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L’arte contemporanea è ancora cultura?

Per anni si è proposto il mantra dell’arte come cultura, forse fino agli anni settanta qualche valore culturale si poteva ancora scorgere in questi particolari manufatti. Ma in questi ultimi decenni le opere artistiche son diventate materiale di pratico smercio economico con cui giocare a status sociali, enfatizzati da un sistema di allegri momenti conviviali in location dal particolare fascino alternativo. 


Il forte ingresso di investitori e di abili commercianti ha trasformato un delicato settore creativo in un pratico sistema di arricchimento, per i più accorti. 

Già Tom Wolf in un suo ironico saggio “Come ottenere il successo in arte” aveva accennato a questa trasformazione e ora che, una particolare crisi economica sta cambiando tanti valori economici, questa pare prendere corpo in modo inequivocabile. 

La caduta dei valori tanto enfatizzati fino a pochi mesi fa mette in risalto il vero spessore di tante “opere artistiche”, che proprio per il loro vuoto significato culturale collassano rispetto all’enfatizzato momento di vendita. 

L’arte contemporanea spesso è stata usata, in questi ultimi decenni, come un pratico sistema per veicolare prodotti commerciali dal basso valore di produzione ma con un forti ricarichi di vendita, decorata da finti sostegni culturali, per giustificarne un’immissione sul mercato. 

Si è creato un sistema di inutili testi e filippiche, partecipi i tanti curatori, critici e finti promotori di informazioni, col fine di giustificare il ruolo alto di questi oggetti ma dai recenti risultati e dalla sua volatilità si capisce sempre più la reale funzione di prodotto momentaneo di consumo. 


Tutto questo spesso sfruttando molte istituzioni pubbliche che, in un’ottica di risparmio, hanno demandato il ruolo realmente culturale a una funzione di vetrina commerciale.

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