno di questo sconvolgimento nei rapporti di potere tra medici e pazienti.
La mostra "HIV/AIDS, l'epidemia non è finita!" "Offre l'opportunità di promuovere l'eccezionale fondo istituito nei primi anni 2000 dal Mucem sul tema dell'HIV/AIDS. Striscioni, volantini, manifesti, riviste comunitarie, opuscoli e materiale di prevenzione, oggetti attivisti, abbigliamento, distintivi e nastri rossi, ma anche medicinali, fotografie e opere d'arte sono stati raccolti da numerose associazioni che lottano contro l'HIV/AIDS, permettendo al Mucem di costruire un punto di riferimento raccolta su scala europea. Numerosi prestiti da privati interagiscono con questa raccolta per consentire ai visitatori di scoprire più nel dettaglio la storia sociale della lotta all'epidemia.
La galleria Gavlak di Palm Beach presenta le opere di Kim Dacres raccolte sotto il titolo Black Moves First
CS
- GAVLAK is pleased to present Black Moves First, a solo exhibition of recent sculpture by Jamaican-American artist Kim Dacres, on view from December 1, 2021 – January 2, 2022. Often contemplating themes of reclamation, Dacres is an inspired bricoleur who finds expressive potential in materials at hand, including found bicycle, motorcycle, and automobile tires in New York, which are then ceremoniously knotted, twisted, or hewn by the artist. Through careful imbrication and recontextualization, these rugged surfaces recombined ad infinitum—whether fashioning icons of family, heritage, Blackness, or belonging—wrestle with the weight of self-representation in a system unjustly stacked against Black women.
In the traditional game of chess, Black moves second, not first. Marked by a strategic disadvantage from the onset, Black involuntarily falls into responsive and defensive play. This extended metaphor becomes inverted with Dacres’ exhibition, Black Moves First, which unveils a powerful composition of eight new sculptures that proffer a novel twist on the timeless game of chess, which, in this version, is devoid of kings, pawns, or male signifiers. Instead, the eight women of the Crown family move first with white, the viewer, to respond.
What is clear in Black Moves First is the embodied knowledge that each piece possesses. For the women represented, this is not their first game, nor will it be the last; each piece will become another and new ones will emerge. Dacres' analysis of Blackness and femininity is sharp, explicit and beautifully sentimental. To exist within Dacres' universe, even in transience, is to be unbolted.
The vibrant Blackness of Dacres' installation, contrasted against a notable absence of white chess pieces, opens a poignant mediation on questions of race, ownership, and narrative. Within Dacres' immersive staging, the exhibition's visitors are to become the white opponents that these figures collide with. Transforming the white cube into an arena for gameplay, the artist prompts her audience to analyze this territory, challenging viewers to locate their own positionality within Dacres' story.
Manifested through an enduring material which will retain its Blackness forever, never fading or deteriorating, Dacres gestures towards the inheritance of both struggle and strength, the resilience of her characters being passed down through generations. These surfaces expose the residue of Western sculptural norms via repetitious materialist interventions, reinventing the rules of whiteness by transforming its very playing field.
Prospect è un bel progetto, a scadenza triennale, alla sua quinta edizione e si svolge a New Orleans, questa è curato da Naima J. Keith e Diana Nawi, che hanno selezionato 51 progetti presentati in 20 spazi della città.
CS
Prospect 5: Yesterday we said tomorrow is the fifth edition of Prospect New Orleans, a citywide art exhibition. Inspired by New Orleans jazz musician Christian Scott aTunde Adjuah’s 2010 album Yesterday You Said Tomorrow, the title of the exhibition centers the unspoken present, the place where past and future come together, and where other courses of action become possible. The exhibition title also implies the deferral of meaningful change, which often comes slowly or not at all. The artists and ideas that define this exhibition confront this truth, and the stark realities of history, but also suggest that we might yet plot a different future.
Prospect.5 features an intergenerational group of 51 artists from the United States, the Caribbean, Africa, and Europe. The artists have created projects that emerge from research into place, express connections to the past and to land, and seek to form and reflect community. They have considered the ways in which history continues to shape the present, and their artworks are testaments to acts of ritual, selfhood, and modes of resistance that define daily life in New Orleans and beyond. Their projects offer spaces of memorialization and mourning, and of imagination and togetherness.
Yesterday we said tomorrow takes its cues from the current moment and from New Orleans itself, a city built on inextricable layers of history. While the narratives of this history are contested and suppressed, its presence can always be felt. This exhibition, the course of which has been marked by the Covid-19 pandemic, a historic election, and Hurricane Ida, presents art as a means of defining one’s self and as a statement of opposition, and as an enduring assertion that challenges the dominant historical record. It reveals the ways that New Orleans, a beacon of culture and an embodiment of this nation’s complicated past, is a quintessentially American city, the future of which is dependent on the truths of our past and the actions of the present.
Prospect.5: Yesterday we said tomorrow is curated by the Susan Brennan Co-Artistic Directors Naima J. Keith and Diana Nawi, with Grace Deveney, Associate Curator, and Lucia Olubunmi Momoh, Curatorial Associate.