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Non c’è arte senza mercato - Un senso all’arte contemporanea

La storia ci ha insegnato che quello che chiamiamo arte non è mai stata la stessa cosa, ma ha mutato forme e sensi. Dai tempi antichi quando forse era magia, mistero, spiritualità, passando poi come canone di bellezza o un modo per registrare il tempo e fissarlo in un’immagine a memoria del futuro, per trasformarsi poi in un senso oggettivo e oggi che, siamo nel pieno di nuovi epocali cambiamenti, si è amalgamato al nuovo mondo dell’intrattenimento, diventando parte di una forma di “consumo” sostenuta da una filiera di commercializzazione rapida, come per qualsiasi oggetto superfluo. 

Quello che molti chiamano sistema dell’arte è un pragmatico mercato con regole ristrette ad una oligarchia economica che aspira ad usare l’antica enfasi ma ne pratica una cinica vivisezione economica. 

Negli ultimi decenni una realtà anomala e forse autentica è stata acquisita da abili strateghi del mercato, con pratiche tipiche di un’altra realtà simile definita “sistema moda”, infatti alcuni investitori agiscono in entrambe i sistemi, depauperando la storia a favore di prodotti abilmente confezionati e distribuiti con la giusta dose di “esclusività” che giustifica la trasformazione di valore. 

Come era già successo con i bulbi olandesi il gioco pare molto rischioso, si immettono sul mercato oggetti di scarso valore che attraverso una giustificazione “letteraria” vengono “incrementati” economicamente, ma se una volta il prodotto artistico aveva dei parametri giustificabili (qualità, tecnica, pregio dei materiali,…) oggi questi sono diventanti assolutamente aleatori per cui non è detto che nel futuro queste proposizioni si manterranno. 


La cosa che più lascia perplessi e che su questa giostra vengono “sacrificati” tantissime giovani vite che illuse dall’enfasi dell’ ”arte” vengono inserite in una strategia di consumo, sia temporale che culturale, che li priva di reali speranze di realizzazione.

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